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Home Sociale Sociale Il ruolo della “bella vita” nella società, da diritto inviolabile a ecatombe della comunità

Il ruolo della “bella vita” nella società, da diritto inviolabile a ecatombe della comunità

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di CARMELO PIO CASTIELLO

“Quanto il XIX sec. ancora insegna ad un mondo in forte cambiamento”

Dopo il devastante sconvolgimento sanitario in primis e culturale in secundis che ha inevitabilmente segnato le nostre esistenze, appare oggi chiaro come un ritorno alla normalità sia giusto e necessario. L’apertura di bar, locali e ristoranti risulta più che mai essenziale per dare ossigeno ad un settore commerciale ormai da tempo in asfissia, tuttavia in ciò vi sussiste un grosso pomo della Discordia: la movida. Anche se la libera circolazione e il mondo dei consumi si sono scossi dalla paralisi globale, la vita rimane, almeno de iure, legata alla prevenzione e alla riproposizione di precauzioni necessarie per evitare ulteriori recrudescenze legate al maledetto Coronavirus, e un tipo di attività legata al divertimento goliardico e al contatto umano non può conoscere alcun tipo di distanziamento e dispostivi di protezione individuali.

La pratica di festeggiamenti, riso ed ebrezza sembra essere una necessità primordiale insita nella natura umana, infatti anche nel mondo antico banchetti e conviti allietati dal canto della lira e della cetra accompagnavano i commensali di ricchi personaggi nella caduta fra le braccia di Dioniso, mentre gli opulenti fasti luculliani erano simbolo di allegria e prosperità. Il punto più alto, però, della vicinanza dell’umanità al dio Bacco e ai suoi fumi si è avuta nel XIX sec., passando dal periodo Romantico alla Belle Époque, quando ancora più di oggi era di rito riunirsi per chiacchierare di fronte ad un’acquavite, nei salotti di vivaci bar od anche nei quartieri più malfamati delle metropoli del tempo: vi era il culto della compagnia e del divertimento in generale. Anche poeti, filosofi e letterati erano estasiati da questo modus vivendi, tanto che spesso ricercavano l’ispirazione in qualche bicchiere. Chi muoveva le fila di questo moderno edonismo era la regina incontrastata fra le bevande consumate al tempo, oggi trascurata e poco rivalutata, era infatti la stagione d’oro dell’assenzio.

L’absinthe era un distillato ottenuto da erbe officinali come finocchio, anice e assenzio maggiore, quest’ultimo un arbusto comune in zone alpine e portentoso farmaco erboristico. Gli Egizi erano soliti prescriverlo come antidolorifico e digestivo, mentre per Pitagora e Ippocrate era una sorta di elisir di lunga vita salutare e benefico che oltretutto aumentava anche le capacità cognitive. Fu solo Pierre Ordinaire, medico residente nel paesino elvetico di Couvet, però, a sperimentare per la prima volta questa ricetta, come tonico per i suoi pazienti alla fine del XVIII sec. e da lì la sua elaborazione si espanse a macchia d’olio, passando dall’artigianale distilleria di Mamma Henriod, che utilizzava un semplice alambicco per la preparazione, rigorosamente a mano, fino alla più nota e celebre casa di produzione Pernod, esistente ancora oggi. Il sindaco della cittadina, infatti, aveva capito le potenzialità di questo alcolico come bene di consumo di massa, ed assieme al genero fondò la distilleria industriale che ben presto sarebbe divenuto il colosso mondiale “Pernod Fils”.

In particolare, per ottenere quest’acquavite potevano essere impiegate al più 15 erbe differenti a seconda del gusto desiderato: molto anice accresceva la dolcezza, al contrario esagerando con l’assenzio maggiore veniva procurato un effetto amarognolo in bocca. La gradazione alcolica era altissima, tanto che non vi era un criterio universale per degustare l’absinthe. I metodi più diffusi tuttavia rimanevano quello francese e il boemo: nel primo caso un piccolo cucchiaino traforato era applicato sopra il bicchiere riempito della bevanda, dove si calava la zolletta di zucchero e l’acqua gelata a filo proveniente da appositi rubinetti allocati in tutte le absintherie, fino ad un rapporto massimo acqua-distillato di 3:1; l’altra maniera, invece, era una sorta di spettacolo gastronomico, infatti il dolcificante era infuocato sul cucchiaino e un attimo prima di mutare in caramello era versata l’acqua freddissima, che creava un gioco di colori a contatto con il calore estremo.

La grande diffusione di questo competitor del vino fu agevolata dalla spedizione francese in Algeria, nel 1830. I superstiti parlarono dell’infuso come miracoloso e taumaturgico, aveva infatti, a lor detta, curato migliaia di soldati feriti e placato le sofferenze dei malati di colera nei lazzaretti. La Feé Vert iniziò così a vedere il proprio apogeo e periodo di massima fioritura. Incuriositi dalle prodigiose caratteristiche descritte dalle milizie nella Francia Restaurata tutti vollero provare il portentoso ritrovato di casa Pernod, e da lì alla moda globale il passo è breve: dove prima sorgevano le illuministiche coffee houses, sede precipua delle indagini di intellettuali del calibro di Newton, Halley, Rousseau e Beccaria, in quel momento spuntavano come funghi bar, distillerie e bistrot che propongono ad ogni ora del giorno il nuovo nettare degli dei. Sotto la spinta di cucchiai e bicchieri  i commerci internazionali crebbero, ed anche il buon gusto assieme alla moda ne giovarono. L’esistenza degli uomini di questo tempo era inevitabilmente cambiata e legata indissolubilmente alla fata verde, in qualsiasi ceto sociale, dai popolani ai funzionari governativi o monarchi, tanto che la riformata socialità richiedeva norme comportamentali ben precise ed un dress-code altrettanto definito. Il fervore dato dall’alcolico aveva risvegliato in generale tutti i centri della patria della Marianne, ma aveva scosso anche il multiculturale Impero Asburgico o la Prussia, vedendo per la prima volta il piacere al centro della vita umana. Chi avrebbe mai detto che al posto dell’happy hour con tanto di Spritz gli europei di questo tempo avessero consacrato le cinque del pomeriggio come “heure vert”, quando cioè l’assenzio era ingollato molto diluito per spezzare la fame e che a tarda sera i giovani si riunissero assieme a ricchi borghesi per far baldoria e ricercare l’ubriachezza nei fondi dei verdi bicchieri?

Come già anticipato, poi, artisti e scrittori si riunivano nelle absentheries per innumerevoli ragioni, elevando Parigi a nevralgico fulcro della vita culturale mondiale oltre che economica. La Belle époque, infatti, aveva svuotato l’intellettuale di ogni ruolo politico e sociale: il modello del poeta come guida di rettitudine per la comunità non resse più di fronte ad un mondo fondato sul profitto, e, conseguentemente, i bohemiène non avevano altro modo che rifuggire dalla desolante realtà in un siero miracoloso ed non eccessivamente costoso per placare i propri dispiaceri. La musa economica, quindi, guidò i pennelli degli impressionisti come Degas, Picasso, Manet, tanto che il primo elesse la feé vert a soggetto preferito della rappresentazione artistica, e le differenti percezioni ricevute in squallide locande da parte di uomini qualunque vennero immortalate in opere senza tempo. Oltre a ciò, ogni poeta, maudit e non, fece del celeberrimo drink un dio. Fra i versi dei nichilisti Rimbaud, Verlaine e Baudelaire riecheggiava il forte odore dell’assenzio, e lo stesso Raoul Ponchon votò molta della propria produzione al canto quasi solenne dell’acquavite che ha cambiato il corso della storia. Nei più razionali anglosassoni, invece, sussisteva un culto meno soggettivo dell’alcolico in questione. Oscar Wilde ad esempio ammirava il metodo di preparazione boemo, che lo estasiava e da solo bastava come motivo di ispirazione per l’animo dell’uomo sensibile, per cui consigliava a tutti gli scrittori che avessero perso la vena creativa di recarsi in un bar affollato, ed al contrario Hemingway faceva una minuziosa descrizione degli effetti della fata verde sul corpo. È risaputo come l’autore de “ il vecchio e il mare” sperimentasse sempre nuove esperienze gustative, specialmente in materia di cocktail, e descrisse gli effetti dell’absinthe come differenti da quelli di qualsiasi altro distillato: “lascia in una condizione febbrile, non crea sonnolenza e risveglia l’animo” questi sono i termini con cui venivano esaltate le proprietà organolettiche dell’acqua verde sulla psiche umana da parte dello scrittore, che vi ricorreva al momento del bisogno.

Il tramonto sull’era dell’assenzio, però, non tardò a raggiungere tutti i luoghi dove prima era celebrato. Il rovescio della medaglia vedeva una società decadente, in cui i ceti più bassi erano ormai schiavi dell’alcol e la classe dirigente non riusciva ad arginare questo fenomeno. La miope visione dei governanti europei aveva sì incoraggiato gli scambi e lo sviluppo dell’industria alimentare in questo modo, ma dall’altro lato aveva incentivato nei lavoratori delle città industriali, sporche, malfamate e con un’aspettativa di vita da bestie, il consumo di questa sostanza, divenuta una vera e propria droga, per rifuggire dalla desolante verità delle loro giornate. Le orride periferie delle grandi città erano il teatro di zuffe e lotte in un’ambientazione di miseria e desolazione. Ad accrescere l’odio verso la bevanda, poi, ci fu il massiccio e immorale uso dell’alcol metilico nella preparazione da parte delle piccole distillerie o bar: essendo più economico la bevanda era allungata con questo surrogato, tanto che il prezzo della fée vert arrivò a quello di un bicchiere di vino. Le virtù medicali del distillato furono poi confutate ampiamente, infatti non faceva ringiovanire ma rendeva molto vecchi e malandati i consumatori abituali, e, sotto la pressione dei produttori viticoli che non ne potevano più della concorrenza spietata di un altro alcolico, la fata verde venne messa al bando a causa degli effetti allucinogeni prodotti nei consumatori. In realtà questi erano legati maggiormente a quanto finora riportato, e non vi è fondamento scientifico sui danni collaterali di un uso moderato dell’acquavite. I portentosi effetti sulla psiche furono ricercati a lungo in estratti di altre piante, dando avvio alla moderna era degli alcolici. Sambuca, tequila e rhum sopperirono abbastanza bene alla mancanza del fluido vitale di molti alcolisti, ed inoltre presentavano il vantaggio di essere più facili da produrre e quindi meno dispendiosi economicamente.

Nonostante il divieto sull’uso dell’assenzio sia scomparso nel mondo a partire dal 1983 ed in Italia nel 1992, questa bevanda stenta a decollare e a prendere piede nelle tradizioni culinarie e ristorative, che si sono inevitabilmente evolute, specialmente fra i più giovani. Anche la scarsità delle coltivazioni di assenzio maggiore ha favorito l’abbandono del nettare verde nei bar ed enoteche. Sempre più spesso in Paesi che non sono stati colpiti direttamente dall’ondata del consumo di questo drink, come l’Italia, si preferisce utilizzare coloranti artificiali e mischiarli ad altri liquori nel caso qualcuno volesse sperimentare le sensazioni dei poeti romantici, mentre solo in alcuni Stati legati al culto dell’alcol il consumo sembra essere diventato una tendenza. Antiche distillerie andate in malora dopo il Proibizionismo hanno deciso di soddisfare una richiesta maggiore per pregiati bar delle capitali della Mitteleuropa.

In conclusione, quindi, si può certamente affermare come la pratica del “gaudemus igitur” non sia circoscritta all’uomo del XXI sec. né tantomeno sia qualcosa di nuovo. Forse bisognerebbe imparare dagli errori del passato per poter essere migliori nel presente: il monito dell’ historia magistra vitae ci ricorda come sia essenziale per l’individuo seguire l’aristotelico messaggio “ in medio stat virtus” e non eccedere mai in ogni sorta di esagerazione in qualsiasi senso, mentre la comunità ed in particolare chi in primo luogo è impegnato nella regolamentazione della vita civile e sociale dovrebbe mantenersi entro quella sottile linea che separa il giusto dalla degenerazione, anche in un tema così caldo come la movida, evitando il più possibile di commettere sbagli che potrebbero essere poi pagati come conto salatissimo.