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L'orrenda vecchiaia

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di LAURA FANO

C'è un racconto di fantascienza nel quale si ipotizza che in una società estremamente progredita,

 

e non in crisi, a sessant’anni le persone vengano uccise. Alla scadenza, al compleanno, gli individui si presentano in un istituto dove, appunto, si provvede a eliminarli. Il principio che sottende è che in una società avanzata gli anziani siano inutili. Il problema è che sono considerati inutili anche in una società in regressione o che attraversa una crisi economica. La domanda allora sorge spontanea: ha ragione l’autore del racconto? I vecchi sono sempre e comunque inutili? La risposta è amara: forse sì.

Mia nonna diceva “l’è brut diventà vèc”. La vecchiaia è una carogna. Quello che oggi è un giovane pieno di fuoco balzerebbe indietro dall'orrore, se potesse vedere il ritratto di se stesso quando sarà vecchio, scriveva Nikolaj Gogol.

In tempi antichi, come dicevano i poeti, c’era l’ “orrenda vecchiaia”, ma nello stesso tempo gli anziani erano i depositari del sapere e della saggezza e con esse la possibilità di trasmetterle alle generazioni a venire. Oggi di saggezza sembra non ci sia più bisogno, se ne fa tranquillamente a meno; il sapere, invece, si acquisisce attraverso internet e le favole che raccontano i politici. I vecchi se hanno la fortuna di avere nipoti che li amano allora hanno sicuramente una ragione per la loro lunga esistenza, altrimenti finiscono come il 77enne morto, dopo essere stato scaraventato giù dagli scogli, il due maggio scorso a Monopoli per uno “stupido scherzo” di due ragazzetti balordi.

Molti scrittori si sono occupati di questa fascia d’età che è la tappa conclusiva della vita di ognuno. Pensiamo al “ Il vecchio e il nipotino“ di Tolstoj, “La strega del tunnel “, da un romanzo di Zucconi, “ La nonna al volante” di Nantas Salvalaggio, “Fatti in là nonno“, di Arpino. Anche Guccini, Vecchioni e Baglioni hanno dedicato delle canzoni ai “vecchi”.

Se penso alla vecchiaia, cui inesorabilmente vado lentamente incontro, la prima figura che mi viene in mente è quella di Enea , l’eroe troiano, figlio di Anchise e d'Afrodite. Enea portava il padre anziano e malandato sulle spalle, mentre il figlio – piccolo – gli rallentava il passo. Quanta saggezza in Omero!

I giovani romani tributavano agli anziani onore così elevato e ingente, come se le persone vecchie fossero loro secondi padri. Quindi essi, nel giorno nel quale il senato faceva una seduta, accompagnavano sempre qualche senatore loro parente o amico paterno sino alla Curia e aspettavano fermi sulle porte, quindi li riaccompagnavano. Con questa spontanea attesa essi educavano il corpo e lo spirito a compiere in modo efficiente i futuri compiti pubblici e insegnavano essi stessi agli altri, con la sopportazione della fatica, le virtù che di lì a poco avrebbero mostrato apertamente. A quei tempi i giovani non si dispiacevano né si vergognavano di avere cura degli anziani. Invitati a banchetto, chiedevano con scrupolo chi vi avrebbe partecipato per non arrivare e sedersi prima di quelli che fossero più attempati di loro e, consumato il pasto, non si alzavano prima che i vecchi alzandosi non avessero dato loro il permesso per andarsene. Dal che appare con quanta attenzione e considerazione erano soliti discutere in loro presenza pure in mensa.

Scrivo questa traduzione dal latino di un passo di Valerio Massimo e una riflessione mi sorge spontanea: cosa si potrebbe scrivere – oggi – sul rapporto tra giovani e vecchie generazioni? Tra gli antichi romani e noi c’è molta distanza, penseranno in molti: noi siamo “moderni” loro sono “antichi”. Questa posizione non fa che riproporre e avvalorare il problema: il rapporto tra il vecchio e il nuovo.

Un tempo, neppure molto lontano, l’anziano rivestiva un ruolo centrale a livello familiare e sociale. A lui era riservato il capotavola e il rispetto dei più giovani. Oggi, nel paese più vecchio d’Europa, a meno che non abbia un consistente patrimonio economico cui attingere, l’anziano è considerato un peso, buttato ai margini della società, deriso e umiliato. Quasi che la vecchiaia sia una colpa o, come sosteneva Cicerone, il peggiore dei mali.

Nel De Senectute ci racconta di un anziano che recatosi ad Atene per alcuni giochi cercò posto tra gli Ateniesi che però non lo degnarono neanche di uno sguardo; allora andò dagli Spartani, che onoravano i vecchi, i quali si alzarono tutti per farlo sedere in mezzo a loro. Cicerone conclude dicendo «gli Ateniesi sapevano quel che era bene, ma non lo volevano fare».


Senza alcun dubbio la gente di oggi può essere paragonata agli Ateniesi poiché è proprio ciò che accade quando una persona anziana cerca di sedersi in un qualsiasi luogo pubblico e nessuno cede il proprio posto, invece la gente di oggi dovrebbe seguire il modello degli Spartani: onorare la figura dell’anziano e portare rispetto. I giovani, purtroppo, hanno la memoria corta, come diceva Verga, e hanno gli occhi per guardare soltanto a levante; e a ponente non ci guardano altro che i vecchi, quelli che hanno visto tramontare il sole tante volte.

Seneca nella Lettera a Lucillo XXVI ci ricorda che il termine “vecchiaia” designa un’età stanca, ma non affranta.


L'era moderna offre potenti strumenti che consentono una trasmissione immediata del sapere connettendo le diverse parti del globo; e questo è sicuramente un vantaggio di cui i nostri nonni non potevano beneficiare. Ma non è, forse, proprio perché disponevano di possibilità limitate che essi  hanno potuto sviluppare certi valori? Quando tutto è a portata di mano, si perde il valore dell’attesa. Quando tutto è rumore, si perde il valore del silenzio. Quando tutto si crea e si rinnova continuamente, si perde il valore della conservazione, del sacrificio. Quando tutto è “fascio di percezioni”, si perde il valore della coscienza che quelle percezioni collega in un disegno di senso compiuto.

Non c’è vero sapere senza saggezza. Non c’è vero progresso senza umanità. E gli antichi, come i “vecchi”, ce lo insegnano bene. Tradurre testi antichi, così come ascoltare i consigli dei “vecchi”, può far sì che i giovani di oggi “progrediscano” avendo cura della propria (e altrui) umanità, così da poter essere essi stessi i “vecchi” di domani, un deposito prezioso di racconti e di esperienza di vita che nessun click può restituire.