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Anche a Bari una sede di Left lab

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di LEONARDO DONVITO

Anche a Bari, come terza città in Italia, ha sede Left Lab, un ‘associazione che si colloca nell’area di sinistra,  che pratica la solidarietà verso  quelle categorie sociali più in difficoltà,  che stanno pagando il prezzo più alto della crisi economica. S

i tratta di un progetto indubbiamente interessante, che ha la sua origine nel 2014. Scopo di quest’associazione è quello di creare una cultura alternativa contro le cause dell’emarginazione delle classi sociali più duramente colpite dalla crisi. Per fare questo occorre rispettare i diritti fondamentali, civili e sociali. Abbiamo intervistato Michele Lisco, responsabile di comunicazione di Left Lab Bari: “Questa è un’associazione politica di un gruppo di ragazzi che erano già attivi con un collettivo di volontariato chiamato “La strada” ed il nostro presidente si chiama Francesca Lacitignola. Il primo passo l’abbiamo fatto fondando questa prima associazione, composta da giovani di Bari ma anche della provincia. Con il tempo abbiamo notato che la formula del collettivo non ci desse il supporto necessario per le attività che conducevamo. L’attività per noi più importante è una scuola di italiano gratuita per migranti e adesso abbiamo una struttura organizzativa migliore. Ci siamo per questo costituiti come associazione e quindi ci siamo inseriti nel percorso di Left Lab, una rete di percorsi attivi in Italia. Left Lab è una rete attiva già a Prato, dove c’è la sede principale, e a Genova. Ad oggi all’interno dell’associazione siamo una quindicina di persone e darci un ruolo è importante per mandare avanti i nostri progetti. La forma del collettivo è funzionale finché si è in pochi ma adesso puntiamo ad essere sempre di più. Gran parte del nostro lavoro ruota intorno alla scuola, e abbiamo anche realizzato un torneo di calcetto qualche settimana fa. Abbiamo in cantiere la possibilità di far visitare ai nostri studenti della scuola di italiano la città di Bari. Organizziamo queste giornate informative e di svago per permettere loro di conoscere altre persone, oltre quelle dell’associazione. Ci siamo interessati anche al referendum costituzionale di dicembre, schierandoci con il NO. Perciò abbiamo fatto degli incontri di analisi, mentre a gennaio e febbraio abbiamo tenuto un ciclo di incontri sul mondo arabo contemporaneo, con degli scrittori. Lorenzo Declich, giornalista e scrittore, è stato un nostro ospite nel ciclo di incontri, ed in quest’occasione ha trattato del caso Giulio Regeni. Per i progetti futuri c’è sicuramente la voglia di crescere, e di portare avanti i nostri ideali di mutualismo e di integrazione ma senza mai dimenticare il significato politico delle nostre attività. Abbiamo organizzato due feste con il tema dell’integrazione, cioè delle serate aperte a tutti, che sono riuscite molto bene. Per noi integrazione non significa solo insegnare l’italiano a dei ragazzi ma pensiamo che inserirsi in un contesto diverso da quello di origine possa essere molto più facile e divertente se lo si fa anche festeggiando.”

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Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza. Non sono parole mie, ma, nientedimeno, che quelle pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti d’America Benjamin Franklin all’Assemblea della Pennsylvania l’11 novembre 1755.

 

La libertà è un diritto naturale. La si può togliere solo al prezzo di un sopruso o ingiustizia gravissima. Ma, anche la propensione a difendere la libertà è naturale: basta osservare la resistenza che oppongono gli animali alla cattura da parte dell’uomo. La libertà che gli animali difendono anche a costo della vita, come qualcosa che, una volta perduta, toglierebbe ogni senso alla vita stessa, è la stessa prerogativa naturale che anche gli uomini hanno la propensione innata a difendere con tutti i mezzi.

 

Perché allora vi rinunciano? Che cosa li induce a sottostare alle direttive di un padrone, intimiditi dal fantasma di un potere che loro stessi gli attribuiscono e che potrebbero riprendersi se solo volessero? Che cosa spinge gli esseri umani a rinunciare alla libertà cui hanno diritto per natura? Per lo più gli uomini preferiscono rinunciare a libertà scomoda, per la quale dovrebbero combattere e anche morire, per adagiarsi in una confortevole schiavitù e nella varietà ammiccante di vizi e stravizi concessi in cambio di un complice conformismo.

 

Un concetto espresso a chiare lettere Ludovico Ariosto il quale, nel rielaborare l’ eloquente apologo della volpicella e della donnola raccontato da Orazio, chiude la prima delle sue celebri Satire, con la favola dell’asino” …Un asino fu già ch'ogni osso e nervo/ mostrava di magrezza e entrò, pel rotto/ del muro, ove di grano era uno acervo;/e tanto ne mangiò, che l'epa sotto/ si fece più d'una gran botte grossa,/ fin che fu sazio, e non però di botto./ Temendo poi che gli sien peste l'ossa,/ si sforza di tornar/ dove entrato era,/ ma par che 'l buco più capir nol possa./ Mentre s'affanna, e uscire indarno spera, gli disse un topolino: - se vuoi quinci/ uscir, tràtti, compar, quella panciera:/ a vomitar bisogna che cominci/ ciò c'hai nel corpo, e che ritorni macro,/ altrimenti quel buco mai non vinci.

 

Nella satira Ariosto narra i contrasti con il Cardinale Ippolito d’Este, che gli aveva chiesto di accompagnarlo in Ungheria. Non essendo un amante dei lunghi viaggi e dei pericoli che comportavano, lo scrittore si rifiuta di seguire il suo mecenate, ben cosciente dei rischi che ogni cortigiano corre quando si oppone alle richieste del suo padrone: “Pazzo chi al suo signor contradir vole,/ se ben dicesse c’ha veduto il giorno /pieno di stelle e a mezzanotte il sole”. Il poeta, che vorrebbe essere apprezzato il suo lavoro di penna, sa bene, invece, come spesso accade che il suo signore considera di più i servigi resi nella vita diplomatica e la disponibilità a far parte del suo entourage.

 

Il lavoro di uomo di lettere, però, mal si concilia con i ritmi frenetici di corte e, tra lo studio e i lussi e i privilegi economici derivati dall’assecondare i desideri dei potenti, l’Ariosto non ha dubbi. “Più tosto che arricchir, voglio quiete/ più tosto che occuparmi in altra cura,/ sì che inondar lasci il mio studio a Lete”. Dedicarsi alla poesia, e preferire il morire annegato, è soprattutto una scelta di libertà: “Fa che la povertà meno m’incresca, / e fa che la ricchezza sì non m’ami / che di mia libertà per suo amor esca”.

 

L’esempio dell’asino, naturalmente, vale anche per tutti coloro che hanno a che fare con i potenti di ogni sorta.

 

Ciascun essere umano dovrebbe avvertire come esigenza ineludibile di uscire dallo stato di schiavitù in cui troppo spesso ravvisa una condizione di prosperità soddisfatta di sé. Dovrebbe avere il coraggio di vomitare, come l’asino se vuole uscire dal buco. “Noi animali umani, invece, siamo schiavi dei nostri schemi mentali senza nemmeno rendercene conto, intrappolati in una ragnatela culturale che noi stessi abbiamo intessuto con le nostre mani eternamente servi di un potere che noi stessi contribuiamo ad alimentare e perpetrare”. Per molti la libertà, diceva Gustav Le Bon, è la facoltà di scegliere le proprie schiavitù.

 

Nel Discorso della servitù volontaria, l'opera più nota di Étienne de La Boétie, redatto probabilmente intorno al 1549 e pubblicato clandestinamente nel1576 l’autore vorrebbe capire «come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città, tante nazioni, a volte sopportino un solo tiranno, che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono; che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hanno la volontà di sopportarlo; che non saprebbe far loro alcun male, se essi non preferissero subirlo anziché contrastarlo»

 

Lo scandalo è vedere una moltitudine di persone saccheggiate, tiranneggiate e tenute in scacco da un tiranno malfattore, che spesso è un ometto insignificante, vile ed effeminato, incapace personalmente di affrontare la battaglia della vita, oltre che quella sul campo. Un tiranno siffatto non è neppure necessario toglierlo di mezzo fisicamente, basterebbe che il popolo smettesse di servirlo. «Sono infatti i popoli che si lasciano o, piuttosto, si fanno maltrattare, dal momento che, smettendo di servire, sarebbero liberi; è il popolo che si fa servo, che si taglia da solo la gola, che avendo la scelta tra essere servo o essere libero rinuncia all’indipendenza e prende il giogo: che acconsente al proprio male o piuttosto lo persegue».

 

Tra le cause che spiegano la servitù volontaria, La Boétie denuncia: l’abitudine formata dal contesto di nascita ed educazione che favorisce la condiscendenza nei confronti della subordinazione, quasi fosse un destino naturale; annunci e dichiarazioni del potere, che fa degli slogan della propaganda lo strumento di giustificazione e accettazione di qualsiasi forma di imposizione; i vantaggi più disparati, grandi e piccoli, che discendono dall’obbedienza che non discute, accettando e favorendo la corruzione che comporta la distribuzione di favori.

 

Or, conchiudendo, dico che, se 'l sacro/ Cardinal comperato avermi stima/ con li suoi doni, non mi è acerbo et acro/ renderli, e tòr la libertà mia prima.

 

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