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Stop alle ricerche su Alzheimer e Parkinson

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di LAURA FANO

Pfizer getta la spugna

 

 


La lotta all’Alzheimer e al Parkinson si fa sempre più dura. Dopo l’addio di Merck, anche Pfizer ha annunciato l’abbandono della ricerca di medicinali contro queste malattie. Gli ingenti investimenti -anche economici- finora profusi non hanno dato risultati positivi, così le due aziende hanno deciso di dirottare altrove i propri investimenti.

Gli sforzi per trovare un antidoto alla malattia neurodegenerativa più grave e numerosa l’Alzheimer, che colpisce 80 di milioni di persone nel mondo, sono stati costosi ma inutili -ha spiegato la società- che ha quindi deciso di abbandonare la strada intrapresa, spostando su altri campi della ricerca - in particolare in aree in cui ha già raggiunto una forte leadership scientifica e il massimo impatto sui pazienti- i propri interessi. Lo stesso destino toccherà anche alla ricerca contro il morbo di Parkinson, per il quale non è stato ancora trovato un trattamento risolutivo.

Tanti nel corso della storia i personaggi illustri colpiti da queste malattie: Kant, il filosofo, autore di Critica della ragion pura e Critica della ragione pratica, fu vittima del morbo di Alzheimer: una patologia progressiva neurodegenerativa, caratterizzata da un declino cognitivo e fisico irreversibile e da comportamenti anomali. Un morbo che rappresenta oggi il tra il 50 e l’80 per cento delle forme di demenza e la sua incidenza aumenta parallelamente alla crescita dell’età media della popolazione.

Da questa patologia, descritta nel 1907 dal dottor Alois Alzheimer, sono stati colpiti anche il musicista Maurice  Ravel, Charlton Heston, Ronald Reagan Peter Falk , Rita Hayworth, Gene Wilder -l’attore comico, famoso per le sue interpretazioni in Frankestein Junior e Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato-, ma anche Agata Chirstie, la signora della letteratura in giallo,  Margaret Thatcher, Gabriel Garcia Márquez, Lauretta Masiero e Iris Murdoch, una delle scrittrici più brillanti d’Inghilterra. Le persone affette da questo morbo soffrono principalmente di alterazioni della memoria e dell’orientamento, limitazioni della concentrazione, della capacità di organizzazione e di giudizio, cambiamenti della personalità, della parola e della deambulazione. Sebbene possa manifestarsi in persone giovani, la malattia colpisce in genere persone tra i 70 e gli 80 anni con un’incidenza che aumenta con l’età. Solo nel nostro Paese ci sono 14 milioni di over 65, di cui 4 milioni non autosufficienti, che non hanno servizi alla persona e assistenza alle famiglie.

Se si stima che nel 2050 gli ultra 65enni rappresenteranno il 34% della popolazione, le previsioni per i prossimi anni indicano un aumento dei casi che renderà il nostro Paese, tra i più longevi al mondo, uno dei più colpiti dalla patologia. Un dato preoccupante, soprattutto se si considera che le diseguaglianze sociali, oggi in peggioramento in Italia, sono tra i fattori che più incidono sulle condizioni di salute.

Francisco Franco soffrì, invece, al pari di George Herbert Walker Bush, della malattia di Parkinson, che lo accompagnò fino alla morte. E di questo morbo, i cui sintomi sono noti da migliaia di anni, furono vittime celebri i Presidenti americani Harry S. Truman, Franklin Delano Roosevelt, il chimico Giulio Natta, Leonid Brežnev, Giovanni Paolo II , Cassius Clay e Charles M. Schulz, fumettista, dalla cui penna sono nati tutti i Peanuts, da Charlie Brown fino a Lucy, Linus e Piperita Patty.

Charlie Chaplin, secondo lo scrittore Francois Nourissier, era affetto dal morbo, e su Salvador Dalí circolano ancora oggi notizie contraddittorie: sembra che la malattia sia esordita verso il 1980, forse per causa di un cocktail di medicine che doveva essere somministrato alla moglie Gala, colpita da demenza senile, e che invece fu dato erroneamente all’artista con un danno del Sistema Nervoso; si sarebbe quindi trattato di un Parkinsonismo iatrogeno, indotto da farmaci.

Leonardo da Vinci studiò questa malattia neurodegenerativa, che ha un’evoluzione lenta e progressiva che mina il movimento e l’equilibrio, osservando persone che lo circondavano e annotando tutto su un libricino di appunti. Lo descriveva così: “vedrete … … coloro che … … hanno la loro testa o le mani tremolanti senza il controllo dell’anima; anima che non ostante tutte le sue forze non può evitare che queste parti tremino”. Negli ultimi anni di vita, Leonardo non era in grado di dipingere, perché non aveva il controllo del movimento dalle mani.

Difficile quantificare il problema generato da queste patologie. In Italia non si conosce nemmeno il numero dei malati. Si stima però - in base al numero di medicinali venduti – che tanto i malti di  parkinsoniani siano circa 600 mila le persone. Ma, soprattutto preoccupa la sempre maggiore precocità con cui il morbo attacca e insorge.

Nell’ultimo decennio, i farmaci sperimentali contro l’Alzheimer hanno ripetutamente fallito nel rallentare la malattia che distrugge la memoria. Nel caso dell’Alzheimer, patologia che lentamente cancella la memoria, due studi promettenti costati migliaia di dollari sono terminati con un buco nell’acqua. Alla fine dello scorso anno, un farmaco anticorpo infuso nei corpi dei pazienti, prodotto da Eli Lilly, non ha avuto un effetto significativo sulla malattia. Precedentemente, nel 2012, anche un farmaco messo a punto dalla stessa Pfizer, in joint venture con Johnson & Johnson ed Elan Pharmaceuticals, aveva fallito. Le speranze sono attualmente appese ad altri farmaci, come ad esempio, pillola studiata da Eli Lilly e da AstraZeneca, i cui risultati dovrebbero essere resi noti ad agosto e un farmaco di Eisai e Biogen di cui si avranno i dati l’anno prossimo, mentre gli esiti della ricerca su un farmaco sperimentale di Johnson & Johnson e Shionogi sono previsti nel 2023.

Si tratta in tutti i casi di farmaci che bloccano l’enzima di conversione beta-amiloide che, come sottolineato dal Prof. Vincenzo Solfrizzi, geriatra, dell’Università degli Studi di Bari che da anni si occupa della malattia, “è uno dei meccanismi causali della malattia”.

Attualmente, i trattamenti terapeutici utilizzati offrono piccoli benefici sintomatici e possono parzialmente rallentare il decorso della patologia. Anche se sono stati condotti centinaia di studi clinici per l’identificazione di un possibile trattamento per l’Alzheimer, e sono attualmente in corso alcuni grandi trial di prevenzione finanziati dalla Comunità Europea, non sono ancora stati identificati trattamenti che ne arrestino o invertano il decorso, trattandosi, come ha evidenziato il Prof. Solfrizzi, “di una malattia multifattoriale che richiede una strategia di approccio multi dominio, da realizzare attraverso interventi diversificati quali, per esempio e da una parte, l’esercizio fisico, la dieta, il training cognitivo, la gestione ottimale dei fattori di rischio vascolari e/o metabolici. Dall’altra parte un approccio, invece, target centrico o riduzionistico che ha caratterizzato in questi anni le strategie dei intervento del farmaco”.

Sconfiggere definitivamente la malattia resta purtroppo, allo stato attuale, ancora una chimera. “Nell’attesa che la ricerca scientifica prosegua e compia ulteriori importanti passi, com’è accaduto per l’AIDS, il cancro e l’epatite di tipo C, -ha concluso il Prof. Solfrizzi- occorre pensare in termini moderni: la possibilità di sconfiggere o quantomeno di rallentare l’insorgenza e il decorso del morbo è legata a una terapia di combinazione che vede insieme una condivisione delle due strategie precedentemente menzionate; ma occorre anche da parte dei Governi un salto culturale nell’approccio della malattia attraverso la predisposizione e attuazione di piani sulla cronicità che consentano una diagnosi precoce e che puntino ad ottenere se non la guarigione, una salute possibile”.