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Benvenuti al sud tra villaggi neolitici e speculazioni edilizie

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di LAURA FANO

I borghi e le spiagge della Puglia sono da anni meta di un turismo d'élite che non ha niente da invidiare a quello della Sardegna o della California.

 

 

E che, per di più, gode l'illusione di trovarsi in contesti tranquilli ed isolati, lontani dai paparazzi e da accuse di eccessivo lusso. La scorsa estate sono apparsi sulle nostre coste personalità italiane e straniere di ogni calibro: dalla figlia del Presidente degli Stati Uniti, Ivanka Trump, ai coniugi francesi Macron, a Tom Hanks; ma anche Vasco Rossi, Katherine Kelly Lang e calciatori e modelle: tutti alla scoperta delle bellezze paesaggistiche, architettoniche, culturali e culinarie di questa costa dell’Adriatico.

La Puglia è una terra contraddistinta dall’autenticità dei luoghi. Un territorio millenario, che consente di vivere esperienze di comunità in luoghi attraenti dove la cultura si mischia a pezzi di storia stratificati: parla di buona cucina, buon vino, di uno stile di vita che è quello dei nostri paesi, con la campagna che penetra nella tavola e nel paesaggio, i muretti a secco che hanno dato identità alle nostre terre e le “pagliare”, ossia antichi pagliai - che oggi rischiano di essere distrutti -  che ancora punteggiano le campagne e che ti accompagnano verso il mare, dove trovi i gigli bianchi sulle dune, la macchia mediterranea dai mille profumi, dove è facile chiacchierare ovunque, in piazza come al bar.

Qui, su queste terre fertili, erano approdate le popolazioni dell'antica Illiria, avevano portato con sé la capacità di plasmare il territorio organizzando la coltivazione dell'ulivo e utilizzando la pietra per gli antenati dei nostri muretti a secco. Il numeroso materiale rinvenuto in questi luoghi, racconta storie di pietra e dimostra come la preistoria dalle nostre parti sia stata importante: sembra proprio che l’uomo preistorico avesse trovato, qui da noi, l’ambiente favorevole per insediarsi e progredire nel dominio del mondo circostante.

Testimoni di questa terra accogliente e ricca di storia e preistoria, oltre ai menhir e alle numerose grotte rupestri, sono Delia la più antica madre della storia: uno scheletro di una ragazza “neolitica” di 20 mila anni fa, con in grembo il figlio mai nato. L’hanno chiamata “Delia” e doveva essere un tipo interessante: un metro e 74 di altezza, gambe lunghissime, denti e sorriso perfetti. Probabilmente, morì di parto. E poi l’uomo di Altamura che, pare, qualche eminente studioso abbaia intenzione di “decapitare” solo per studiarlo meglio o sistemarlo in una bacheca museale.

In quest’ angolo di terra che si affaccia sul Mediterraneo un tempio dedicato alla dea Era aveva segnato l'importanza di un insediamento che, come ebbe a dirci l'anziano archeologo Quirico Punzi, avrebbe potuto rappresentare per noi "la Pompei del Neolitico". Un insediamento enorme nella località di Palese, quartiere della periferia barese, celebre per la presenza dell’Aeroporto intitolato a Karol Wojtyla, tra l'attuale via Vittorio Veneto e via Titolo verso la citta di Bitonto fino a raggiungerla, grazie ai corsi d'acqua che ancora oggi viaggiano nel sottosuolo.

Un sito archeologico, ricco di pagine di storia antiche 8-10.000 anni, dove erano stati rinvenuti alcuni preziosi reperti, tra cui 9 scheletri (di cui uno in posizione supina, assai rara), ceramiche, manufatti (come una rara statuetta della Dea Madre), pavimentazioni e fornaci, tutto ben conservato nonostante i migliaia passati sottoterra e portati via.

Resti rarissimi di un villaggio integro nella sua composizione cannibalizzato dall’espansione del territorio e massacrato dal veloce intervento delle ruspe dei palazzinari pronti, con il placet della Soprintendenza dei Beni Culturali della Regione Puglia, a costruire villini, cancellando pagine di storia che altrove, come ha evidenziato l’Arch. Eugenio Lombardi, avrebbero fatto la ricchezza di chi le avesse ospitate.

Quel pezzo di un villaggio neolitico integro, che era emerso dagli scavi propedeutici alla realizzazione di dieci villini, oggi non esiste più. Al suo posto un cartello dove è annunciata la prossima realizzazione di ville unifamiliari indipendenti, con tanto di rendering e numeri di telefono dell’ufficio vendite.

La decisione sulla sorte delle rovine del villaggio del Neolitico di Palese sembra ormai essere definitiva. Dopo la comparsa sul cancello del cantiere del cartello che illustra le future villette che vi saranno costruite, le pressanti repliche d’ intellettuali ed esperti del settore paiono non avere più voce in capitolo sulla vicenda. E i resti dell’antico insediamento sono destinati ad un profondo oblio.

La storia dell’Italia unita è scandita da indagini archeologiche, ma anche da troppi abbandoni. Da distruzioni di ogni tipo. Dagli sterri dei primi decenni del Novecento alle indagini preliminari più recenti, una parte del patrimonio, dissipato. Per risorse indiscutibilmente insufficienti, ma anche per evidenti incapacità gestionali. Per politiche, anche culturali, inadeguate.

Già nel 1878, in una sintesi della storia urbana di Roma rivolta al pubblico dell’Esposizione Internazionale di ParigiRodolfo Lanciani, uno dei più grandi archeologi romani di tutti i tempi, chiedeva una maggiore attenzione al patrimonio archeologico del sottosuolo urbano. Condannando la sistematica distruzione subita dalle ville storiche ed esprimendosi in maniera quanto mai critica in merito ai risvolti affaristici e speculativi della crescita edilizia della città.

Centinaia e centinaia di metri cubi di costruzioni antiche polverizzate. Oppure ri-sepolte dopo la scoperta, in attesa di risorse che probabilmente non arriveranno mai. A Napoli come a Bologna, a Cagliari come sulle colline marchigiane. Nel reggiano come a Torino. Ovunque lavori edilizi, sia pubblici che privati, troppo frequentemente abusivi, abbiano comportato scavi.

Quasi non c’è città, paese e territorio che non abbia sacrificato, più o meno consciamente, parti cospicue del suo passato. La “foga cieca e distruttrice”, come sostiene Settis nel libro Paesaggio, Costituzione, Cemento del 2010, uno dei grandi mali. Una delle cause del disastro. Perché non esistono solo l’abbandono e il degrado, che uniscono PompeiSibariCrotone ad AnconaPaestumCales.

Accanto a questi ci sono le troppe distruzioni, tante volte regolarmente autorizzate. Il caso del quartiere produttivo di Pompei, individuato nel comune di Torre Annunziata, sacrificato per lasciare spazio ad un nuovo megastore è solo un caso di una lista quasi infinita.

Il quadro che se ne ricava è desolante. Valorizziamo in maniera inadeguata una parte più che esigua dell’esistente. Tuteliamo pochissimo di quel che si scopre. Mentre la gran parte degli addetti ai lavori, a partire dagli archeologi, cerca di sopravvivere come può alla continua emergenza e di lanciare un grido di allarme e di sdegno. Viene da credere che nonostante i proclami, il patrimonio archeologico continui ad essere un fastidioso “peso”. Del quale disfarsi.

Questi siti sono patrimonio di tutti, rappresentano la nostra storia e le nostre radici e dimostrano come sia importante e quale valore abbia il nostro territorio anche agli occhi del mondo, Farne dei parchi archeologici, come accade in altre parti del globo, sarebbe la maniera idonea per valorizzarli. Sono "santuari" e meriterebbero attenzione anche da parte della comunità scientifica internazionale.

Pompei, Ercolano sono diventati patrimonio UNESCO grazie a scoperte casuali e all’investimento di chi ha creduto negli scavi e nella conservazione dei siti e dei reperti rinvenutivi.

Se il principe d’Elboeuf, il re Carlo III di Borbone e i francesi, piuttosto che dar corso agli scavi e portare alla luce il solo luogo al mondo dove è possibile rivivere la quotidianità dell'antica Roma avessero deciso di costruirci sopra dei villini, la storia di Pompei ed Ercolano sarebbe rimasta sepolta sotto cumuli di cenere e lapilli e i milioni di visitatori che ogni anno si portano in quei luoghi nulla saprebbero di quel che accadde allora.

Nel nostro Paese, si sa, la cultura non paga e forse i nostri governanti, lontani anni luce dai fasti del Regno di Napoli, preferiscono un turismo legato al cibo, al gossip e alle spiagge.