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L'integrazione? Solo una questione ideologica

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di LAURA FANO

Dal Cara di Mineo alla stazione centrale di Milano: tour anti-immigrati da Sud a Nord per Matteo Salvini,


leader della Lega Nord, che dopo aver dormito nella notte tra lunedì e martedì nel centro di accoglienza in provincia di Catania è andato a Milano, dove erano in corso controlli a tappeto sui migranti.

E intanto a Bari è iniziato il conto alla rovescia per la Festa di San Nicola, patrono della città, che sarà la prima festa blindata per paura del terrorismo, con tanto di barriere anti-tir ai varchi. Droni dall’alto per sorvegliare la città e sospensione del Trattato di Schengen dal 10 al 13 maggio quando, nel capoluogo pugliese si terrà il G7 finanziario. II summit internazionale che riunirà i potenti della Terra per parlare di crescita, occupazione e diseguaglianza. Un appuntamento molto atteso e per il quale l’intelligence italiana lavora da settimane in stretto contatto con la prefettura e la questura di Bari per l’allerta terrorismo.

Come il 2016, anche questo 2017 è un anno ricco di tensioni e tragedie, nella difficile convivenza tra noi occidentali e “loro”, gli immigrati, un’infima minoranza dei quali sono attratti dall’ideologia crudele della jihad.

Nell’infinito dibattito nazionale e internazionale sulle cause di tanta violenza, insieme alla questione immigrazione ricorre costantemente il tema dell’integrazione; quella mancata, non riuscita. Siamo noi a non essere capaci di integrare “loro” o è il contrario?

Forse l’errore sta proprio qui. Nel considerare l’integrazione riuscita o mancata la chiave di interpretazione della immane tragedia che viviamo in ogni piazza d’Europa. Di fronte alla violenza islamista, continuare a discutere di quel che “noi”, occidentali, ed europei in particolare, avremmo dovuto fare o dovremmo fare per integrarli è un falso problema, è pigrizia intellettuale politically correct.

In tutto l’occidente ci sono altre comunità d’immigrati che mantengono universi di valori separati dai nostri. Eppure, in quei mondi non ha mai attecchito un’ideologia stragista. Pensiamo ad esempio agli indiani. Con l’India abbiamo un rapporto che risale addirittura al periodo dei Romani.

Ma. Soprattutto, pensiamo alle tante comunità cinesi nel mondo. San Francisco Parigi, Londra, Milano, sono piene di Chinatown. Quella di Manhattan ha ormai fagocitato i quartieri limitrofi di Lillte Italy, e resiste impavida alla gentrification: è l’unica zona dove continuano a trovare alloggio anche gli immigrati più poveri.

Penso alle Chinatown perché sono un modello di …mancata integrazione. Gli immigrati dalla Cina in qualsiasi parte del mondo vadano tendono a non integrarsi. Ancora oggi se vi addentrate nelle loro Chinatown finite in un mondo chiuso, autoreferenziale. Gli anziani parlano mandarino o cantonese. I loro negozi e ristoranti hanno insegne in ideogrammi. All’origine molte Chinatown furono controllate dalle loro mafie, le Triadi che gestivano la prostituzione e il gioco d’azzardo. L’abbiamo visto in tanti film interpretati da Jet Le.

Lo Stato di diritto, americano, francese o italiano ha faticato non poco per far rispettare le sue regole. Tutt’ora vi si scoprono aree di illegalità economica, laboratori clandestini dove si sfrutta il lavoro nero e si violano le norme di sicurezza sul lavoro, senza rispetto dei minimi salariali o delle regole sanitarie.

Chi ha studiato la storia di queste comunità sa che il problema dell’integrazione ha due lati. All’inizio ci furono, specie in America, politiche discriminatorie. I cinesi vi arrivarono dopo l’abolizione della schiavitù. Facevano il lavoro spossante che gli immigrati irlandesi non gradivano. Erano manodopera a buon mercato per costruire le ferrovie intercontinentali. Anche Jacovitti, in un famoso cortometraggio di Cocco Bill, ha raccontato del prezioso contributo dei cinesi alla costruzione delle grandi strade ferrate della Sierra Nevada e dei deserti dello Utah. Gli operai cinesi della sola Central Pacific diventarono in breve tempo 14.000. Tra la fine degli anni ’40 e il 1870, la popolazione cinese del solo Stato della California raggiunse la cifra di 71.000 anime, più di metà delle quali vivevano a San Francisco.

Essi, nondimeno, subirono un razzismo spaventoso. L’arrivo in massa di lavoratori cinesi, che si aggiungeva al grave problema del razzismo nei confronti d’ indiani e messicani,  fu la miccia che fece esplodere la rabbia dei bianchi che vedevano minacciato il proprio stile di vita da “stranieri”, ma che soprattutto temevano per i loro precari e mal pagati posti di lavoro che non potevano reggere la concorrenza di una manodopera a basso prezzo e disposta a qualsiasi sacrificio. Quando la febbre dell’oro scemò, l’odio antirazziale costrinse molti cinesi a lasciare le piccole cittadine del West, preferendo le più grandi città della costa.

Quel che accadde ai cinesi a causa della ferocia dei razzisti fece dimenticare i sacrifici fatti da quelle comunità per far progredire la civiltà americana.

La loro chiusura era, dunque, anche autodifesa. Poi subentrò un’altra causa. Erano convinti di appartenere a una civiltà antica cinque mila anni, per certi versi superiore alla nostra. Fieri delle loro radici e non sentono il bisogno di mescolarsi a noi. L’integrazione avviene lentamente, dalla terza o quarta generazione, quando crescono i matrimoni interetnici.

Purtuttavia, per quanto restino chiuse e autoreferenziali, le tante Chinatown del mondo non sprigionano violenza antioccidentale, perché non sono i valori diversi a produrre la violenza, bensì l’ideologia.

Anche se non gradiscono integrarsi con noi e mantengono rapporti col Paese ospitante su un piano di pura transazione economica, non hanno un’ideologia del vittimismo, del rancore antioccidentale, della recriminazione. Non cecano risarcimenti, né tantomeno vendette violente. Si accontentano di competere, e in genere con successo, anche se talvolta barano sulle regole.

Dunque, si può vivere in pace anche senza una vera integrazione. Il problema è, soltanto quell’ideologia.