La vittoria di nessuno

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di LAVINIA ORLANDO

Mai esito elettorale fu più controverso.

È questa la considerazione che si fa strada analizzando i risultati delle appena tenutesi consultazioni elettorali del 20 e 21 settembre.


A seconda dei punti di vista e dei parametri valutativi, i giudizi cambiano, i sorrisi possono trasformarsi in lacrime ed i pugni vittoriosi diventare pollici versi, con una prima conseguenza che si è determinata a livello nazionale sin dai primi momenti in cui, avviato lo scrutinio, le espressioni elettorali degli italiani hanno preso forma: il governo Conte può dormire sogni tranquilli, almeno per le prossime settimane – è circostanza nota che l'Italia non sia Paese dai governi stabili e duraturi.

Nonostante l'unica consultazione di respiro nazionale della tornata elettorale di cui si  discorre fosse quella relativa alla conferma della modifica costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, tale referendum, data anche l'eterogeneità delle posizioni mostrate e delle indicazioni fornite dalle forze politiche, non ha assunto il rilievo che, al contrario, è stato attribuito alle elezioni regionali; queste ultime, di contro, per quanto abbiano coinvolto alcune tra le più importanti Regioni del Paese (sotto il profilo numerico ma anche politico), non avrebbero dovuto assumere il rilievo nazionale che è stato loro riconosciuto, trattandosi, pur sempre, di consultazioni riguardanti sette Regioni su venti, ma, soprattutto, avendo ad oggetto una valutazione che ha semplicemente sfiorato la politica nazionale, riguardando, al contrario, la maggiore o minore validità delle proposte governative territoriali.

In questo patchwork di valutazioni e considerazioni, dunque, non è stato difficile, per ciascuna forza politica, tirare il lenzuolo dalla propria parte, mettendo in luce i soli aspetti positivi e tralasciando quelli negativi.

Se il Movimento Cinque Stelle ha esultato per la vittoria del sì, la Lega e tutto il centrodestra hanno gioito per aver rosicchiato, nel corso degli anni, un numero considerevole di Regioni al centrosinistra, mentre il Partito Democratico si è autodefinito quale l'autentico vincitore della competizione elettorale, senza contare la gioia di Matteo Renzi, che ha qualificato il risultato del suo partito Italia Viva addirittura come “impressionante”.

È sufficiente, tuttavia, girare la moneta sul fronte opposto per fornire tutt'altra lettura delle consultazioni.

Il Movimento Cinque Stelle, ad esempio, oltre alla vittoria referendaria che deve necessariamente essere ridimensionata, in quanto condivisa con Partito Democratico, Lega e Fratelli d'Italia, perde una marea di voti in tutte le Regioni, tanto con riferimento alle precedenti elezioni regionali, quanto con riguardo alle più vicine consultazioni politiche ed europee. Trattasi di un'emorragia che il dissidente Di Battista non ha esitato a definire “la più grande sconfitta nella storia del Movimento Cinque Stelle” e che difficilmente non lascerà strascichi di vario tipo nei prossimi mesi.

La Lega, ancora, ha subito tre importanti sconfitte: in Toscana, dove la candidata prescelta e molto pubblicizzata da Salvini ha fallito l'obiettivo di battere il candidato del centrosinistra; in praticamente tutte le Regioni in cui si è votato, visto il calo di punti percentuali subito dal Carroccio rispetto alle elezioni europee; infine (ed in particolare) in Veneto, dove, nonostante il plebiscito del leghista Zaia, la Lega dell'ex vice Premier ha racimolato poco più di un terzo dei voti presi dalla lista a sostegno di Zaia, così perdendo nettamente quel derby interno al Carroccio che va ormai avanti da molto tempo e che rischia seriamente di creare problemi al Capitano.

Circa Italia Viva, non si comprende come il suo leader possa anche solo immaginare di valutare positivamente delle consultazioni che l'hanno consacrato all'irrilevanza, con la sola eccezione di  quella Toscana che avrebbe comunque dovuto assicuragli percentuali ben più elevate del misero 7,5% racimolato.

Giungendo, infine, al Partito Democratico, che sembrerebbe essere l'unica forza politica a potere gioire dell'esito elettorale, resta pur sempre il neo della perdita della Regione Marche, oltre ad un sostanziale ridimensionamento delle vittorie dei due governatori del Sud, De Luca ed Emiliano, sia perché entrambi considerati a più riprese e per diverse ragioni degli eretici all'interno del Pd, sia perché queste consultazioni si sono concluse, di fatto, con la riconferma di tutti i Governatori uscenti, indipendentemente dagli schieramenti di appartenenza e soprattutto grazie all'attivismo dimostrato da tutti i candidati nella gestione della pandemia.