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“Fatti, non parole”

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di LAURA FANO

Dalle suffragette di ieri a quelle di oggi

Manca meno di un mese al 4 marzo, e chi si occupa di sondaggi non è molto ottimista sulla partecipazione dei giovani e giovanissimi  alle prossime elezioni politiche. In Italia come in Inghilterra sono le nuove generazioni ad andare meno delle altre a votare. E quel che è peggio è che sono le giovani donne a non presentarsi alle urne.

Un fatto grave, anzi gravissimo. E’ evidente che le nuove generazioni percepiscano la storia come un fatto lontano. Le due guerre mondiali e i milioni di morti che si ricordano ogni anno, specie in questo mese dedicato alla memoria, dovrebbero bastare a scollarli dalla violenza propinata dalle serie TV che esaltano gentaglia da quattro soldi imbevuta di odio e violenza gratuita, e riportarli sui libri di storia, ricchi di vicende dignitose ed esemplari come le numerose battaglie fatte proprio da giovani donne per la conquista dei propri diritti, tra cui proprio quello di voto come libera manifestazione del proprio pensiero.

Spiacente dirlo, ma la questione femminile è più attuale che mai. La disuguaglianza tra donne e uomini è ancora un problema. La situazione è migliorata, ma non è possibile pensare che la lotta sia finita. In alcuni paesi come l’Arabia Saudita, certe battaglie debbano ancora essere vinte. Mentre, in altri, ci siano nuovi obiettivi da conquistare e traguardi successivi da raggiungere.

Le donne in tutto il mondo guadagnano percentualmente meno degli uomini. In Italia guadagnano più del 16% in meno facendo lo stesso lavoro. E non è solo questo; le donne in Italia sono il welfare. È un welfare quotidiano fatto da chi si occupa dei bambini, degli anziani, dei malati, paga le bollette e fa tutto il lavoro che dovrebbe essere sostenuto socialmente. E ancora manca la pari rappresentanza nei Parlamenti. Purtroppo, quando si toccano certe corde, diventa spesso una battaglia tra i due generi, quando bisognerebbe collaborare per un mondo migliore.

Oggi in Gran Bretagna si inaugurano statue in onore delle suffragette, quelle donne coraggiose e visionarie che lottarono come leonesse per ottenere il prezioso diritto di voto, e che il Daily Mail aveva con questo termine appellato per la prima volta nel 1906 per definire -con sfumatura dispregiativa- la Women's Social and Political Union (Wspu), uno dei gruppi che da decenni spingevano per il suffragio femminile. Erano donne rivoluzionarie perché sognarono un futuro diverso, e perché pensarono qualcosa che non c’era e lo ottennero. Oggi le ricordiamo e le festeggiamo per eliminare stereotipi, sessismo e abusi. Perché con le loro lotte ottennero un futuro diverso, un futuro migliore.

Il 6 febbraio del 1918, infatti, il Representation of the People Bill divenne legge. Le 'suffragette' giocarono un ruolo determinante nel conseguimento di questa vittoria, soprattutto in un'epoca in cui le donne avevano pochi diritti e non giocavano alcun ruolo sulla scena politica. Queste coraggiose signore portarono avanti una campagna senza precedenti di disobbedienza civile, fracassando le vetrine dei negozi, facendo saltare in aria cassette della posta e tranciando i cavi dell'elettricità. Altro che Gomorra!

In una delle loro azioni più eclatanti, lanciando bombe contro casa del ministro delle Finanze e futuro premier David Lloyd George nel 1913, determinando danni significativi.

Quello stesso anno, Emily Davison diventò la prima martire per la causa: morì dopo essersi buttata sotto un cavallo del re Giorgio V alla corsa equestre nota come Derby di Epsom. Molte attiviste furono arrestate e messe in prigione, dove intrapresero scioperi della fame e furono alimentate forzatamente.

La battaglia che vinsero, però, divenne una pietra miliare delle nostre moderne democrazie. Le suffragette riuscirono a raggiungere uno dei più grandi traguardi della storia contemporanea: il diritto di voto per le donne. Oggi i familiari e alcuni gruppi di pressione, oltre a ricordarle, chiedono al governo inglese di cancellare le condanne che pesano sulle loro biografie. Un pubblico perdono per chi infranse la legge per un obiettivo storico.

La battaglia delle suffragette inglesi fu la Musa ispiratrice per le femministe in altri Paesi: in America l’8 agosto 1920, 26 milioni di donne americane ottennero il diritto di voto alle stesse condizioni degli uomini. Dopo lunga battaglia, il movimento femminista americano delle cosiddette "suffragette" raggiungeva il suo principale obiettivo, perseguito attraverso manifestazioni, marce, pressioni alle istituzioni, scioperi fiscali, picchetti davanti alla Casa Bianca in cui le militanti per l'eguaglianza femminile si incatenarono ai cancelli o si distesero sul selciato

Queste donne aprirono la strada a quelle  di Francia, dove il movimento assunse lo stesso nome e le donne ottennero il diritto di voto nel 1944 durante la Seconda guerra mondiale.

In Italia per poter essere considerate cittadine al pari degli uomini il gentil sesso dovette attendere la fine della Seconda guerra mondiale, il 10 marzo del 1946. La loro prima occasione di voto non fu, infatti,  il referendum del 2 giugno 1946 per scegliere tra monarchia e repubblica,  ma le amministrative di qualche mese prima, quando le donne risposero in massa e l’affluenza superò l’89 per cento. Circa 2 mila candidate vennero anche elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra. La stessa partecipazione ci fu per il referendum del 2 giugno. Le donne elette alla Costituente furono 21 su 226 candidate.

Prima di allora sarebbe stato impensabile qualsivoglia partecipazione delle nostre nonne alla vita politica del Paese. A dire il vero un’illusione cartacea in passato vi era stata: lo Statuto Albertino, che rappresentava la Carta Fondamentale sino all’entrata in vigore della Costituzione, all’articolo 24, riferendosi ai cittadini, diceva: «Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi». Una di queste eccezioni, però e guarda caso, riguardava le donne, anche se non in modo esplicito. La riforma elettorale del 1882 concesse il diritto di voto a una parte consistente del movimento operaio portando il corpo elettorale dal 2,2 per cento delle popolazione a circa il 7 per cento, ma continuò a trascurare le donne. Così la successiva legge del 1895.

Nel frattempo, nel 1877, Anna Maria Mozzoni, milanese, femminista e socialista, rifacendosi alle esperienze inglesi, francesi e statunitensi presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne», la prima di una lunga serie ad essere bocciata. Nel 1912 venne introdotto il suffragio universale maschile e per la prima volta fu applicato nelle elezioni politiche del 1913. Anche da quella tornata elettorale le donne furono escluse. La guerra interruppe poi la lotta delle donne.

Il 9 maggio del 1923 Mussolini, al governo da un anno, parlò del suffragio femminile e promise alle donne il voto amministrativo. In quello stesso discorso rassicurò gli uomini dicendo: «Io penso che la concessione del voto alle donne in un primo tempo nelle elezioni amministrative in un secondo tempo nelle elezioni politiche non avrà conseguenze catastrofiche come opinano alcuni misoneisti, ma avrà con tutta probabilità conseguenze benefiche perché la donna porterà nell’esercizio di questi vivaci diritti le sue qualità fondamentali di misura, equilibrio e saggezza».

Nel 1925 entrò in vigore una legge che concesse ad alcune italiane la possibilità di eleggere gli amministratori locali. Tre mesi dopo, tuttavia, una riforma rimpiazzò i sindaci con i podestà e cancellò il voto amministrativo in generale. Le madri prolifiche dello stato fascista furono escluse dalla pubblica amministrazione e scoraggiate dall’istruzione superiore, venne proibita la vendita di contraccettivi e vennero stabiliti dei premi per le famiglie numerose. Molte femministe e molte delle militanti del Congresso del 1923 scapparono all’estero. Poi la guerra, di nuovo. E un nuovo attivismo, non appena fu costituito il Governo di Liberazione Nazionale.

Le elette alla Costituente (su 226 candidate) furono 21 pari al 3,7 per cento: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e una dell’Uomo qualunque. Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea per scrivere la nuova proposta di Costituzione. Alla socialista Merlin si deve la specifica della parità di genere inserita all’articolo 3.

Chi, come me, possiede dalla nascita il diritto al voto, dà per scontato questo diritto, ma al contempo si rende conto che la parità ancora non esiste. Ancora oggi, nel nostro moderno occidente, la società continua ad essere fortemente maschilista. Pensare che solo 100 anni fa le donne non potevano votare deve far riflettere. Perché 100 anni possono sembrare tantissimi, ma nella storia dell’umanità sono pochissimi. Oggi vedere una donna che vota non stupisce più nessuno. Ci sembra una cosa normale. 100 anni fa era impensabile. Ed è brutto vedere donne che non vanno a votare quando ci sono state persone che hanno combattuto per ottenere questo diritto.

L’esperienza delle Suffragette e di tutte quelle che le hanno seguite a ruota in giro per il mondo ci insegna che si possono cambiare le cose. Credendo nelle proprie ideologie, si può cambiare il mondo. Può esistere un presidente donna, possono crescere le libertà individuali. Possono esserci più diritti. Basta combattere per averli. Se penso ad oggi mi viene in mente la forza di Malala Yousafzai, l’ adolescente pakistana capace di opporsi con al potere anacronistico e assolutistico dei talebani, rivendicando, attraverso la sua parola, il diritto all’istruzione per se stessa e per tutte le giovani donne della città di Mingora, nella valle dello Swat.

E mi vengono alla mente in mente pure Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo e Giuseppina Pesce: tre donne in rivolta contro le cosche mafiose nelle quali erano nate, contro le proprie famiglie che le hanno represse e oppresse, punendole infine con la morte per la loro impudenza ed audacia. E se devo riflettere su un altro esempio di donna, penso alle mamma nigeriane, siriane ed eritree, che sole con i loro figli affrontano un viaggio rischioso e terribile per cercare un futuro migliore, che nel loro paese non è possibile trovare. Fatti, non parole come recitava il motto delle Suffragette.

Le conquiste delle donne che agli albori del Novecento, in una società fortemente sessista, lottarono per la propria autodeterminazione cambiando il corso della Storia, ci sollecitano a riflettere su come sia  stato difficile giungere a quel voto a cui proprio tante donne oggi non danno il giusto peso. Andare alle urne è un’opportunità per affermare con forza il sacrificio delle tante donne che ci hanno preceduto e con esse tutte le conquiste sociali, culturali, politiche ed economiche che proprio le donne si sono faticosamente guadagnate a discapito di violenze e discriminazioni: un tributo a tutte le donne che hanno lottato, che lottano e che lotteranno perché le nostre voci non siano mai più soffocate dall’ignoranza e dall’indifferenza.

Wirginia Woolf scriveva: Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci. Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori. Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai.