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Pasolini, l'ultimo profeta

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di MARIO GIANFRATE

“Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso…

 

 

Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come”.

È quanto scriveva Pier Paolo Pasolini su Stampa Sera nel lontano 1975. Con l’acutezza quasi profetica che caratterizzava le sue analisi di intellettuale scomodo, aveva previsto il decadimento politico ed etico verso il quale si avviava inesorabilmente la società italiana. Un processo involutivo rispetto alle grandi conquiste sociali e democratiche che pure, in qualche modo, si erano realizzate nel nostro Paese, che, con i governi degli ultimi vent’anni e più, hanno generato non solo una frattura incolmabile tra paese reale e paese legale ma, soprattutto la classe politica “dirigente” ha diffuso la sensazione di operare in direzione di questo distacco dal popolo nella sua accezione più ampia – rassegnato ed “egoista” al punto di fare la guerra non ai suoi sfruttatori ma ai poveri, immigrati e non – non interrogandosi sul perché l’astensionismo alle elezioni cresce a dismisura, ma, anzi, gioendone perché tale fenomeno consente loro di gestire il potere pur rappresentando una netta minoranza della popolazione.

Un “corpo senza nervi”, appunto. Spoliticizzato e nelle mani di pochi autonominati e, di fatto, non eletti. In una società che ha perso ogni freno inibitorio verso la corruzione - nella quale al consolidamento di posizioni di privilegio al quale fa da contrappunto lo smantellamento di ogni forma di solidarietà e di umanizzazione della politica - c’è l’incapacità quasi abulica di reagire, di riequilibrare le sperequazioni, di difendere i diritti dei quali, giorno dopo giorno, si è privati, di contrastare la corruzione dilagante.

Esiste ancora qualche “sentiero” da percorrere? In tutta amarezza, vedo solo l’incamminarsi per sentieri meno impervi e più facili per raggiungere lidi reconditi. Ci si proclama alternativi e si insegue l’alleanza con coloro ai quali si è tali. E, questo, non è qualunquismo ma presa d’atto di una situazione reale, sempre più asfittica per la democrazia, sempre più punitiva per coloro che sono privi di tutto e ai quali hanno rubato anche la speranza.