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Quale identità per questo calcio?

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di DANILO GIANFRATE

Il forzato addio dell'ultima vera bandiera romanista Daniele de Rossi getta ulteriore nebbia in questo calcio.



In principio il giuoco del calcio, così come era stato pensato, era un gioco dilettevole che spesso evocava e provocava passione anche nei confronti di chi bravo con i piedi non era e per questo posto miglior ove condividere tale passione non poteva essere altro che una scomoda panchina in curva. Ma ora, siamo sicuri che il calcio sia ancora passione? I primi sintomi si questa malattia patologica si ebbero con i primi trasferimenti stratosferici che oltrepassava il miliardo negli anni '60 per poi avere una escalation in salita verticale che ci ha portato ad oggi. Un calcio malato, fatto di squadre super indebitate, di operazioni finanziarie ad alto potenziale di rischio, di calciatori scambiati come figurine che li rappresentano. Siamo sicuri che il calcio sia davvero questo? Tifoserie stanche spesso di sottostare a proprietà che immolano in nome degli interessi, operazioni che di fatto possano penalizzare la squadra stessa. In passato è stato necessario per salvare dal fallimento l'intervento delle banche, si pensi all'Unicredit, ad un prestito obbliglazionario come quello fatto alla Juventus, all'affacciarsi di fondi speculativi. Ma è il marciare su quell'onda che sormonta nei cuori dei tifosi al sentire le note del proprio inno, vissuto come un credo, che le proprietà vivono. Proprietà che hanno acquisito la titolarità a fronte di famiglie storiche ma che spesso di calcio e quindi di passione ne sanno meno che di un comune soggetto. Le patologie sono molto e forse i rimedi sono pagliativi, ma una bandiera come de Rossi, un faro in questo buio al calcio mancherà. Ad un romanista ma a qualunque tifoso.