A noi i bulli non piacciono

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di LAURA FANO

La cronaca ci racconta quotidianamente di atti di bullismo in Italia e nel mondo:

un fenomeno in crescita esponenziale che non può essere ignorato, né taciuto. Abbiamo denunciato più volte gli insulti, le aggressioni violente, le minacce, i ricatti e gli atti vandalici, tanto sui social network quanto all’interno dell’ambiente scolastico dove i bersagli, oltre ai coetanei, sono troppo spesso anche gli insegnanti, incapaci di difendersi e di essere difesi.

Eppure, stupirsi perché la scuola di ogni ordine e grado non è un luogo di cherubini, è un tantino ingenuo. Viviamo in un mondo intriso di violenza, dove la sopraffazione è all’ordine del giorno. Le aule scolastiche poi sono sempre state terreno fertile di conflitti. Edmondo De Amicis lo aveva raccontato oltre un secolo fa.

“Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise". Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch’egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffa. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre giorni, e tornò più tristo e più insolente di prima. Derossi gli disse un giorno: - Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, - ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: - Franti! fuori di scuola! - Egli rispose: - Non son io! - Ma rideva. Il maestro ripeté: - Va’ fuori! - Non mi muovo, - rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti: si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un’espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. - Dopo trent’anni che faccio scuola! esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano dall’ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s’alzò e disse: - Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. - E allora egli si rasserenò un poco e disse: - Riprendiamo la lezione, ragazzi.” Così De Amicis, attraverso il diario di Enrico Bottini, ci decriveva nel 1886 il prototipo del moderno bullo.

Dalla scuola di "Cuore" a quella dei giorni nostri il passo e breve: nel romanzo di De Amicis c'è un continuo aggredire con ingiurie e botte e non si tratta solo del famigerato Franti, il cattivo per eccellenza, che a un certo punto minaccia il compagno “di piantargli un chiodo nel ventre”; finanche il buon Garrone “ha un coltello col manico di madreperla” 


In un altro romanzo, “Ribellione” di Pietro Micheli, datato 1909 ci si imbatte in un insegnante di storia naturale, il professor Prato, che non ha il coraggio di prendersela con gli studenti più pericolosi ma, «siccome una promozione generale sarebbe stata scandalosa, ogni anno bocciava qualcuno del mansueto gregge». Accadde allora che il pavido professore s’imbatté «in una specie di sciocco, zimbello di tutti i suoi compagni». E poiché lo zimbello di tutti i suoi compagni andava male in ogni materia, Prato decise di fare l'insegnante rigoroso solo con lui e lo bocciò anche in storia naturale. Non si accorse che il ragazzo aveva invece una straordinaria passione per quella materia: «aveva in casa sua» scrive Micheli «una raccolta di insetti, imbalsamava uccelli e mostrava non solo amore ma vera attitudine a quel genere di studi». Conseguenza: l'alunno reagì alla bocciatura armandosi di rivoltella e sparando due colpi al professore.

La violenza, intesa come prevaricazione dell’uomo sui propri simili, purtroppo, è sempre esistita. La storia dell’umanità, ai suoi inizi, è contrassegnata dal sangue di Abele, ucciso da Caino. La storia dell’antica Roma, secondo la leggenda, incomincia col fratricidio di Romolo che uccide Remo. Le guerre, il brigantaggio, i duelli e altre modalità di violenza hanno indotto il filosofo inglese Tommaso Hobbes ad affermare che la storia è lotta di tutti contro tutti. Ogni uomo è un lupo per l’altro uomo. La nativa fragilità umana, che i credenti chiamano peccato originale, e che il filosofo tedesco Kant definiva male radicale, è una delle cause della violenza.

Questi concetti sono ancor più attuali se pensiamo al mondo in cui quotidianamente dobbiamo sopravvivere, un mondo vorticoso che non ci lascia spazio e tempo per riflettere, pensare, parlare con noi stessi e soprattutto con gli altri. Un mondo fragile a ben guardare. Un mondo che ha una sua ossessione pericolosa, comunemente accolta come una molla positiva: la volontà di vincere, la paura di perdere. L'intera macchina mediatica lavora con un'intensità pazzesca per fabbricare i tratti del vincitore e del perdente. Lo vediamo nella pubblicità, nei cartoni animati, nei film, nelle serie TV, nei programmi d’intrattenimento, in politica e nei videogiochi tanto cari agli adolescenti. I ragazzi possiedono, già dall’infanzia, gli strumenti "culturali" per riconoscere tra loro il vincente e per vivere nell'ansia di essere il perdente. A questo aggiungi il fenomeno della globalizzazione, dell’immigrazione e i mass media: tutti eventi che cambiano e condizionano gli scenari sociali e il comportamento di ciascun individuo e che
hanno cambiato le opinioni di moltissima gente circa la famiglia, il diritto alla vita, la non-violenza. Da essi è nata e si è imposta la società dello spettacolo: i video-telefonini fanno prevalere il visto sull’udito; gli individui comuni in TV danno spettacolo di sé, calpestando il pudore e il buon senso, nel desiderio di notorietà. I bulli fanno altrettanto, chiedendo ai compagni del branco di essere fotografati e fatti conoscere attraverso i social.

Un acuto studioso ha scritto che la nostra società è vittima di tre virus: mi piace, mi pare, mi va. I tre virus si possono ricondurre a quel relativismo culturale che Benedetto XVI continuava a denunciare: l’io si fa legge a se stesso, ha preso il posto di Dio, il desiderio diventa diritto, la propria libertà non ha limiti.

Vince chi perseguita e schiaccia, perde chi si fa perseguitare e schiacciare. C'è un brutto mondo intorno a noi e una generazione che cresce in modo arrogante, ancor più che in passato dove scuola e famiglia costituivano, comunque, imprescindibili punti di riferimento. Oggi si vive l'idea che far male non costa nullae proprio perché non costa nulla si può fare, c'è il riflesso di una società distratta che tollera la violenza. Ma, c'è soprattutto l'infelicità evidente di chi non sa affermarsi secondo le regole e per emergere non ha altro modo che arrampicarsi di prepotenza sulle spalle degli altri. In quelle cronache che leggiamo tutti i giorni ci sono le parole nuove di una storia vecchia, col ritratto di uno dei tanti Franti da banco di scuola.

Ogni adulto, che si rapporta con degli adolescenti, tanto più se ha letto il libro Cuore, non può esimersi dal considerarsi un educatore: educatore che deve saper porre quelle regole e quei limiti che aiutino i ragazzi nel loro cammino verso l’identità e l’ adultità, perché solo in questo modo si irrobustiscono le ali dei piccoli uccelli, affinché diventino grandi aquile pronte a spiccare il volo.