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Non sono razzista, ma...

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di LAVINIA ORLANDO

“Sapevo che l'oppressore era schiavo quanto l'oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell'odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale.

 

L'oppressore e l'oppresso sono entrambi derubati della loro umanità”.

Questo bellissimo passo, tratto dal “Lungo cammino verso la libertà”, autobiografia di Nelson Mandela, edita nel 1995, basato sulle vicende che hanno caratterizzato il Sudafrica del Novecento, si attaglia, meglio di qualunque altra considerazione, a quanto l'Italia del 2018 sta vivendo.

Per quanto curioso possa apparire, gli italiani, che sono stati e sono tuttora un popolo di migranti, paiono vivere una sorta di collettivo sdoppiamento della personalità, tale da spingerli a sperimentare in contemporanea la consapevolezza dello spostamento inteso come unica possibilità per raggiungere una vita più dignitosa e soddisfacente e l'insofferenza nei confronti di chi, da straniero, cerca nell'Italia un luogo in cui sopravvivere o un semplice corridoio per raggiungere mete ben più redditizie.

Al di là del dibattito intorno al se ed al quanto queste due migrazioni siano correlate (il migrante che sottrae lavoro e ricchezza all'italiano è il leitmotiv di questi ultimi anni) e circa l'(in)capacità dimostrata dall'Unione Europea nel governare il fenomeno, nulla può giustificare gli episodi autenticamente razzisti che si susseguono nel nostro Paese, in particolare negli ultimi mesi.

Per quanto una certa politica si ostini a qualificare tali vicende come opera di soggetti del tutto isolati ed affetti da disturbi mentali, ben guardandosi dal pronunciare l'unica espressione che realmente potrebbe definirli, ossia razzisti, non si comprende in quale altro modo vadano inquadrate le vicende di seguito rappresentate, tutte verificatesi nei giorni passati.

Nelle vicinanze di Bari, la madre italiana di un bambino di otto anni (avuto con l'ex marito ivoriano) racconta di un figlio rincorso da alcuni ragazzi che, brandendo una bomboletta spray, lo ricoprono di schiuma bianca al suon di: “Sei nero, ora ti facciamo diventare bianco, perché bianco è meglio che nero”.

A Trento, un ragazzo senegalese rigorosamente munito di biglietto, sale su di un pullman, si siede di fianco ad una donna italiana, che tuttavia lo caccia perché “di colore” e professante “un'altra religione”, costringendolo a prendere posto nelle retrovie del mezzo.

A Varese, un commesso di origini sudafricane viene insultato da una donna italiana che lo apostrofa con frasi del tipo “Non voglio essere servita da un negro” e che, non paga, gli lancia addosso una lattina di birra – la donna, magra consolazione, è stata denunciata.

E si potrebbe proseguire quasi all'infinito, perché episodi di questo tipo sono tutto tranne che isolati. Con cadenza quotidiana – fermo restando i tanti racconti che non giungono alle cronache nazionali – si susseguono notizie di discriminazioni ed aggressioni, fisiche e verbali, a danno di bambini, donne e uomini accomunati da un colore di pelle più scuro del nostro. Ragazzi aggrediti e picchiati per strada con tanto di insulti di matrice razzista. Datori di lavoro che ammettono candidamente di preferire un dipendente bianco ad uno nero, perché la clientela potrebbe non gradire il secondo. Autobus trasformati da mezzi di trasporto a luoghi di sistematici attacchi con bersaglio gli utenti neri, costretti a subire offese, provenienti da utenti ed autisti, neanche ci si trovasse nella Montgomery di Rosa Parks e Martin Luther King.

Quali che siano le cause di tale deriva - se, ad esempio, leader politici con uffici stampa particolarmente efficaci nella propaganda xenofobica, circostanza che torna sempre utile per deviare l'attenzione da questioni ben più campali, ed in grado di convogliare la diffusa rabbia collettiva legata alle note problematiche economico – occupazionali - ciò che rileva è fare fronte comune a contrasto di qualsivoglia iniziativa, istituzionale o meno, che stridi con i principi di uguaglianza che ritenevamo – errando - oramai consolidati.

Un po' come accaduto a Lodi, laddove il quasi del tutto impossibile accesso a tariffe agevolate alla mensa scolastica per bambine e bambini figli di immigrati è stato ribaltato grazie ad una raccolta fondi che ha condotto, nel giro di pochissimi giorni, alla cifra di € 60.000, analogamente si dovrà procedere in tutte le altre occasioni in cui provvedimenti e comportamenti si caratterizzino per spiccato razzismo.

L'iniziativa e la ribellione dal basso sono gli unici antidoti che ci siano dati. Continuare (o iniziare) a praticarli, per chiunque creda fermamente in un mondo migliore, è l'unica strada percorribile ed efficace.