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Multipotenziali o specialisti?

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di LAURA FANO

 

Quante volte ci siamo sentiti chiedere cosa volessimo fare da grande, come se ognuno di noi potesse, in effetti, dedicarsi ad una sola attività che lo caratterizzi adeguatamente.

 

 

Certo, ognuno di noi ha una propensione, ma alcuni di noi di attitudini ne hanno più di una.  Non hanno una vera vocazione. Spesso riescono a fare più cose contemporaneamente, a dedicarsi a hobby e passioni diverse tra loro. E per questo, spesso, sono assaliti dal dubbio di essere inadatti.

Niente paura. Se siete curiosi di tanti argomenti diversi, se volete imparare tutto lo scibile, diventate degli esperti, ma dopo un po’ iniziate ad annoiarvi e volete passare ad altro, allora (probabilmente) siete multipotenziali. No, non è un difetto. Spesso la multipotenzialità è considerata un problema significativo per chi lo vive, portando a troppi impegni, alti livelli di stress, confusione, scelte impulsive, sentimenti di alienazione sociale (cosa ho che non va? Perché non trovo la mia strada? Avrò mai una carriera?), apatia e depressione. Anche la noia è ricorrente tra i multipotenziali che hanno già imparato molto ciò che desiderano sapere su un particolare argomento prima di gettarsi anima e corpo su qualche altra cosa.

“Un multipotenziale è una persona con molti interessi e occupazioni creative”. È questa la definizione che ne dà Emilie Wapnick, nel suo TEDTalk. La Wapnick è stata musicista e cantautrice, web designer, scrittrice, regista, studentessa di legge e imprenditrice ed è anche una career coach. Quando ha notato che questo schema – appassionarsi di un argomento, impararlo benissimo, annoiarsi, passare a un altro argomento – si ripeteva di continuo nella sua vita, ha capito che si trattava di un tratto distintivo che poteva essere usato a proprio vantaggio. Ha smesso di considerarlo un difetto, gli ha dato un nome – multipotenzialità – e lo ha trasformato in un business di successo. Oggi sul suo blog Puttylike si rivolge ai multipotenziali di tutto il mondo, e ha costruito una comunità di persone che fanno di questa caratteristica il proprio punto di forza. Nella vita e nel lavoro.

In realtà, il multipotenziale non è una vera e propria novità. Questo tipo di personalità affonda le sue radici nell’uomo del Rinascimento, periodo in cui era ritenuto ideale il fatto di essere portato per molte discipline, anziché specializzarsi in una cosa soltanto.

Nella storia possiamo trovare molti esempi di multipotenziale, il più famoso in assoluto è sicuramente Leonardo Da Vinci. Leonardo può essere il miglior esempio storico di un genio riconosciuto che ha lottato con le difficoltà legate alla multipotenzialità. Non è riuscito a completare molti dei progetti che iniziato: “Io ho offeso Dio e gli uomini, perché il mio lavoro non ha raggiunto la qualità che avrebbe dovuto avere”. Altri multipotenziali importanti nel corso della storia sono Averroè, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, René Descartes, Sir Isaac Newton, Aristotele, Archimede, Cartesio e Steve Jobs. Il merito della Wapnick è sicuramente quello di aver riportato alla ribalta il concetto di multipotenzialità, e di aver spiegato alle persone che non si tratta di una limitazione o di un difetto.

“Multipotenzialità” è un termine educativo e psicologico che si riferisce alla capacità di una persona, particolarmente dotata di curiosità ed estro artistico, di eccellere in due o più campi. Di essere eclettici insomma. Si può anche riferire a un individuo i cui interessi si estendono su più campi o aree, piuttosto che in uno solo. Contrapposti ai multipotenziali ci sono coloro i cui interessi si trovano per lo più all’interno di un unico campo e sono chiamati “specialisti“, cioè persone ultra specializzate in un argomento che dedicano la maggior parte della loro vita ad una singola attività, diventando estremamente competenti e preparati. Perciò ideali insieme agli uomini rinascimentali per il lavoro di equìpe.

Gli individui multipotenziale invece, sono persone che riescono a dedicarsi a più attività, generalmente una di seguito all’altra, ma anche contemporaneamente senza particolari problemi. In passato essere un multipotenziale era una caratteristica positiva e ricercata, ma con il passare del tempo si sono sempre più indirizzati gli individui verso un’unica specializzazione, complice anche la scuola e l’università, tanto che a tutti prima o poi viene chiesto cosa si vuole fare da grande, una domanda da cui tutti si aspettano una risposta univoca.

Ma, torniamo al presente. Emilie ha individuato quelli che lei definisce i tre “super poteri” dei multipotenziali, tre peculiarità che contraddistinguono questa categoria di persone:

Capacità di sintesi – il multipotenziale è in grado di fare una sintesi tra idee diverse: combinarne due o più per creare qualcosa di nuovo. “L’innovazione nasce nelle intersezioni” dice la Wapnick. “È lì che vengono fuori nuove idee. E i multipotenziali, con tutti i loro bagagli, sono capaci di accedere a molti di questi punti di intersezione”. Rapido apprendimento – quando un multipotenziale si interessa a qualcosa ci si impegna con tutto se stesso. Inoltre è abituato a essere un principiante, perché si avvicina sempre a discipline diverse per imparare cose nuove. Questo significa che è meno timoroso di uscire dalla propria zona di comfort. Adattabilità – il multipotenziale è capace di trasformarsi in qualsiasi cosa ci sia bisogno di essere in una data situazione. È apprezzato perché fa un buon lavoro, ma ancora di più perché può assumere diversi ruoli a seconda delle esigenze del suo cliente. Secondo la Wapnick “il mondo economico sta cambiando in maniera così veloce e imprevedibile che sono gli individui e le organizzazioni che possono adattarsi per soddisfare i bisogni del mercato che stanno davvero crescendo”.

Come a dire – non vi preoccupate, siete in ottima compagnia!

Il fatto che i multipotenziali si trascinino dietro un bagaglio molto vario e sfaccettato, consente loro di applicare delle conoscenze molto specializzate in altri ambiti e settori così da rivoluzionare il nuovo campo in cui decidono di agire. Inoltre ci sarebbero dei vantaggi anche per i multipotenziale che abbandonano una materia prematuramente, cioè prima di essere arrivati al nocciolo, anche con una conoscenza incompleta l’uomo rinascimentale è in grado di applicare le conoscenze parziali in nuovi campi (vedi Leonardo).

Personalmente ho trovato la teoria di Emilie illuminante ed anche estremamente confortante. Chi mi conosce sa benissimo a quale categoria di persone appartengo. Mi sono scoperta multipotenziale un po’ di tempo fa. Ora ammetto di sentirmi un po’ speciale, quasi rinascimentale.

Non so quanto possano essere fondate scientificamente le teorie della Wapnick, ma poco importa, l’ importante è coltivare tanti interessi perché solo così si evita la depressione!

 

Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza. Non sono parole mie, ma, nientedimeno, che quelle pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti d’America Benjamin Franklin all’Assemblea della Pennsylvania l’11 novembre 1755.

 

La libertà è un diritto naturale. La si può togliere solo al prezzo di un sopruso o ingiustizia gravissima. Ma, anche la propensione a difendere la libertà è naturale: basta osservare la resistenza che oppongono gli animali alla cattura da parte dell’uomo. La libertà che gli animali difendono anche a costo della vita, come qualcosa che, una volta perduta, toglierebbe ogni senso alla vita stessa, è la stessa prerogativa naturale che anche gli uomini hanno la propensione innata a difendere con tutti i mezzi.

 

Perché allora vi rinunciano? Che cosa li induce a sottostare alle direttive di un padrone, intimiditi dal fantasma di un potere che loro stessi gli attribuiscono e che potrebbero riprendersi se solo volessero? Che cosa spinge gli esseri umani a rinunciare alla libertà cui hanno diritto per natura? Per lo più gli uomini preferiscono rinunciare a libertà scomoda, per la quale dovrebbero combattere e anche morire, per adagiarsi in una confortevole schiavitù e nella varietà ammiccante di vizi e stravizi concessi in cambio di un complice conformismo.

 

Un concetto espresso a chiare lettere Ludovico Ariosto il quale, nel rielaborare l’ eloquente apologo della volpicella e della donnola raccontato da Orazio, chiude la prima delle sue celebri Satire, con la favola dell’asino” …Un asino fu già ch'ogni osso e nervo/ mostrava di magrezza e entrò, pel rotto/ del muro, ove di grano era uno acervo;/e tanto ne mangiò, che l'epa sotto/ si fece più d'una gran botte grossa,/ fin che fu sazio, e non però di botto./ Temendo poi che gli sien peste l'ossa,/ si sforza di tornar/ dove entrato era,/ ma par che 'l buco più capir nol possa./ Mentre s'affanna, e uscire indarno spera, gli disse un topolino: - se vuoi quinci/ uscir, tràtti, compar, quella panciera:/ a vomitar bisogna che cominci/ ciò c'hai nel corpo, e che ritorni macro,/ altrimenti quel buco mai non vinci.

 

Nella satira Ariosto narra i contrasti con il Cardinale Ippolito d’Este, che gli aveva chiesto di accompagnarlo in Ungheria. Non essendo un amante dei lunghi viaggi e dei pericoli che comportavano, lo scrittore si rifiuta di seguire il suo mecenate, ben cosciente dei rischi che ogni cortigiano corre quando si oppone alle richieste del suo padrone: “Pazzo chi al suo signor contradir vole,/ se ben dicesse c’ha veduto il giorno /pieno di stelle e a mezzanotte il sole”. Il poeta, che vorrebbe essere apprezzato il suo lavoro di penna, sa bene, invece, come spesso accade che il suo signore considera di più i servigi resi nella vita diplomatica e la disponibilità a far parte del suo entourage.

 

Il lavoro di uomo di lettere, però, mal si concilia con i ritmi frenetici di corte e, tra lo studio e i lussi e i privilegi economici derivati dall’assecondare i desideri dei potenti, l’Ariosto non ha dubbi. “Più tosto che arricchir, voglio quiete/ più tosto che occuparmi in altra cura,/ sì che inondar lasci il mio studio a Lete”. Dedicarsi alla poesia, e preferire il morire annegato, è soprattutto una scelta di libertà: “Fa che la povertà meno m’incresca, / e fa che la ricchezza sì non m’ami / che di mia libertà per suo amor esca”.

 

L’esempio dell’asino, naturalmente, vale anche per tutti coloro che hanno a che fare con i potenti di ogni sorta.

 

Ciascun essere umano dovrebbe avvertire come esigenza ineludibile di uscire dallo stato di schiavitù in cui troppo spesso ravvisa una condizione di prosperità soddisfatta di sé. Dovrebbe avere il coraggio di vomitare, come l’asino se vuole uscire dal buco. “Noi animali umani, invece, siamo schiavi dei nostri schemi mentali senza nemmeno rendercene conto, intrappolati in una ragnatela culturale che noi stessi abbiamo intessuto con le nostre mani eternamente servi di un potere che noi stessi contribuiamo ad alimentare e perpetrare”. Per molti la libertà, diceva Gustav Le Bon, è la facoltà di scegliere le proprie schiavitù.

 

Nel Discorso della servitù volontaria, l'opera più nota di Étienne de La Boétie, redatto probabilmente intorno al 1549 e pubblicato clandestinamente nel1576 l’autore vorrebbe capire «come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città, tante nazioni, a volte sopportino un solo tiranno, che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono; che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hanno la volontà di sopportarlo; che non saprebbe far loro alcun male, se essi non preferissero subirlo anziché contrastarlo»

 

Lo scandalo è vedere una moltitudine di persone saccheggiate, tiranneggiate e tenute in scacco da un tiranno malfattore, che spesso è un ometto insignificante, vile ed effeminato, incapace personalmente di affrontare la battaglia della vita, oltre che quella sul campo. Un tiranno siffatto non è neppure necessario toglierlo di mezzo fisicamente, basterebbe che il popolo smettesse di servirlo. «Sono infatti i popoli che si lasciano o, piuttosto, si fanno maltrattare, dal momento che, smettendo di servire, sarebbero liberi; è il popolo che si fa servo, che si taglia da solo la gola, che avendo la scelta tra essere servo o essere libero rinuncia all’indipendenza e prende il giogo: che acconsente al proprio male o piuttosto lo persegue».

 

Tra le cause che spiegano la servitù volontaria, La Boétie denuncia: l’abitudine formata dal contesto di nascita ed educazione che favorisce la condiscendenza nei confronti della subordinazione, quasi fosse un destino naturale; annunci e dichiarazioni del potere, che fa degli slogan della propaganda lo strumento di giustificazione e accettazione di qualsiasi forma di imposizione; i vantaggi più disparati, grandi e piccoli, che discendono dall’obbedienza che non discute, accettando e favorendo la corruzione che comporta la distribuzione di favori.

 

Or, conchiudendo, dico che, se 'l sacro/ Cardinal comperato avermi stima/ con li suoi doni, non mi è acerbo et acro/ renderli, e tòr la libertà mia prima.

 

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