Il SudEst

Saturday
Nov 18th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Sociale Sociale Stupro e femminicidio

Stupro e femminicidio

Email Stampa PDF

di LAURA FANO

L'irrisorio valore della vita umana

 


 

Quanto vale per lo Stato italiano la vita di una donna uccisa dal proprio compagno e dal proprio coniuge?

Lo scorso 10 ottobre è stato varato, dopo anni di avvertimenti e di condanne inferte dalla Corte europea, un decreto che prevede una serie d’indennizzi per le vittime di reati violenti come femminicidio e stupri.

Le cifre stanziate? Agli orfani di femminicidio lo Stato vorrebbe erogare 8.200 euro, mentre per le vittime di stupro prevede un risarcimento da 4.800 euro. Inoltre, la legge prevede "per il reato di omicidio un importo fisso a titolo d’indennizzo pari a 7.200 euro", mentre per gli altri reati di tipo violento è invece prevista un’elargizione "fino a un massimo di 3.000 euro a titolo di rifusione delle spese mediche e assistenziali".

E non finisce qui! Per ottenere il risarcimento ci sono precisi criteri da rispettare. Oltre al reddito annuo che non deve essere superiore a quello previsto per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato (circa 11mila euro annui), la vittima deve dimostrare, tra l’altro, di aver esperito infruttuosamente l’azione esecutiva nei confronti dell’autore del reato per ottenere il risarcimento del danno dal soggetto obbligato da sentenza di condanna irrevocabile o di una condanna a titolo di provvisionale, salvo che l’autore del reato sia ignoto.

Infine, per ottenere il risarcimento, la vittima non deve aver percepito, per lo stesso fatto, somme erogate a qualunque titolo da soggetti pubblici o privati e non deve essere mai stata condannata con sentenza definitiva o sottoposta a procedimento penale per reati gravi e per reati relativi a evasione di imposte sui redditi e Iva.

Insomma, senza girare troppo intorno alla questione, le cifre non possono che essere considerate oltremodo ridicole, ma soprattutto appaiono certamente lontane da quelle previste per le vittime di reati legati al terrorismo, alla criminalità organizzata o a quelle elargite in caso d’incidente stradale quando il veicolo non è coperto da assicurazione.

Tragedie e crimini così odiosi non si ripagano con i bruscolini.

Quasi quotidianamente leggiamo sule pagine dei giornali la violenza fisica, morale e psicologica compiuta nei confronti delle donne: un numero di episodi che cresce in maniera esponenziale e che continua a spaventare, specie se si pensa ai tanti carnefici responsabili rimasti impuniti. I corteggiamenti spietati e ripetuti, le percosse e gli stupri, le pressioni psicologiche sul lavoro sono spesso le conseguenze di un movente passionale, di un’impossibilità di intendere e di volere, di una semplice perversione che scatenano atti di violenza, non di rado atroci, ai danni di madri, fidanzate e bambine.

Qui non si tratta semplicemente di recepire in parte e maldestramente una direttiva, ma di cambiare mentalità.

Le parole femminicidio e stalking, sebbene siano entrate a far parte della lingua italiana dell’uso comune solo di recente, indicano delitti che hanno origini molto più antiche, addirittura risalenti alla Roma imperiale. Pare, infatti, che proprio in quegli anni, le donne siano riuscite ad abbandonare il ruolo esclusivo di mogli e madri, assegnato dalla morale della Res Publica: durante il principato di Augusto, le donne iniziarono a trovare il proprio spazio nella società, addirittura accedendo alla carriera di avvocato.

Ma, c’è ben altro. Gli episodi tramandati dagli stereografi della letteratura latina e le iscrizioni funerarie di quell’epoca sembrano le prime pagine delle cronache dei nostri giorni: stalking e femminicidio, corteggiamenti ossessivi e omicidi violenti.

La storia della letteratura latina è tempestata di episodi di donne uccise dai loro mariti o costrette al suicidio da circostanze insostenibile, a conferma di un retaggio culturale difficile da sradicare e che nonostante le campagne di sensibilizzazione non pare attenuarsi.

Livio, nel suo Ab Urbe Condita, ci ricorda il celebre episodio della cacciata dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo: ad accendere gli animi dell’insurrezione, cui seguì l’instaurazione della Repubblica, fu l’oltraggio compiuto da Sesto Tarquinio, figlio del re tiranno, ai danni della nobile matrona romana Lucrezia, moglie di Collatino, che dopo aver subito la brutalità dello stupro si tolse la vita, lavando con il proprio sangue la macchia della vergogna.

Ancora Livio racconta la storia di Virginia, giovane plebea, “corteggiata” e rapita dal patrizio Appio Claudio: l’uomo intentò un processo alla ragazza per ridurla al rango di schiava al suo servizio, ma il suo padre, Virginio, decise di assicurarle la “libertà “nell’unico modo in cui gli fu possibile”, con la morte.

Tacito, ancora, negli Annales ci tramanda la vicenda di Ponzia Postumia, vissuta al tempo di Nerone e morta tragicamente per mano del tribuno Ottavi Sagitta: il senatore, in seguito condannato a morte, costrinse la donna all’adulterio e dopo una “notte che passò in litigi, preghiere, rimproveri, scuse e, in parte effusioni, a un tratto, quasi fuori di sé, infiammato dalla passione, trafisse col ferro la donna che nulla sospettava”.

Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la vicenda di Giulia Maiana, “Donna specchiatissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, la definisce l’epitaffio commissionato dal fratello Giulio Maggiore e da suo figlio Ingenuinio Gennaro. Anche di lei si sa poco, se non che fu sposata per 28 anni ed ebbe due figli che, quando fu ammazzata, avevano 18 e 19 anni. Una lunga casistica che contempla anche casi di rapine finite nel sangue, come la piccola e “sfortunatissima Giulia Restuta, uccisa a dieci anni a causa dei gioielli” che indossava.

Da ultimo la brutalità dello stesso imperatore Nerone che, come riportato da Svetonio nelle Vitae Caesaris, fu responsabile della morte della madre Agrippina, della prima moglie Ottavia e si accanì con l’amante Poppea, uccisa con un calcio al ventre che ne portava il figlio.

Una storia, questa che ci riporta a un’analoga vicenda descritta da Folostrato, nelle Vite dei Sofisti, su Annia Regilla, nobile matrona imparentata con la famiglia imperiale e sposa del ricco console Erode attico: questi fece picchiare dal suo liberto Alcimedonte la moglie Regilla che, incinta di otto mesi, morì di parto prematuro; al termine del processo sia il marito sia il liberto furono assolti per mancanza di prove.

Insomma, una società in cui la violenza era incomparabile rispetto ai nostri standard ma anche così evoluta da prevedere - dal II secolo avanti Cristo - una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente: si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. E, a proposito di stalking, non dimentichiamo che fu il Dio Apollo a macchiarsi per primo di questo reato, inseguendo sino alla disperazione la bellissima ninfa Dafne che obbligò la madre Gea a trasformarla in una pianta d’alloro, affinché potesse sottrarsi al supplizio.

Il femminicidio, però, è un tema profondamente radicato anche nella letteratura. Nella Divina Commedia, Francesca racconta a Dante. “ Amor condusse noi ad una morte”. Francesca da Polenta, per unire le due famiglie tra le più rinomate in Romagna, fu data in sposa allo zoppo e rozzo Gianciotto Malatesta, ma la ragazza era innamorata di Paolo. E per amore di Paolo, ucciso per mano del fratello, morirà anche Francesca.

A morire sono le donne che dicono no. Quelle che decidono di interrompere, chiudere un legame, più o meno formalizzato, o comunque di non volerlo ricostruire.

Non sembrerà, allora, inutile concentrare il fuoco dell’attenzione sulla “Carmen” di Georges Bizet: Carmen è la prima eroina dell’opera lirica a essere assassinata sulla scena, anche se lo si potrebbe dimenticare, stanti gli omicidi di primedonne, come Salomé e Lulu, che seguono la sua scia.

Tutte donne che hanno opposto il proprio rifiuto a qualcosa che non desideravano. E in questo, il femminicidio è la risposta violenta alla libertà femminile.

Chiunque si sia occupato di violenza maschile sulle donne sa bene che il fenomeno ha radici culturali profonde: oggi come ieri, la matrice della violenza contro le donne può essere rintracciata nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne.

Almeno dalla Rivoluzione agricola (12mila anni fa), la maggior parte delle società umane sono state (o sono ancora?) società patriarcali, in cui le donne sono considerate inferiori agli uomini.

Se si procede nei millenni, e si arriva alle società greca e romana, è possibile svelare se non il momento nel quale nacque la divisione dei ruoli sessuali, il momento nel quale questa divisione venne codificata e teorizzata: e cominciò quindi ad essere vista, invece che come un fatto culturale, come la conseguenza di una differenza biologica, automaticamente tradotta in inferiorità delle donne.

La religione preomerica dominava l’elemento femminile, su tutti Gaia (la Terra); fino a quando – e ce lo narra Esiodo nella Teogonia – non prese il potere il giovane Zeus, padre e re dell’intera generazione degli dei olimpici, e con essi si affermò una visione del mondo nuova, tutta maschile. Maschile e potente al punto che Atena stessa, la meno femminilmente connotata fra le divinità, nacque dalla sola testa del padre Zeus.

Si dice sempre che occorre studiare la storia per imparare dai propri errori. Quanto tempo dovrà passare ancora e quanti altri nomi di donne dovranno essere ricordate prima che l’uomo impari da quegli errori?

Le donne uccise dagli uomini sono vittime tre volte. Prima dei mariti, dei compagni e degli ex fidanzati che le ammazzano; poi della cronaca giornalistica che racconta gli omicidi e infine, dallo Stato che, nella migliore delle ipotesi, concede alle donne e ai loro disgraziati figli una manciata di briciole.

Il femminicidio non è mai un fatto isolato, un gesto folle e improvviso, ma è l’ultimo atto di un ciclo di violenze; esso individua una responsabilità sociale e statale nel persistere, ancora oggi, di un modello socio-culturale patriarcale, in cui la donna è subordinata, soggetto discriminabile, violabile, uccidibile.

Occorrono pertanto non solo leggi chiare e pene certe, ma anche l’impegno a formare e educare istituzioni e società che garantiscano alle donne una vita libera da ogni forma di violenza: promuovere una cultura che non le discrimini; adottare ogni misura idonea a prevenire la violenza maschile su di esse; proteggere quelle che vogliono fuggire dalla violenza maschile, perseguire i crimini commessi nei confronti delle donne.

È ora che si restituisca alle bambine, alle ragazze e alle donne la libertà di essere se stesse, di essere pienamente soggetti di diritto, uniche padrone di sé e non proprietà degli uomini che le uccidono nelle loro case, le bruciano lungo i cigli delle strade o in gabbie come animali, in ogni tempo e a ogni latitudine.