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Blue whale, un solo obiettivo: la morte

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di LAURA FANO

 

Un tempo, quello della mia generazione, ci si divertiva con poco: nascondino, mosca cieca, un due tre stella, un giro in bici, le belle statuine; i più trasgressivi magari si arrampicavano sugli alberi.

 

Oggi, fomentati dalla popolarità sui social, i ragazzi mettono a rischio la loro stessa vita, in una serie di sfide e giochi pericolosi, la cui ultima tappa, a volte,  è il suicidio.

C’è, infatti, un “gioco, se così è possibile chiamarlo, che circola in rete: la Blue Whale, che sta mietendo molte vittime tra gli adolescenti.

Letteralmente Balena Blu, ma non ha nulla a che vedere con il grande cetaceo marino, se non per il fatto che prende il nome dallo strano fenomeno che porta alcune balene a spiaggiarsi da sole, per poi morire.

Si tratta di un “gioco” online nato qualche anno fa su VKontakte, social network largamente diffuso in Russia così come nello spazio post-sovietico, da un’idea degli amministratori del gruppo “f57”, attualmente in carcere con l’accusa di incitazione al suicidio.

Cinquanta giorni al limite della follia, e poi il grande salto nel vuoto. Il perverso gioco impone, infatti, il superamento di 50 prove sempre più dure e  alienanti:  guardare film dell’orrore per un’intera giornata, incidersi addosso in autolesionismo una balena blu (da cui il nome della sfida) con un coltello, svegliarsi all’alba per prove da “boot camp”. Se le prime però sono banali, ne seguono altre basate sull’autoumiliazione fino all’ultima, il suicidio. A gestire questo percorso di prove, una sorta di ‘custode’ in rete che dopo il 26esimo step indicherebbe al ‘giocatore’ il giorno della sua morte.

Teoricamente, per poter partecipare alla Balena Blu è necessario essere maggiorenni, ma il gioco è principalmente diffuso tra gli adolescenti, che spesso, al momento dell’adesione, non rivelano la propria età. Chiunque abbia accesso ai social network  può dunque parteciparvi, utilizzando una serie di hashtag come “balena blu”, “mare di balene”, “voglio giocare”, “svegliami alle 4:20”, “f57” o “f58” (se ne contano migliaia al giorno), che consentono di essere individuati dagli organizzatori del gioco, i quali a volte adescano personalmente i potenziali giocatori.

In seguito all’adesione, a ogni giocatore viene assegnato un curatore che gestisce il gioco impartendo compiti di vario genere. Una volta assolto il proprio compito, il giocatore può passare al livello successivo. E non c’è modo di tornare indietro.

Molte delle presunte vittime della Balena Blu hanno postato sulle proprie pagine social inquietanti messaggi di addio, come “questo mondo non fa per noi”, “siamo figli di una generazione morta”, “il senso è perduto” o più semplicemente “fine”. La maggior parte dei giocatori della Balena Blu, appartenenti come detto all’età adolescenziale, non subisce solo il lavaggio del cervello, ma finisce per essere vittima di vere e proprie pressioni psicologiche, che spesso sfociano in intimidazioni, soprattutto quando un individuo rifiuta di eseguire un compito assegnatoli e chiede di poter lasciare il gioco. Per convincere un giocatore a portare a termine un compito, il curatore può minacciare ad esempio di diffondere in rete informazioni personali e sensibili sul suo conto, o di attuare ritorsioni di altro tipo, come ad esempio la minaccia di uccidere i genitori del ragazzo o ragazza.

Per porre fine alla farsa, la maggior parte degli utenti blocca semplicemente l’account del proprio curatore. Alle volte però può capitare che i soggetti più vulnerabili si facciano irretire da queste minacce, cedendo alle intimidazioni.

In Italia il fenomeno virale non si è ancora manifestato, ma dalla Francia e dall’Inghilterra arrivano dati allarmanti, tanto da essere segnalato a presidi e insegnanti per sensibilizzare le famiglie.

Con la Balena Blue l’esasperazione di internet si palesa davanti ai nostri occhi e si tramuta in un mostro amorfo che gioca con la vita degli altri e usa le fragilità di adolescenti nel fiore della loro età  che ancora non hanno sviluppato la possibilità di potersi imporre in autonomia ad un meccanismo psicologico malato e deviato che fa leva su una presunta e illusoria crescita in una scala generazionale attraverso il raggiungimento di obiettivi e prove di forza, come l’autolesionismo e poi il suicidio.

Alla nostra generazione di ex adolescenti è affidato il compito di proteggere dalle insidie della rete i nostri figli. Prestiamo  attenzione ai cambiamenti repentini delle loro personalità e ai cambiamenti di vita quotidiana. Ma soprattutto, non facciamo gli amici dei nostri figli, torniamo ogni tanto a fare i genitori presenti e attenti. La comunicazione è fondamentale in famiglia. I genitori dovrebbero parlare con i loro figli e sottolineare che possono fare le proprie scelte liberamente anche attraverso un no, senza per questo sentirsi diversi dai propri compagni ed esclusi dal branco. I bambini possono trovare difficoltà a resistere alla pressione dei pari, ma devono sapere di poter essere perfettamente in grado di rifiutarsi di partecipare ad esperienze pericolose o che li spaventano.

È importante far capire quanto la vita sia bella e preziosa e che ogni situazione si può superare, perché è la paura che deve "essere uccisa" e non la persona! È necessario stare vicino ai ragazzi.