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Il coraggio dei lavoratori Alitalia

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di LAVINIA ORLANDO

Immaginiamo di trovarci dinanzi ad una scelta tra due opzioni,

entrambe peggiorative della propria condizione di vita e di essere sollecitati a dichiarare la propria idea, sapendo che, comunque vada, nella migliore delle ipotesi, il nostro stipendio calerà ed alcuni dipendenti saranno costretti a cercare altro impiego.

È questa la situazione in cui si sono ritrovati gli oltre 11.000 lavoratori Alitalia, chiamati, nei giorni scorsi, ad esprimersi su di un preaccordo, raggiunto dalla compagnia con i sindacati, che stabiliva la riduzione degli esuberi riguardante il personale di terra (da 1338 a 980) e la riduzione del taglio degli stipendi del personale di volo dal 30% all'8%, in cambio di una ricapitalizzazione di circa 2 miliardi di Euro e di una garanzia statale di 300 milioni di Euro.

Chiamasi accordo, leggasi ricatto, suggellato dalla firma di Cgil, Cisl e Uil, al quale i lavoratori della Compagnia di bandiera italiana hanno detto no (con una percentuale di circa il 67%).

Che ora tutti si scaglino contro dipendenti che, in pieno regime democratico, abbiano rifiutato l'ennesima proposta al ribasso è circostanza quantomeno singolare e frutto di quella realtà capovolta con cui da molto tempo ci troviamo a scontrarci.

Sarebbe interessante elencare le dichiarazioni, antecedenti e successive al referendum che ha riguardato la compagnia di volo, con particolare riferimento a quelle rilasciate dai Ministri del Governo Gentiloni e dallo stesso Primo Ministro, tutte volte ad esplicare un unico concetto: o i lavoratori accettano le condizioni concordate o possono dire addio a prestiti ed aiuti vari. Una scelta – non scelta che in nulla si discosta dalle opzioni – non opzioni fornite, in altri ambiti, dagli esecutivi che si sono succeduti in questi ultimi anni, partendo dal governo Monti e proseguendo con coloro che l'hanno seguito.

Sono state, ad esempio, approvate, come se nulla fosse, riforme lacrime e sangue sotto la minaccia di un vero e proprio Commissariamento europeo, lo stesso è avvenuto con il Jobs Act, definito come l'ultima spiaggia prima di un autentico cataclisma, idem dicasi con riferimento alla riforma costituzionale Renzi – Boschi, rispetto alla quale, tuttavia, qualcosa è andato differentemente.

Se è vero che in tanti tra chi si è speso a favore della modifica della nostra Carta Costituzionale avevano lasciato presagire la fine del mondo in caso di esito negativo del Referendum costituzionale, è anche vero che, a distanza di qualche mese dalla consultazione che ha visto la prevalenza dei no, niente è accaduto ed il nostro Paese, pur con tutte le problematiche del caso, è ancora in piedi.

Non è ancora per nulla chiaro quello che succederà ad Alitalia ed ai suoi dipendenti in seguito ai risultati della consultazione, ma un dato pare incontrovertibile e, tra l'altro, assimilabile a quanto accaduto in occasione del Referendum costituzionale: così come gli elettori hanno bocciato le modifiche approvate dal Parlamento italiano alla nostra Carta Fondamentale, un po' perché valutate negativamente nel merito, un po' per colpire l'operato, globalmente inteso, del governo Renzi, allo stesso modo il responso dei lavoratori Alitalia ha inteso colpire l'accordo in sé, ma anche i fautori dello stesso, abbattendosi sui sindacati, il cui fallimento è chiaro, sul governo, che tanto si era speso in favore dell'accordo e sulla dirigenza, vera ed unica colpevole, non punita, come spesso accade, per le problematiche sofferte dalla compagnia.

Ed allora chiunque si sia divertito in questi giorni a far passare i lavoratori Alitalia quali gli unici artefici dei disastri della compagnia di bandiera ha posto in essere un'operazione scorretta e per nulla veritiera.

E chiunque abbia pensato che la panacea di tutti i mali sia rappresentata dal solo taglio dei costi del personale, non incidendo su tutte le altre fonti di costo (dal carburante, passando per le manutenzioni, fino ai contratti con le altre compagnie), non ha fatto altro che continuare a dimostrare la medesima miopia che ha caratterizzato le scelte dirigenziali finora poste in essere.

Ben venga, dunque, il vero e proprio coraggio manifestato dai lavoratori che, per una volta tanto, non hanno piegato la testa a fronte di scelte nefaste provenienti dall'alto.