Il SudEst

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I lose my baby

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di LAVINIA ORLANDO

“Hai perso il tuo piccolo, sei mesi, perché lo hai buttato su un gommone con un centinaio e più di persone ammassate una sull’altra, in autunno inoltrato, con il freddo ed il mare grosso”.


È questa l’affermazione con cui Azzurra Barbuto, giornalista, ha commentato, su Twitter, l’ultima tragedia, tra quelle note, della migrazione consumatasi nel Mediterraneo.

Trattasi dell’ennesimo tentativo di approdo sulle nostre coste, che ha portato, questa volta, alla morte di almeno sei persone, tra cui, per l’appunto, il poco più che neonato Joseph, la cui mamma si è, invece, salvata.

Il copione è uguale a tanti altri, con un barcone che parte dalle coste africane, dopo diversi giorni di navigazione finisce per ritrovarsi in condizioni critiche in mare aperto, per poi cedere, riversando in acqua tutto il carico di umanità che avrebbe, invece, dovuto condurre alla salvezza.

Se fino a qualche mese fa il Mediterraneo era almeno presidiato da diverse imbarcazioni delle ONG, pronte ad intervenire all’occorrenza, allo stato attuale il solo spiraglio di salvezza è rappresentato dalla Organizzazione Open Arms, superstite solitaria di una stagione che ha condotto alla criminalizzazione dell’aiuto in mare, che si è trasformato da dovere in quasi reato, ed al totale immobilismo delle autorità italiane ed europee con riguardo alle sorti delle tante traversate della morte.

Così, nonostante gli sforzi dei soccorritori, non è stato possibile salvare tutti coloro che erano a bordo della sfortunata imbarcazione, ad iniziare dalla vittima più piccola, proveniente, insieme alla mamma, dalla Guinea. Una mamma, altrettanto giovane, che, come si evince dalle immagini divulgate dalla ONG, ha avuto l’unica forza di urlare quanto segue: “Ho perso il mio bambino, ho perso il mio bambino”.

Ritorniamo, così, all’esternazione della giornalista Barbuto, che, giustappunto ricollegandosi alle affermazioni di dolore appena narrate, non ha saputo commentare in altro modo se non addossando su di una madre, già verosimilmente distrutta, colpe che, pure se astrattamente a lei addebitabili, avrebbero dovuto essere elencate per ultime, a margine di innumerevoli altre.

Non una parola è stata, ad esempio, riservata dalla giornalista alle ragioni che hanno spinto la mamma guineana, insieme alle tante altre persone che assumono la medesima scelta, ad affrontare un viaggio così oggettivamente colmo di pericoli. Non una riflessione è stata spesa dalla Barbuto in ordine alla circostanza che per le tante giovani vittime le traversate nel Mediterraneo siano semplicemente ed amaramente un’ultima spiaggia, a fronte di realtà di nascita e di vita che sono in molti casi, quando si parla di continente africano, ben peggiori. Non un riferimento ha riguardato, inoltre, le responsabilità della politica, anche attuale, rispetto alla permanenza delle ragioni che determinano – semplificando al massimo - una così forte differenza economica tra Paesi ricchi e Paesi poveri, per non parlare delle colpe dell’Unione Europea, prima ancora che dell’Italia, che continua, imperterrita, ad osservare da lontano lo scempio delle migliaia di morti del Mediterraneo senza intervenire in alcuna maniera.

La giornalista, al contrario, a fronte dei numerosi attacchi ricevuti in commento alla sua esternazione, ha pensato bene di rincarare la dose, riferendo di “responsabilità genitoriale” nei confronti di un neonato che non è in grado di autodeterminarsi, così non facendo altro che peggiorare la gravità delle sue affermazioni. Se è, infatti, indiscutibilmente vero che un bimbo di sei mesi non ha facoltà di scelta e si ritrova inevitabilmente costretto a subire decisioni non sue, non è altresì incontrovertibilmente vero che la medesima condizione di imposizione riguarda tutti coloro, minori ed adulti, che nascono, senza colpa alcuna, in Stati che non consentono un’esistenza priva di conflitti o almeno pari alla soglia di sussistenza?

Ciò che la Barbuto e tutti coloro che condividono il suo pensiero non comprendono è che la scelta di affrontare deserto, Libia e Mediterraneo è, di fatto, una non scelta. Come definire altrimenti una decisione tra le seguenti opzioni: costringere se stessi ed i propri figli a morire di guerra o fame nel Paese di origine o tentare un’esistenza migliore col rischio di perire durante il viaggio?

Spiace per gli attacchi violenti e sessisti che la Barbuto, proprio in relazione alle sue esternazioni, ha subito, tanto più quando provenienti da altre donne, ma ciò non significa evitare di stigmatizzare quanto da lei sostenuto, al contempo suggerendo, a lei ma non solo, di porsi, anche semplicemente per qualche minuto, nei panni altrui prima di addossare responsabilità tanto gravi e pesanti.