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Donne al volante... Una marcia in più

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di LAURA FANO

L’Arabia Saudita, sovvertendo un dogma ritenuto sinora incrollabile,

 

 

ha deciso di autorizzare le donne -sia pure per motivi legati all’economia del paese- a guidare l’auto; uno sviluppo che era sinora considerato improbabile nel conservatore regno wahabita (l’interpretazione dell’Islam sunnita più intransigente). L’iniziativa, su ordine di re Salman, si deve all’erede al trono, il potentissimo principe 32enne Mohammed bin Salman, modernizzatore del regno.

Il cambiamento, annunciato contemporaneamente dalla tv di Stato saudita e a un evento a Washington, non avverrà però immediatamente. I tempi non sono stati annunciati, ma esistono problemi organizzativi concreti: il regno non ha strutture per insegnare alle donne a guidare e ottenere la patente; la polizia dovrà essere “addestrata” a interagire con le donne al volante in un paese in cui è reato per un uomo rivolgersi a una donna a meno che non sia un parente.

Certo è che, di fatto, crolla un altro tabù e si dissolve così l'incredibile divieto, anche nell'ultimo paese dove era vigente, simbolo di oppressione nei confronti delle donne.

Finora i teologi wahabiti (il ramo radicale del sunnismo che vige in Arabia Saudita) si erano espressi contro il via libera delle donne alla guida, dando spiegazioni spesso surreali: un diritto che, secondo i religiosi, sarebbe stato "inappropriato", "un problema per gli uomini" o comunque "pericoloso per la stabilità del Regno". Pochi giorni fa uno sceicco piuttosto importante nel paese aveva giustificato il divieto perché, ha detto nello sconcerto mondiale, "le donne hanno un quarto di cervello degli uomini".

Un enorme passo in avanti per le saudite, che, peraltro nel regno ultra conservatore rimangono ancora vittime di tanti tabù: sono, infatti, costrette a indossare, secondo una rigida interpretazione del precetto islamico, una tunica nera che lascia scoperti solo gli occhi. Inoltre restano ancora le restrizioni sulla libertà di movimento, di viaggiare da sole oltre alla rigida separazione dei sessi in tutti gli ambiti pubblici, tranne che in quello familiare.

Un passo importante, comunque, e un’altra conquista per quelle donne obbligate finora a spostarsi in auto solo con un autista o con un uomo della loro famiglia.

La voglia di cambiamento era partita nel 2013, quando una decina di donne decisero di sfidare apertamente le rigide regole mettendosi alla guida. Fermate dalla polizia religiosa vennero multate. Tuttavia quel piccolo passo segnò una rottura, anche nell’opinione pubblica. Un cambiamento storico che si affianca a quello verificatosi a fine 2015 quando le saudite ebbero finalmente la possibilità di partecipare come candidate a una tornata elettorale: quella per i consigli municipali, che per la prima volta ha visto riconosciuto il loro diritto di voto e di elezione.

Negli ultimi sessant’anni le donne sono state capaci di cambiamenti spettacolari. In ogni parte del mondo, il genere femminile è andato avanti; dov’è arrivato dipende da dove è partito.

Ancora oggi la condizione di una donna araba o etiope è diversa da quella di un’americana o europea, ma in un caso o nell’altro un progresso c’è stato.

Pensiamo all’Occidente, e al nostro paese in particolare, che è avanti anni luce nel rapporto uomo-donna rispetto ad altre realtà del globo.

Per una moglie italiana era impossibile fino al 1975 usare il proprio cognome. Fino al 1963 era irrealizzabile per una donna intraprendere la carriera di magistrato. Più facile, invece, essere condannate per tradimento, visto che l’adulterio femminile cessa di reato solo nel 1968.

Per non parlare di aborto e divorzio, le due leggi – rispettivamente del 1970 e 1978 – più discusse e controverse. Ci sono però anche normative meno note ma egualmente importanti: come la legge del 1975 che, riformando il diritto di famiglia, stabilisce quella parità tra i coniugi nel diritto di famiglia che la Costituzione aveva già recepito (mentre la piena parità giuridica tra i figli nati dentro e fuori il matrimonio arriverà solo nel 2012); o quella del 1981, grazie alla quale sparisce dal diritto penale il cosiddetto “delitto d’onore”.

Faticose, per coloro che ci hanno preceduto, anche le battaglie per le tutele specifiche per le donne e le mamme lavoratrici, prive di qualsiasi aiuto fino al 1950: è di quell’anno, infatti, la legge che vieta il licenziamento fino al primo anno del bambino e introduce il trattamento economico dopo il parto. Nel 1956 arriva la legge sulla parità retributiva tra uomo e donna, mentre nel 1963 si dichiarano nulle le cosiddette “clausole di nubilato” nei contratti di lavoro, che molte donne erano costrette a firmare, e si consente alle donne pieno accesso a tutte le professioni e gli impieghi pubblici. Importanti, in questa direzione, anche le leggi che istituiscono la scuola materna e gli asili nido comunali (1971) o la parità tra padri e madri nei congedi parentali (1983), infine l’indennità di maternità per le lavoratrici autonome (1987) e per quelle disoccupate (1998).

E poi ci sono, ovviamente, le leggi per fermare la violenza: quella del 1996, quando finalmente, e tardivamente, la violenza sessuale diventa reato contro la persona e non contro la moralità pubblica e si stabiliscono pene gravi per chi compie violenza; e quella del 2009 che introduce il reato di stalking, per arrivare a quella contro il femminicidio.

Il bilancio però, a oltre sessant’anni dall’Assemblea costituente, resta ancora amaro. E le donne continuano a correre a perdifiato.

L’ultimo episodio di cronaca relativo alle donne arabe conferma, però, che la corsa non si è arrestata e che stiamo vivendo un vero boom dell’autostima femminile da una parte all’altra del pianeta.

Ma, se le donne dei movimenti femministi degli anni Settanta hanno figlie che godono la libertà frutto delle loro battaglie, i maschi di quella generazione, invece hanno messo al mondo una genia di uomini disorientati e incapaci di stare al passo con le donne nuove.

Per carità, anche i maschi sono cambiati; molti uomini, costretti a seguire le mamme nell’era delle nuove famiglie si ritirano a casa per accudire i figli mentre le mogli fanno carriera, cambiano i pannolini ai pargoli e li portano a spasso nel passeggino; ma lo hanno fatto in maniera meno spettacolare. La loro, più che una corsa è stata una rincorsa, con risultati a volte disastrosi. La determinazione delle donne di contare di più e di far valere i propri diritti – in campo sociale, lavorativo, sessuale e familiare- li ha costretti a inseguire. E questo non è stato facile. Molti uomini ancora oggi non riescono ad adattarvisi. E qui penso anche alla mia ristretta cerchia di maschietti familiari, figliolo compreso che, nonostante l’emancipazione da me raggiunta, mi vorrebbero come la fatina della casa o l’angelo del focolare pronta a far da mangiare, stirare, lavare e spolverare; perché certi steriotipi sono duri da far digerire anche alle nuove generazioni.

La parità nelle opportunità di carriera richiede sforzi, adattamenti e concessioni. La parità sessuale, nel linguaggio e nei desideri, è per molti sconcertante.

Con l’emancipazione femminile e con la conquista di diritti sociali, economici e civili della donna, la figura maschile si sente destabilizzata, sbandata, quasi in imbarazzo di fronte ad una donna che dimostra di saper portare avanti battaglie e di vincerle, di saper svolgere gli stessi lavori degli uomini, di riuscire bene in qualsiasi impresa. Un imbarazzo alimentato ancora di più da ciò che la donna possiede e l’uomo non potrà mai avere: la capacità di generare la vita. Ecco, di fronte a tutto questo l’uomo, non aiutato dalla società contemporanea priva di valori relazionali, reagisce con la prepotenza, con gli abusi, con le violenze.

Femminicidi, violenze sessuali, abusi non sono altro che il prodotto della reazione maschile a una società che non ha saputo fornire all’uomo un ruolo alternativo e che alimenta in tutti, uomini e donne, insicurezza e distacco dalle emozioni. Questi episodi sono un chiaro segnale di debolezza e d’impotenza di fronte all’incapacità di accettare una donna che mediamente è più brava a scuola, che raggiunge ottimi risultati sul lavoro e fa carriera, che sa destreggiarsi nel coniugare casa, famiglia e vita professionale.

Non a caso negli ultimi anni si è registrato un aumento impressionante di donne uccise dal proprio compagno, di stupri e di soprusi: è la manifestazione di un genere maschile che cerca di affermarsi e di riprendersi con la forza e con la prepotenza un ruolo di superiorità che non gli compete, e che la società civile gli ha tolto da tempo.

Dalla Bibbia sappiamo che la donna esiste grazie a una costola presa dall'uomo. "Il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolto all'uomo, una donna e la condusse all'uomo". Ma, "selà", termine ebraico, tradotto come "costola", generalmente significa "fianco". Ma, hanno ragione i rabbini quando dicono che se Dio avesse voluto la donna ai piedi di un uomo, Eva sarebbe stata creata dai piedi di Adamo!


Fu tradotto con costola perché il torace è la parte più importante dell'uomo in quanto racchiude il cuore e quindi punto focale di ogni sentimento. Quindi, appare chiaro che Dio creò la donna per stare a fianco dell'uomo. E non dietro.

La storiella che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna ha perso ogni ragione di sussistere e comunque non può non suscitare il dubbio che, se l'uomo è così intelligente perché pare abbia il cervello più grosso del nostro, perché ha bisogno per brillare dell'intelligenza della donna, che per di più deve stare al buio per non togliergli la luce, a maggior ragione se ha una marcia in più?