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L’invidia: un verme roditore, radice di mali infiniti

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di LAURA FANO

Caino fu il primo a esserne accecato, ma il tarlo dell’invidia, per quanto sia dura ammetterlo, è più vicino di quanto pensiamo.

 

In un certo senso siamo tutti invidiosi. Fa parte della struttura mentale dell’uomo.

Negli ultimi anni è divenuta il vizio più celato di cui vergognarsi. Si può ammettere di farsi prendere dall’ira, di crogiolarsi nella pigrizia o di soffrire per gelosia, ma di essere rosi dall’invidia no. È l’emozione negativa più rifiutata. Perché ha in sé due elementi disonorevoli: l’ammissione di essere inferiore e il tentativo di danneggiare l’altro senza gareggiare a viso aperto ma in modo subdolo e meschino.

Con la spietata esattezza dei moralisti francesi, La Rochefoucauld osservava che anche se spesso ci si vanta in pompa magna delle passioni più delittuose, l’invidia la si tace, non si osa confessarla. Dell’invidia ci si vergogna; tanto, e tanto sinceramente, che si fatica a parlarne. È proprio vero: l’invidia è il più duro da confessare fra i vizi capitali, il più ripugnante, il più difficile da tramutare in un motivo di orgoglio ; l’unico, anzi, per cui questa metamorfosi sia così dolorosamente impossibile.

Se ne parla di continuo in privato o in un angolino della propria mente, ma fuori di rado la si chiama con il suo nome, perché l’invidia, in fondo, è un tabù. Chi la prova, come ricordava Plutarco in una fulminante monografia sul tema, stenta a dichiararla. Chi cade nel suo torvo mirino o non se ne accorge o finge di non accorgersene.

In realtà tutti siamo invidiosi e proprio perché abbiamo paura a esprimere questa parte della nostra personalità soffriamo intensamente nell’avvertire in noi questo sentimento. Possiamo facilmente individuare negli altri i segni dell’invidia ma, immancabilmente, negheremo di esserlo noi.

A differenza degli altri vizi capitali è un «vizio senza piacere», o una «passione triste».

Nel suo Dizionario dei vizi e delle virtù, infatti, Salvatore Natoli sostiene che l'invidia, a differenza di ogni altro vizio è in vizio che non da piacere. Nell'invidia l'individuo logora se stesso senza alcun beneficio e si consuma nel desiderio inestinguibile della distruzione dell'altro. E quand'anche l'altro fosse distrutto, la soddisfazione non sarebbe ugualmente raggiunta poiché la fine dell'altro non procurerebbe in alcun modo l'accrescimento di sé. Per l'invidioso vi è delusione anche quando fosse capace di condurre a compimento la propria strategia di distruzione. L'invidioso che distrugge impoverisce il mondo senza riuscire in alcun modo a valorizzare se stesso. L’invidia Non è brama di innalzarsi all’altro, ma di abbassarlo. Abbassato uno, si accanirà su un altro. Di sicuro, l’invidioso rivela un senso d’insoddisfazione cronica.

Chi è invidioso lancia tre messaggi: sono inferiore, ti sono ostile per il tuo successo e potrei anche farti del male. Così come Caino uccise Abele, i cui sacrifici erano più graditi da Dio.

Nel 2004, la scrittrice scozzese Muriel Spark pubblicò un romanzo intitolato semplicemente Invidia. In quelle poche pagine l'autrice ci conduceva nella grotta tenebrosa dell'anima ove questo, che è il penultimo dei sette vizi capitali, si rifugia non solo per secernere tutto il suo veleno ma anche per autoflagellarsi. Infatti, paradossalmente nessuno come l'invidioso o il geloso soffre e si tortura nella sua detestazione dell'altro. Aveva, perciò, ragione il sapiente del libro biblico dei Proverbi quando definiva «l'invidia come carie delle ossa», o Cervantes che la classificava nel Don Chisciotte come «un verme roditore, radice di mali infiniti», mentre Shakespeare la vedeva simile a «un mostro dagli occhi verdi».

Carlos Ruiz Zafón scriveva che «L’invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato.»

Nietzsche nella Gaia scienza ironizzava «Non augurate all'invidioso di aver figli: sarebbe geloso di loro perché non può più avere la loro età!» In realtà il cervello dell'invidioso/geloso è in fiamme e partorisce incubi, e aveva ragione Alberto Moravia quando in uno dei suoi Nuovi racconti romani comparava l'invidia a «una palla di gomma che più la spingi sotto e più ti torna a galla». E il graffiante G.K.Chesterton ammoniva: «L’uomo che non è invidioso vede le rose più rosse degli altri, l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con disperazione».

Questo sentimento tende a deformare la realtà offuscandola (dal latino invidere, guardare di traverso, in senso negativo). Difatti avendo usato male i loro occhi in vita Dante per contrappasso ritrae crudamente gli invidiosi con le palpebre cucite da un filo di ferro. Tradizionalmente si teme proprio lo sguardo malevolo dell’invidioso, quello sguardo che altro non è se non uno specchio deformante, che rimanda nel livore l’immagine della felicità altrui. Forse proprio per questo è così difficile confessare l’invidia: perché è una passione che separa, che segrega l’invidioso da tutti gli altri uomini. Una passione solitaria e incomunicabile.

La psicoanalista inglese Melanie Klein considera l'invidia un sentimento che il bambino sperimenta fin dalla nascita. Se coniugata alla gratitudine, può essere superata e trasformarsi in un sentimento propositivo e costruttivo, ma quando questa integrazione non si verifica, allora la tendenza del bambino sarà quella di attaccare l'oggetto desiderato fino a distruggerlo.

L’invidia è, dunque, infantile, in fondo banalissima: lui sì, io no. Ci si ferma rigorosamente qui, alla contrapposizione più elementare. Non si arriva al “perché?”. L’invidioso vive il dolore di non possedere o essere quel che altri posseggono o sono, ma non vuole capire o accettare le cause dell’altrui ammessa superiorità. «O Invidia nimica di vertute», cantava Petrarca. E Giambattista Marino, il poeta dell’Adone, riecheggerà: «Virtù, quanto è maggior, tanto è più spesso / dell’invidia maligna esposta ai danni…». Ovidio nelle Metamorfosi ha dato alla sua personificazione una casa orrenda, puzzolente di marciume, buia, gelida; pasti di carne viperea; pallore e indolenza, sguardo indiretto, dentatura guasta; espressione arcigna; insonnia.

San Tommaso la definiva “tristezza per i beni altrui”.

L’invidioso non prende nella benché minima considerazione i meriti e le competenze altrui. Per ostinato rifiuto della lode, è capace di spingersi al revisionismo, al negazionismo: i meriti diventano demeriti, le competenze fuffa. Non si vergogna? No, perché non si conosce, non conoscendo gli altri. È bugiardo e ingiusto, e la bugia e l’ingiustizia non gli costano nessuna fatica, perché gli manca (qualcosa, certo, gli manca) un’immagine definita di sé. Vuole deprimere chi si è elevato con il lavoro, con l’intelligenza, con il talento, con la libertà di scegliere per sé. Si invidia la persona, non la cosa. Ricordate le sorelle di Psiche nella favola di Apuleio? Per impedirle di godersi gli agi e l’amore che la sorte le ha riservato la convincono che l’invisibile amante con il quale si accoppia ogni notte è un mostro. Lei alla prima occasione accende la candela che aveva il divieto di accendere, scotta con la cera il bel dormiente, lo sveglia e si ritrova abbandonata ed errabonda nel più desolato mondo. L’amante, guarda un po’, era lo stesso dio Amore. Si navighi un pochino per la rete: i nostri poveri sguardi si gratteranno su secche e secche di chiacchiere livorose. La rete, infatti, offre rotte infinite alle distorsioni e alle calunnie degli invidiosi, che, protetti da pseudonimi o dall’anonimato assoluto, si ergono a giudici infernali. Non perdonano la bellezza e la bontà dei risultati. Non vogliono vedere la verità. Hanno gli occhi, proprio come li rappresenta Dante, cuciti. Ma non si illudano, gli invidiosi, perché l’invidia è kamikaze. A proposito: le sorelle di Psiche si sono buttate giù per un burrone e fino alla notte dei tempi laggiù continueranno a sfracellarsi. E Psiche il dio Amore lo ritroverà puntualmente.

Insomma, l’invidioso si sente mancante e non desidera colmare la sua mancanza. Desidera infliggerla alla persona che gliela fa avvertire. Si soffre in due. «L’invidia è un’afflizione dello spirito e a differenza di alcuni peccati della carne, non provoca piacere a nessuno. È un’emozione dolorosa per chi la prova, che ha effetti ugualmente dolorosi negli altri».

Invidiare, dunque, significa semplicemente voler privare. Né – ce lo rammenta Leopardi – l’invidioso chiede necessariamente per sé quel di cui vuol privare l’altro. La ragione che lo muove non è il possesso di una certa cosa: discende, bensì, dal negare il possessore di quella. La monaca di Monza invidia Lucia pur non avendo alcun interesse per Renzo Tramaglino: le basta sapere che la poveretta potrebbe avere un marito e una famiglia. Così, prima di votarsi a Dio, invidiava le compagne di convento che un giorno ne sarebbero uscite. E così, nella celebre fiaba, le sorellastre distruggono a Cenerentola il vestito del ballo non perché pretendano di indossarlo loro, ma perché non lo abbia lei. L’invidioso, come già teorizzavano gli antichi, non sopporta il successo altrui, che questo prenda la forma del vantaggio economico, della bellezza fisica o dell’eccellenza intellettuale. E – sia chiaro – i soldi, le forme e il sapere non sono invidiati di per sé: lo sono per la presunta felicità pubblica che l’invidioso ritiene ne derivino. Non a caso si invidia chi ci è vicino, chi conosciamo o pensiamo di conoscere, perché costui o costei occupa il nostro stesso spazio.

Bersaglio d’invidia spesso diventano persone che ci sono vicine e a cui vogliamo bene, come compagni di classe, colleghi, ma anche amici o fratelli come nel racconto biblico di Giuseppe, prediletto dal padre e venduto dai fratelli. L’uguaglianza di opportunità rende doloroso l’essere inferiori rispetto ai successi di un fratello o una sorella o in un campo importante per sé.

Si invidia non un glorioso personaggio defunto, non la regina d’Inghilterra. Solo un pazzo potrebbe, poiché la fortuna di quella fortunatissima donna non ombreggia nessuno, stando in una sfera tutta sua. S’invidiano i propri simili, proprio perché li si riconosce come simili; questo era ben chiaro ai Greci: Aristotele scrisse che proviamo invidia solo per chi ci somiglia. Per una donna è bruciante il confronto con la conoscente bella e corteggiata, più che quello astratto e “sproporzionato” con una top model; si invidia il collega che è stato promosso, non il direttore generale.

È una passione che si scatena fra pari: gli dei dell’Olimpo, che con gli uomini avevano molto in comune, compreso un mucchio di debolezze, provvedevano prontamente ad annientarli.

L’invidia c’è da sempre, c’era già nelle società primitive e resiste nell’era dei social. Ma, oggi prevale l’invidia dell’essere più che dell’avere. Nella modernità l’invidia dell’essere deriva dalle forme di successo sociale: potere, fascino, simpatia, prestigio sociale e massmediale, che poco hanno a che vedere con l’“avere” nel senso del possesso di oggetti o ricchezze, ma riguardano i tratti della personalità come nella relazione tra Salieri e Mozart, caratterizzata dall’invidia del primo per il successo, il talento e la stessa esistenza del secondo. Molière annotava con sarcasmo: “Gli invidiosi muoiono, l’invidia mai”.

Eppure, per quanto dolorosa per sé e pericolosa per gli altri, l’invidia, paradossalmente può anche operare come forza motivante e stimolare le persone a migliorarsi. Per superare l’invidia occorre però accettare gli altri come persone a cui siamo legati da vincoli d’umanità, chiedendoci cosa possiamo condividere con loro e non cosa possiamo togliergli. Riconoscere le qualità e i successi degli altri aiuta anche a capire i nostri limiti. Oscar Wilde obietterebbe cinicamente: “Tutti sono capaci di condividere le sofferenze di un amico. Ci vuole, invece, un’anima veramente bella per godere del successo di un amico”

Insomma è anche utile: ci avverte che abbiamo perso un confronto, dandoci la spinta a migliorare. Se accettata e espressa, può essere costruttiva. L’invidia viene bollata negativamente perché rappresenta, in una società votata al successo, un’espressione di fragilità interiore, scarsa autostima e paura di non essere all’altezza delle aspettative sociali. L’imperativo categorico della nostra società è essere sicuri di sé tanto che abbondano i corsi volti a conferire, in modo surrettizio, un atteggiamento di sicurezza a chi non lo possiede. Sarebbe opportuno che si provasse a trasmettere l’idea che il sentimento dell’invidia è normale, da contrastare dentro di sé per non essere travolti, ma comprensibile e, in casi specifici, utile per la nostra vita.

La democrazia ha bisogno di uomini e donne che sanno di più, che capiscono di più, che guardano più lontano. Riconoscere l’eccellenza o la superiorità deve indurre rispetto, apprendimento e – quando si ritenga di avere mezzi simili a quelli dell’ammirato – emulazione. L’orgoglio degli inconsapevoli che sta prendendo piede nel commercio cosiddetto civile preoccupa. Oggi sempre più si spaccia per attacco all’autorità e al privilegio un irresponsabile rifiuto della conoscenza e di coloro che eravamo abituati ancora in anni recenti a chiamare “maestri”. L’enciclopedismo fai da te dei social media e della televisione ha punteggiato il Sahara dell’ignoranza di mortiferi miraggi. Si ritiene falsamente che il sapere superiore di uno danneggi me. Non si comprende che, al contrario, mi aiuta a progredire: perché io, quando ammiro qualcuno per le sue doti e le sue capacità, non sono solo io, anzi, smetto di essere la mia piccola, pur rispettabile vita, ma rappresento la società in cui abito. Il sapere superiore di uno non è di quell’uno solo, ma della società alla quale appartiene. Dunque, è anche mia: volerla togliere a lui significa alla fine toglierla a me stesso. Non tutti, in una società, possono fare o devono fare la stessa cosa. La società vive di condivisione: tu fai così, io cosà; tu sai questo, io quello. Bertrand Russell diceva che l’invidia si supera se diventiamo più coscienti di quello che abbiamo e smettiamo di fissarci su ciò che non abbiamo.

L’antitesi deve diventare: lui sì e, grazie a lui, pure io. Perché – ecco la risposta alla domanda cui l’invidioso non intende arrivare – di tutti coloro che sanno sviluppare in qualunque modo la felicità collettiva abbiamo un disperato bisogno. Perché là, nel riconoscimento dell’umanità migliore, sta la vita. Avrò la certezza di aver vinto l’invidia solo il giorno in cui all’ingegno di chicchessia riuscirò a dire grazie.