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Borgo San Leucio: un sogno di seta

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di LAURA FANO

Cos’anno in comune il Vaticano, Buckingham Palace, la Casa Bianca, il Cremlino il Quirinale, Montecitorio, il Parlamento di Malta e Ferdinando IV detto “Re nasone”?


La seta di San Leucio.

Pochi sanno che nei pressi della Reggia di Caserta, con cui condivide il privilegio di essere patrimonio dell’Unesco, sorge su una verde collina, la Real Colonia di San Leucio.

Qui, nel 1798, mentre a Parigi scoppiava la rivoluzione, re Ferdinando IV decise di trasformare il casino di caccia acquistato dagli Acquaviva di Caserta, chiamato il belvedere per l’incantevole vista, in una grande manifattura di seta per competere con la produzione di Lione. Gli abitanti del borgo furono istruiti per diventare degli artigiani eccellenti e dei cittadini esemplari, perché “avendo avuto la disgrazia di perderci il mio primogenito”, scrisse il sovrano, “stimai di quell’abitazione farne più altro utile uso”.

Lady Elizabeth Craven – figlia del marchese Berkeley – famosa per i suoi racconti di viaggio, è in visita alla Manifattura Reale di San Leucio godendo dei servigi della migliore guida di cui, in quel tempo, si potesse disporre; nientemeno che il fondatore stesso della Manifattura: Ferdinando IV di Borbone Re delle Sicilie. Lasciamo alla stessa Lady Elisabeth il racconto di quell’incontro: << Ferdinando aveva fatto costruire a qualche miglio da Caserta un edificio ch’egli molto desiderava mostrarmi; era un castello detto del  “Belvedere”, dal quale, difatti si godeva tutta la bella campagna dei dintorni di Caserta. Dietro il castello e accanto ad esso era un acconcio fabbricato, costruito per una officina da stoffe di seta. Fui accompagnata lì, in una vasta sala al pianterreno, ove alcune donne e parecchie fanciulle giusto erano intente a scartar la seta: una superba macchina che il Re aveva fatto venire da Lione forniva il moto agli arcolai. E quel setificio era stato impiantato a San Leucio dal Re, perché potessero onestamente guadagnar pane le famiglie di quei villici.

Ferdinando IV – ella scriveva proseguendo nel suo racconto – già si trovava in quella sala quando io entrai. Mi fece passeggiare in lungo e in largo quasi un’ora e mezzo e, fra tanto, mi fornì spiegazioni non pure su tutte le regole dello stabilimento ma fin su’ più intricati dei congegni meccanici che rendevano quel lavoro più agevole. E tutto questo egli fece con tale una precisione e una chiarezza e una soddisfazione che proprio mi provarono com’egli comprendesse perfettamente quel che mi sarebbe stato assai difficile ricordare, e come ancora singolarmente si piacesse di quell’industria ch’egli aveva creato (… ) >>.

Ferdinando era fiero di quelle macchine moderne che egli stesso aveva scelto e fatto arrivare da Lione. Ai tecnici stranieri che le avevano montate, aveva fatto mille domande ed aveva acquisito una rara competenza sul loro funzionamento. Come quei bambini che – nonostante siano svogliati nello studio, indisciplinati nel comportamento e non molto dotati nell’apprendimento – manifestano, però, una inattesa quanto notevole attitudine nella comprensione e nella manipolazione di complessi congegni meccanici;  così Ferdinando aveva acquisito una rara competenza fin nelle parti più intime di quegli ingranaggi. Ingranaggi dai movimenti sincroni, ripetitivi, prevedibili, rassicuranti. Il sovrano li osservava ammirato per ore fino a sprofondare in una sorta di trans ipnotico. Allora, forse, quelle macchine diventavano enormi giocattoli animati agli occhi di quel sovrano al quale le responsabilità di governo, che non aveva mai desiderato, avevano rubato le gioie spensierate dell’adolescenza.

Strana sorte quella di Ferdinando IV ! Egli non era destinato al difficile compito di sovrano. Ma, eventi imprevedibili lo collocarono sul trono di Napoli alla tenera età di otto anni e vi restò per ben sessantacinque anni.

Ferdinando non aveva gli strumenti culturali né le doti caratteriali per comprendere le diverse situazioni di quel complesso periodo storico attraversato dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese, dall’avventura napoleonica, dalle rivendicazioni costituzionaliste e dalle prime cospirazioni carbonare. Non comprendeva il turbinio storico dei mutamenti sociali dai quali si sentiva come travolto. Chissà, forse è immaginabile che egli trovasse conforto contemplando per ore quelle macchine per la tessitura. Macchine dagli ingranaggi ritmici, ripetitivi, che scandivano un moto prevedibile e per questo atemporale. E, forse tranquillizzato da quel moto costante, gli venne l’ispirazione di ricostruire un intero sistema sociale come se fosse un enorme meccano. Dovette nascere così l’ambizioso e rivoluzionario progetto di un Regno fuori dal tempo, fuori dalla Storia di una “Città Utopica”: la Reale Colonia di San Leucio, ovvero  il nucleo della futura Ferdinandopoli.

Nel 1789 San Leucio veniva dichiarata da Ferdinando IV Real Colonia. Era giunto il momento di piantare le fondamenta della sua città futura per trasmutare il nessun luogo del suo regno fantastico in una realtà concreta.

Fece costruire case per gli operai, che dovevano vivere in “perfetta uguaglianza”, vestire allo stesso modo, distinguersi solo per i meriti, osservare i precetti religiosi. Trasformò un’ala del palazzo in chiesa, abolì la dote (il re donava la casa) e i testamenti (i figli ereditavano dai genitori), spinse i giovani a sposarsi solo per amore e a “non tiranneggiare la moglie”, Istituì una “Scuola normale” obbligatoria per i ragazzi e le ragazze dai sei anni in su, dispose cura e assistenza sanitaria per tutti, indicando che “l’amore anima questa società”: ogni operaio doveva versare una quota dei guadagni alla cassa di carità per invalidi, ciechi e malati.

La Real Colonia era popolata da 214 “individui”: i migliori maestri tessitori italiani e francesi che il re aveva chiamato a Caserta con il dichiarato obiettivo di produrre seta che superasse in bellezza quella prodotta allora a Lione.

A questi vennero assegnate abitazioni e infrastrutture per la loro esistenza, affidati  macchinari per la produzione e la manifattura della seta ed allestiti efficienti e confortevoli luoghi di lavoro; godeva di autonomia economica con tanto di cinta muraria, filanda, giardini e vigneti. La Colonia produceva tessuti per abbigliamento e da parati: lampassi, damaschi, velluti, taffetà, broccati e rasi. Qui nacque un particolare modo di lavorare la seta: il gros de Naples.

Per colorare i fili di seta si usavano tinte naturali come il verde Salice, quello di Prussia, la noce peruviana, l’acqua del Nilo o il fumo di Londra.

L’innovazione, però, non fu solo industriale. Ferdinando IV creò, infatti, una vera e propria comunità, con tanto di statuto che fissava principi di socialità ed eguaglianza, decisamente moderni alla fine del Settecento. I lavoratori — oltre all’assegnazione di una casa dotata di servizi igienici — avevano diritto alla formazione gratuita a una cassa «di carità» e all’assistenza per anziani e infermi.

L’utopia della “Città del Sole” del calabrese Tommaso Campanella, vittima dell’Inquisizione e della dominazione spagnola a Napoli e in Sicilia, sarebbe stata  così realizzata proprio nel “retrogrado” regno dei Borbone, dove, a dispetto delle calunnie e delle menzogne diffuse dalla centrale londinese della massoneria, per iniziativa dei Borbone era fiorito l’Illuminismo di Vico, Galiani, Genovesi, Pagano, Filangieri, il più ragguardevole nell’ambito dell’Illuminismo italiano. San Leucio può essere di fatto e a buon diritto considerato esempio di repubblica protosocialista della storia contemporanea. Ed è curioso ciò risalga a un despota illuminato.

Grazie anche a queste condizioni di vita, decisamente superiori a quelle di molti lavoratori dell’epoca, la produzione di seta crebbe in pochissimo tempo, e San Leucio si trasformò da semplice «colonia» a termine di paragone per l’eccellenza della tessitura.

Dopo l’Unità d’Italia, il setificio passò a privati e rimase attivo fino agli anni sessanta del secolo scorso. Poi l’abbandono dopo il terremoto del 1980 che colpì Campania e Basilicata.

Oggi, ripartendo da quei telai, l’utopica fabbrica settecentesca torna a produrre i filati noti in tutto il mondo. Due tessitori, ultraottantenni, gli unici in grado di far ancora funzionare quelle macchine in legno, assieme ad operai delle nove aziende della Rete San Leucio, insegneranno ai giovani l’arte della tessitura a mano.