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I crimini contro i propri figli attraverso le opere letterarie: quanta tradizione c’è nella strage di Margno

I crimini contro i propri figli attraverso le opere letterarie: quanta tradizione c’è nella strage di Margno

di CARMELO PIO CASTIELLO

La famiglia e il supporto genitoriale costituiscono una delle conquiste maggiori della civiltà umana, tuttavia in questi afosi giorni estivi non mancano i casi di cronaca che smuovono le nostre coscienze e scatenano nell’animo una profonda e sincera riflessione. L’efferata uccisione, ad esempio, dei due gemelli Elena e Diego da parte del loro padre, portata a termine in modo maniacale e premeditata in ogni minimo dettaglio, indubbiamente focalizza l’attenzione sulle tante ingiustizie subite dai pargoli per la loro costituzione fisica fragile e il pensiero critico non ancora del tutto maturato. L’età puerile, infatti, ha costituito nel corso della storia un momento di soprusi, angherie e predominio di un mondo più forte del fanciullo sulla sua natura innocente. La strage di Margno, inoltre, costituisce una delle innumerevoli volte in cui i bambini vengono immolati come vittime sacrificali per ripicca, semplice gusto di un odio dal quale dovrebbero essere allontanati e preservati, e non strumentalizzati come un vero e proprio capro espiatorio. Non solo la cruda realtà, ma anche la più sublime produzione letteraria dall’antichità ai giorni nostri propongono storie, exempla di brutalità su questa delicata fascia di età, in qualsiasi tempo e luogo.

La prima e forse più celebre opera letteraria che vede nella sua lunga narrazione sacrifici di infanti nel nome di una giustizia divina è la Bibbia. È risaputo infatti come in primis il testo sacro per cristiani ed ebrei sia ricco di momenti violenti o bellicosi, ed in secundis accetta la considerazione del puer come sottomesso alla volontà paterna. Il sacrificio di Isacco, ad esempio, viene narrato dal punto di vista di Abramo, alternato a interventi del Padre Eterno, senza mai considerare i sentimenti o le paure di un piccolo uomo costretto a subire tacitamente un così grave oltraggio alla sua persona. Il figlio del profeta, infatti, è visto quasi come un oggetto ed il papà si cura della sua salute unicamente perché costituisce interamente la prole che Dio gli ha riservato assieme alla moglie Sara. Il fanciullo, quindi, è considerato in maniera utilitaristica, e la sua stessa vita destinata ad uno scopo superiore (quello di rendere la discendenza di Abramo come le stelle nel cielo), con l’esclusione categorica del proprio pensiero. Prova di ciò l’aneddoto biblico, che vede il bambino essere immolato alla prima richiesta dell’Altissimo senza esitazione, salvato poi dalla tempestiva azione dell’Arcangelo Gabriele, che sventa celermente il massacro che di lì a poco si sarebbe consumato.

Frutto di una visione completamente differente da quella odierna sono le usanze e i costumi dei Greci e Romani nei confronti dei lattanti, colme oltremisura di ogni sorta di violazione dei diritti umani, che inevitabilmente traspaiono nella letteratura, da sempre specchio della società. Le differenti polis del Peloponneso, Attica e Ionia erano divise ed in lotta per innumerevoli questioni, tuttavia vi era una profonda armonia per quanto concerne il trattamento di pargoletti e piccoli: sia Licurgo che Solone avevano previsto “leggi” disumane nei confronti della prima età. Abbandono, massacro e uccisione dei poppanti erano consentite in base all’estrazione sociale e ai problemi fisici:  ci si poteva disfare sia dei figli di nessuno che  di qualsiasi altra categoria di neonati a rischio in differenti modalità. Già Esiodo nella “Teogonia” presenta una realtà titanica e divina caratterizzata dalla paura per il nuovo nato, tanto che sia Saturno che Crono mangiano la prole nel tentativo di evitare l’usurpazione del loro potere e la sconfitta, che comunque arriverà come conseguenza del Fato, mentre le storie mitologiche spesso partono da abbandoni o olocausti di bambini. Il monumentale lavoro svolto da Omero nel raccogliere la tradizione orale precedente sarebbe stato vano se non spiegato da qualche antefatto che coinvolgeva un puer causa di varie sciagure, come il principe Paride, allontanato dal trono di Ilio a causa di una profezia che lo vede artefice della rovina del suo popolo, che riuscirà ugualmente dopo molti anni. Anche il sacrificio di Ifigenia, celebrato universalmente come predominio della religio nel pensiero comune dell’antichità, rappresenta un drammatico epilogo di guerra, in cui la stessa vita viene sottomessa alla pólemos e il filo delle Parche si spezza per un futile motivo terreno.

Sempre queste due antiche civiltà regalano ai posteri uno dei più suggestivi ed enigmatici casi di infanticidio che, come nella vicenda dei due gemelli, è frutto di premeditazione e forte disagio psicologico: la triste fine di Medea, la celeberrima eroina moglie dell’argonauta Giasone. Sempre protesa verso la pietas dei suoi genitori e l’amore del suo spasimante, la donna, dopo aver compiuto sforzi titanici per la conquista del futuro coniuge ( tra cui uccidere suo fratello) si sente tradita quando, per sete di potere, il marito la vuole ripudiare, e subito l’istinto muliebre e protettivo si tramuta in profondo rancore. Il mito narra come, amareggiata, abbia negato ogni discendenza all’eroe greco, uccidendo i suoi figli e successivamente ponendo fine alla sua esistenza. Molti drammaturghi, scrittori e filosofi in vari tempi hanno ripreso questo modello per caricarlo ogni volta di messaggi e finalità sempre differenti. Il primo a mettere in scena il dramma fu Euripide, che riesce con questa personam a far riflettere su molteplici temi. Nella tragedia euripidea Medea appare travolta dal furor, in bilico fra la follia e l’autocontrollo, con sprazzi di lucidità in mezzo ad un infinito dolore. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, l’erudito greco non sminuisce il valore del personaggio, anzi lo esalta e cerca di addurre ragioni all’estremo gesto: la mancanza di comprensione della fedele compagna in una società che non le appartiene ( prime avvisaglie letterarie di xenofobia), l’avversione per un uomo malvagio e lusinghiero, l’eroicità addirittura superiore a quella dei semidei cantati da Omero.

Anche Apollonio Rodio e Valerio Flacco rielaborano il modello euripideo caricandolo di drammaticità e pathos, rendendo Medea una nouvelle Didone, sempre protesa al bene ma scossa da una vita infelice e misera, barbara, immersa in una realtà che non riesce a comprendere. La figura femminile nelle narrazioni dei due drammaturghi anticipa anche l’eroina della produzione romantica ottocentesca, intrisa di sentimenti e sensazioni nel corso di tutta la tragedia. Nella produzione di Ovidio e Seneca, invece, vi è un ulteriore stravolgimento del mito originale. Entrambi i poeti appartengono alla tradizione filosofica stoica, quindi accettano il suicidio come estremo mezzo di azione quando questa è impossibilitata, e, per bocca di un nunzio, narrano una vicenda in cui la donna diviene estremamente complessa psicologicamente, apparentemente vittima del suo amore ma inconsciamente simile alla donna cantata dagli elegiaci ( di cui aveva fatto parte anche il poeta di Sulmona), fredda, lasciva e spietata. La visione patriarcale ritrova affermazione nelle rappresentazioni dei due latini, infatti Giasone si contrappone a cotanta brutalità e, per la prima volta, si cura della prole e prova misericordia per l’infausta vicenda muliebre.

Gli ultimi in ordine cronologico ad esaltare questa celebre infanticida sono stati Jean Anouilh e Christa Wolf. Nelle loro pagine Medea abbandona ogni orpello sublime e si abbassa al livello di qualsiasi altra donna: debole, tenera, affranta e instabile, secondo l’autore francese la protagonista non si arrende alla fine di un amore per cui ha strenuamente lottato, stanca degli eccessi di una vita eroica a cui è stata sempre costretta e dilaniata dalle critiche di un’umanità che non riesce a comprenderla. A parere della femminista inglese, al contrario, la moglie di Giasone assieme ai suoi figli non sono che innocenti vittime del paternalismo, a cui la memoria storica ha sottratto tutto per maschilismo, miscredenze e tradizione.

In conclusione, quindi, la letteratura e la storia assumono in questi casi una profonda funzione pedagogica, e ci ricordano come sia necessario in ogni caso perseguire il bene e preservare ogni individuo da qualsiasi forma di aberrazione. Bisognerebbe lasciare che l’infanticidio così come tutte le sue degenerazioni siano lasciate solamente alla narrazione mitica e teatrale. È triste osservare in un mondo minato alle fondamenta da innumerevoli problemi come un genitore possa anteporre una meschina vendetta alla vita di suo figlio e che questa diventi excusatio di feroci e ingiustificate atrocità. Sarebbe bello vedere al più presto la piena riconoscenza di ogni diritto ad una fascia d’età, quella infantile, spesso giudicata troppo frettolosamente, al fine di raggiungere veramente l’equità fra gli uomini e la giustizia sociale.

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