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Heather Heyer, vittima del razzismo e della vergogna trumpista

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di MARIO GIANFRATE

''Se non siete indignati, non siete attenti''.

Questo è l'ultimo post scritto sui social da Heather Heyer, morta a Charlottesville, in Virginia, perché investita dalla macchina di un terrorista nazista.

 

 

Aveva trentadue anni e una gran voglia di vivere. Sognava un mondo migliore, un mondo nel quale si possa essere giudicati non per il colore della pelle o per la razza, ma – per usare le parole di Martin Luther King – per le proprie qualità di uomini. Per questo è stata uccisa.

Era tra la folla che protestava contro una manifestazione razzista organizzata da “suprematisti bianchi”, invocando tolleranza e senso di civiltà quando un giovane adepto dei famigerati Ku Klux Klan si è scagliato con la sua vettura su quella gente inerme a tutta velocità.

Trump, il presidente degli Stati Uniti, espressione dewell’America peggiore e xenofoba - non ha ritenuto di condannare il criminale episodio nascondendosi dietro il paravento dell’equidistanza. Che lascia presagire i foschi scenari futuri di una società – quella degli Stati Uniti – in rapida discesa verso lidi involutivi.

Heather è morta perché credeva che un mondo migliore fosse ancora possibile, è morta con negli occhi il sole dell’agosto torrido. Quel sole dal quale i suoi occhi spenti non potranno più essere abbagliati.

Se cessiamo di indignarci di fronte alle discriminazioni, alle prevaricazioni dei violenti, ai nostalgici di idee morte e assassine, ripiomberemo nell’abisso nel quale la disumanità diffusa tenta, ogni giorno, di ricacciarci.

Heather lottava perché questo non avvenisse. E, per questo, le hanno rubato la vita.