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Rocco Chinnici e il Fort Apache della lotta alla mafia

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di PIERDOMENICO CORTE RUGGIERO

In questi giorni è andato in onda il film per la tv su Rocco Chinnici.

 

 

 

Il magistrato ucciso dalla mafia nel 1983. Un film basato sul libro scritto dalla figlia di Chinnici. Rocco Chinnici è il magistrato che crea il pool antimafia, composto anche da Falcone e Borsellino. Chinnici è fortemente convinto dell'esistenza di un terzo livello nell'organizzazione mafiosa, livello composto da politici e imprenditori. Per questo l'arma principale usata da Chinnici era il monitoraggio del flusso di denaro della mafia. Il film, però, parla anche di Chinnici uomo, padre, marito. Un ritratto dolce e delicato dal quale emerge tanta umanità. La storia della lotta alla mafia è scritta da servitori della Legge, diventati eroi loro malgrado. Anche nel film su Chinnici emerge il dramma della scelta di mettere in pericolo se stessi e la propria famiglia. Eppure non hanno mai fatto un passo indietro. Pur sapendo di andare incontro a morte certa. Pur sapendo di avere pezzi dello Stato contro. Questo rende eroica la lotta alla mafia. Una lotta, però, anche molto amara. Amara per le decine e decine di vittime. Servitori della Legge e cittadini uccisi dalla mafia. Amara anche per la solitudine che circondava magistrati ed investigatori. Lasciati solo dallo Stato e dalla società civile troppo spesso diventata onorata società. Soli e spesso oggetto di critiche. Troppo spesso i Falcone, i Borsellino, sono stati trattati come pericolosi corpi estranei. Per molti anni la lotta alla mafia è stata fatta con pochi mezzi e pochissimi strumenti normativi adatti. Non può essere dimenticato, il sacrificio degli uomini e donne addetti alla scorta dei magistrati, Praticamente certi di morire, hanno fatto comunque  il proprio dovere. Come il maresciallo Lenin Mancuso, che solo e senza auto blindata, è morto cercando di proteggere il magistrato Cesare Terranova. Amara perché è sempre forte il sospetto che pezzi dello Stato abbiano favorito le stragi mafiose. Amara perché gli omicidi Chinnici, Terranova, Costa, Falcone, Borsellino e delle altre vittime, sembrano interventi chirurgici per preservare un corpo quasi totalmente malato, eliminando i pochi anticorpi rimasti. La morte delle vittime di mafia, non è stata inutile. Anzi. Ha risvegliato le coscienze, ha impedito di chiudere gli occhi. Ha donato esempi positivi da seguire. Tutto ciò, però, non deve cancellare tutte le amarezze. Tutte le pagine oscure della lotta alla mafia. Carabinieri, poliziotti, magistrati, chiusi a Fort Apache, aspettando rinforzi che non arrivavano. Nell'omelia per il funerale del Generale Dalla Chiesa, il cardinale Pappalardo disse “Dum Roma consulitur Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici. E questa volta non è Sagunto ma Palermo”. Parole dure, che mostrano il lato amaro della lotta alla mafia, alle mafie. Magistrati costretti a vivere blindati e isolati, mentre certa politica e certa imprenditoria banchettavano con la mafia. Praticamente alla luce del sole. Quando ricordiamo le vittime della mafia, i servitori della Legge, dobbiamo anche ricordare che non volevano diventare eroi. Volevano fare il proprio dovere, si aspettavano aiuto e protezione dallo Stato. Volevano tornare dalle loro famiglie. Vedere i figli crescere. Volevano amare e vivere. Paolo Borsellino disse “Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: Ci sono tante teste di minchia, teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello, quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero, ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima , c' è il più testa di minchia di tutti. Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

Le mafie si sconfiggono avendo il coraggio di essere tutti testa di minchia. Così che non possa più esistere un isolato Fort Apache.

Credit foto www.antimafiaduemila.com