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La felpa della polizia

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di LAVINIA ORLANDO

Da navigato tuttologo, il Ministro dell'interno Matteo Salvini in questi mesi ha dato ampia dimostrazione di come ami spaziare dalle tematiche che più si addicono alla sua funzione alle faccende più leggere, che tuttavia richiamano l'attenzione di molti, sovente in misura maggiore rispetto alle vicende politiche.

 

 

 


Per averne conferma basti scorrere i social network utilizzati dal vicepremier, i quali pullulano di foto e video, in un mix indefinito tra il serio ed il faceto: si naviga dalle alte considerazioni di politica estera ai buongiorno con salsicce e prodotti locali, dai lavori parlamentari alle ruspe di ogni dimensione e colore, dai tira e molla con le istituzioni europee agli auguri di buona serata accompagnati da piatti fumanti, bevande di vario tipo ed immancabili animali – che, è circostanza nota, attirano like a prescindere.

Un elemento, tuttavia, spicca tra tutti e caratterizza Salvini già da ben prima che diventasse uno degli acquirenti di maggioranza dell'attuale esecutivo: l'uso compulsivo di felpe con scritte differenziate a seconda dei luoghi e delle circostanze. Che fossero Regioni, Comuni, le immancabili ruspe, slogan di vario tipo – compreso il ben noto “Padania is not Italy” presente a più riprese prima dell'improvvisa folgorazione in chiave nazionale – ogni contesto in cui si è recato il Segretario della Lega, in particolare prima della nascita del governo, ha ricevuto la benedizione della felpa personalizzata.

E fin qui nulla di strano. Si dirà, anzi, che è meglio l'abuso di felpe, pur se colme di diciture provocatorie, che un vicepremier che ha trascorso, sempre sui social, tre quarti di estate a torso nudo.

Giungiamo, però, alla manifestazione della Lega tenutasi a Roma lo scorso 8 dicembre, che ha visto Salvini in veste di gran mattatore, oltre che di organizzatore della giornata, consapevole che qualsiasi cosa egli dica o faccia in questa fase troverà sempre ampio consenso. Il vicepremier ha arringato i tanti presenti per circa un'ora, riferendo dell'azione di governo e degli auspici futuri, senza disdegnare i soliti cavalli di battaglia raccatta voti e consensi.

È parso tutto sufficientemente ordinario, se non fosse per un'unica nota stonata, di cui poco si è data notizia, ma che risulta, invece, parecchio significativa: l'outfit scelto dal vicepremier, presentatosi sul palco indossando la classica felpa, non recante gli ordinari riferimenti a “Roma” o “Ruspe in azione”, bensì caratterizzata dalla dicitura “Polizia”. Non ci sarebbe niente da obiettare se tale abbigliamento fosse stato sfoggiato in occasione di una manifestazione istituzionale, o della “Festa della Polizia di Stato”, finanche e per assurdo durante una riunione coi vertici del Corpo. Peccato che il vicepremier, nonché Ministro dell'Interno, abbia deciso di indossare il nome di una delle quattro forze di polizia italiana, peraltro posta sotto le sue dipendenze, in occasione della manifestazione del suo partito, cioè vestendo per l'occasione il ruolo di Segretario della Lega, così continuando ad usare ed abusare del suo ruolo istituzionale in veste puramente propagandistica e generando ampia confusione rispetto a ruoli, competenze ed ambiti.

In politica la forma è sostanza e qualsivoglia scelta, per quanto possa riguardare l'insignificante abbigliamento del leader di turno, genera precise conseguenze, sovente molto più esplosive di quanto si possa immaginare.

Benché la condotta di Salvini non rientri nell'ipotesi di cui all'articolo 498 del codice penale (“Usurpazione di titoli e onori”), che colpisce con sanzione amministrativa pecuniaria (si tratta di un reato depenalizzato) chiunque porti abusivamente in pubblico la divisa o i segni distintivi, resta l'aspetto politico della vicenda. La Polizia di Stato è un corpo civile, “esercita le proprie funzioni al servizio delle istituzioni democratiche e dei cittadini, tutela l'esercizio delle libertà e dei diritti dei cittadini....l'ordine e la sicurezza pubblica” (art. 24, legge 121/1981). La medesima legge impone, all'articolo 81 (“Norme di comportamento politico”), che “gli appartenenti alle forze di polizia debbono in ogni circostanza mantenersi al di fuori delle competizioni politiche e non possono assumere comportamenti che compromettano l'assoluta imparzialità delle loro funzioni. Agli appartenenti alle forze di polizia è fatto divieto di partecipare in uniforme, anche se fuori servizio, a riunioni e manifestazioni di partiti. E fatto altresì divieto di svolgere propaganda a favore o contro partiti...”.

Ci si chiede come sia possibile che il Ministro dell'Interno non comprenda che tali disposizioni, pur essendo rivolte al personale della Polizia, dovrebbero essere rispettate anche da chi, come lui sovrintende la struttura alle cui dipendenze è posta la Polizia medesima.

Le istituzioni meritano rispetto e chiunque le rappresenti non può fingere che determinate norme, di buon senso e di tutela dell'imparzialità, non esistano.