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Home Politica Politica Serracchiani versus Salvini: quando la copia supera l'originale

Serracchiani versus Salvini: quando la copia supera l'originale

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di LAVINIA ORLANDO

Correva il 3 marzo dell'attuale anno, quando un famoso politico italiano,

dopo aver visitato una caserma milanese ospitante 300 richiedenti asilo, definiva tale forma di accoglienza come “un ennesimo tentativo di sostituzione etnica”, così miscelando il razzismo di cui, da sempre, si fa portatore (colpendo, a seconda dei casi, gli abitanti del Sud Italia o i migranti) al peggiore nazionalismo che sia mai stato espresso dopo la morte del Duce.

Compiendo un salto nel passato, proprio per far comprendere che certe esternazioni non sono nuove per la politica nostrana, ritroviamo il medesimo celebre (ora) parlamentare europeo affermare quanto segue: “ho scritto al Presidente di Atm perché valuti la possibilità di riservare le prime due vetture di ogni convoglio alle donne che non possono sentirsi sicure per l'invadenza e la maleducazione di molti extracomunitari. Ed andando avanti così le cose, saremo davvero costretti a chiedere dei posti da assegnare ai milanesi: sono davvero una minoranza e come tale va tutelata”. Si tratta di una richiesta degna del peggiore apartheid e volta ad instaurare politiche di vera e propria segregazione razziale che, per fortuna, la nostra Costituzione, dal lontano 1948, vieta e l'Onu, con una risoluzione del 1973, ha dichiarato crimine contro l'umanità.

Inutile precisare l'ovvio: tali esternazioni non potevano che provenire dalla bocca del Segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, vera e propria icona dell'intolleranza nostrana ed ispiratore di tante battaglie che fanno dell'odio nei confronti di chiunque provenga da altri Paesi l'ingrediente principale.

Ma se rispetto a quanto sopra elencato abbiamo tutti purtroppo assunto una qualche forma di assuefazione, a tacere dei molti che usano il vocabolario salviniano a mo' di mantra da condividere, almeno tre volte al giorno, in qualsivoglia piazza, virtuale o reale, l'abitudine si trasforma in sgomento laddove esternazioni del medesimo tenore giungano da bocche apparentemente immacolate.

È quanto sta accadendo in queste ore con riferimento alla Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, nonché dirigente nazionale del Partito Democratico, Debora Serracchiani, che così si è espressa, con riguardo alla violenza sessuale subita a Trieste da una minorenne da parte di un iracheno richiedente asilo: “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede ed ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Certi che, laddove non si fosse preliminarmente specificata l'autrice di tale “perla”, in molti l'avrebbero affibbiata a Salvini o simili, non resta che prendere atto della mutazione genetica che continua ad affliggere il Pd che, a fronte di un'affermazione di cotanta gravità, non si è degnato di stigmatizzarla, se non per il tramite di sparute dichiarazioni individuali provenienti da qualche suo quadro.

Proprio colei che in avvio della sua ascesa politica pareva rappresentare il “nuovo pulito” che sostituisce il “vecchio marcio” ha esternato un concetto molto pericoloso: che l'abbia fatto per scimmiottare l'originale salviniano o che si sia trattato di una gaffe, poco cambia, in quanto il risultato finale è molto grave.

A tacere che lo status di profugo non è una concessione, ma un diritto riconosciuto dalla normativa internazionale e, precisamente, dalla Convenzione di Ginevra del 1951 (recepita anche dal nostro Paese); a prescindere dalla circostanza per cui la violenza non è graduabile a seconda del colore della pelle del soggetto che la pone in essere, in quanto il nostro codice penale non prevede come circostanza aggravante il fatto che lo stupro sia stato commesso da un richiedente asilo e, del resto, se prevedesse una simile opzione, andrebbe in contrasto con Costituzione e normative internazionali; a tacere, ancora, del fatto che la dichiarazione della Serracchiani sposti l'attenzione, come spesso accade, dalla vittima (che dovrebbe, invece, essere al centro del dibattito) e dai numeri che certificano che le maggiori problematiche, in tema di violenza, si verificano proprio all'interno di quello che dovrebbe essere il sicuro focolare domestico; a prescindere, dunque, da tutti punti appena elencati, resta lo sconcerto relativo all'uniformizzazione del pensiero della classe dirigente ed al conseguente veicolo di informazioni che, ripetute di continuo, sono oramai diventate parte integrante del  sentire comune, con ciò contribuendo all'imbarbarimento della nostra società, che risulta, giorno dopo giorno, sempre più dominata dall'intolleranza.