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Calcio e coronavirus: il pallone sgonfiato

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di FLAVIO DIOGRANDE

Il primo caso di coronavirus registrato in Italia risale al 21 febbraio, ma probabilmente il virus circolava già da diverse settimane nella penisola.

 

 

Ora, guardando al passato con le conoscenze acquisite nel frattempo, si può affermare che quel 21 febbraio il Paese si scoprì del tutto impreparato e vulnerabile alla malattia, anche a causa di una fatale sottovalutazione della gravità del pericolo pandemico, che non veniva percepito come reale e imminente: politici, tecnici e finanche alcuni scienziati avevano valutato erroneamente la portata di questa emergenza. Il calcio europeo si arrese all’evidenza solo alcune settimane più tardi. Seguendo la legge del suo business secondo cui “The show must go on”, l’industria pallonara aveva tentato di proseguire, sfidando l’elevato rischio di propagazione del virus. Per intenderci: in serie A l’ultima partita – Sassuolo Brescia – si giocò il 9 marzo a porte chiuse. Due giorni dopo, all’Anfield Road di Liverpool, la squadra di casa sfidò gli spagnoli dell’Atletico Madrid in una partita di Champions League, dinanzi ad oltre 50mila spettatori.

In questi giorni di lenta ripartenza, anche il mondo del pallone cerca di ritornare alla propria normalità provando ad attutire per quanto possibile gli ingenti danni economici derivanti dalla interruzione dei campionati nazionali e dei tornei continentali. Seguendo prescrizioni e orientamenti diversi legati al contesto emergenziale di ogni singolo Paese, i governi e le varie federazioni sportive sono chiamati a esprimersi sul futuro prossimo del calcio globale, con la consapevolezza di giocarsi il destino di un business – quello pallonaro, appunto – tra i più fiorenti al mondo, capace di generare un giro d’affari di diversi miliardi di euro.

Dopo lo slittamento all’anno prossimo degli Europei di calcio, la Uefa – massima rappresentanza calcistica del vecchio Continente – preme sulle leghe nazionali nel tentativo di accelerare la ripresa dei vari campionati e valuta quali soluzioni organizzative adottare per portare a termine le varie competizioni europee che garantirebbero ossigeno alle casse dell’organo di governo del calcio europeo in un momento estremamente delicato.

Per quanto riguarda i tornei nazionali, dopo il blocco definitivo del calcio olandese – vietati gli eventi pubblici di massa fino al primo settembre – anche la Ligue 1 francese ha alzato bandiera bianca a seguito della decisione del governo di vietare la ripresa delle attività per gli sport professionistici non individuali. In entrambi i casi, i club svantaggiati dalla chiusura anticipata dei campionati hanno già preannunciato che presenteranno ricorsi avverso le decisioni delle rispettive federazioni. Stagione finita anche in Belgio, mentre il calcio tedesco è pronto a ripartire, come confermato dalla Merkel: «La Bundesliga potrà ripartire dalla seconda metà di maggio. Ovviamente bisognerà farlo seguendo le adeguate norme igieniche». I protocolli medici che dovrebbero garantire il ritorno in campo variano in tutta Europa, ma la volontà di riaccendere la passione dei tifosi accomuna tutte le federazioni calcistiche.

Nelle ultime due settimane di maggio il pallone tornerà a rotolare anche in Ungheria, Serbia e Danimarca. Successivamente dovrebbero ripartire il campionato svizzero e quello portoghese, mentre in Russia, Turchia e in Finlandia si tornerà a giocare con l’arrivo della stagione estiva. Altre due grandi realtà calcistiche europee – Premier League inglese e Liga spagnole –  vagano nel limbo dell’incertezza e attendono che le decisioni degli organi federali ufficializzino la ripresa delle competizioni nazionali.

Proprio in questi giorni, tuttavia, sulla questione della ripartenza dei campionati è arrivata una netta presa di posizione da Michel D'Hooghe, medico belga e presidente del Comitato medico della Fifa, che si dice contrario a una ripresa del calcio prima di tre mesi: «Sono scettico - dice D'Hooghe -. Non si dovrà tornare a giocare prima della fine di agosto o dell'inizio di settembre. Il calcio improvvisamente non è la cosa più importante della vita. Sarei contento di poter riprendere le prossime stagioni senza ulteriori problemi e sarei altresì felice di veder ripartire i campionati. Bisogna evitare il ritorno del virus, che non è impossibile. Dobbiamo essere prudenti, è una questione di vita o di morte».

In Italia, ad oggi, non c’è ancora chiarezza sulla ripartenza dei campionati, ma alcune società di serie A hanno già riacceso i motori in virtù di ordinanze regionali che hanno deliberato in favore di sedute di allenamento individuale. Poco tempo a disposizione e diversi nodi da sciogliere per la Federcalcio e per il Governo, con esigenze e interessi diversi da convogliare in un’unica direzione che consenta di tutelare e salvaguardare sia la salute pubblica, che l’industria calcistica coi suoi ricavi miliardari legati a sponsorizzazioni, merchandising e contratti Tv. Se per i campionati minori la sorte pare ormai segnata – molto critica la situazione in serie C e nelle categorie dilettantistiche con diverse società che l’anno prossimo potrebbero non presentarsi ai nastri di partenza a causa delle difficoltà economiche – per la serie A si spera di trovare il modo di ripartire per terminare in modo regolare la stagione. Il cedimento del sistema-calcio in Italia comporterebbe una crisi non solo sportiva, ma anche e soprattutto finanziaria e occupazionale, considerando l’impatto economico del colosso calcistico sul PIL nazionale. «La mia linea (e quella del Governo) non è mai cambiata: auspichiamo tutti che i campionati possano riprendere regolarmente, ma a oggi è impossibile definire una data certa, prima di verificare come andrà la curva dei contagi nelle prossime due settimane», ha spiegato il ministro dello Sport, Spadafora, auspicando che dall’incontro tra Comitato Tecnico Scientifico e Figc dei prossimi giorni possa arrivare il via libera al Protocollo che dovrebbe disciplinare la ripresa degli allenamenti. Lo stesso premier Conte ha assicurato che presto verrà presa una decisione sulla possibilità di concludere il campionato entro la fine dell’estate: «Convocheremo il mondo dello sport e del calcio per fare il punto. Non ho ancora messo mano al dossier – ha aggiunto il capo del governo – ma sentiremo e concorderemo. C’è il ministro, che ha fatto un ottimo lavoro, ma è giusto che tutti gli stakeholders del calcio e dello sport abbiano un confronto col governo ai massimi livelli. Ovviamente tenendo presenti le raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico».

Se i presidenti delle società più blasonate si dichiarano pronti a riaprire i cancelli dei propri centri sportivi garantendo di aver già predisposto misure adeguate per tutelare la salute degli atleti, le squadre medio-piccole soffrono la mancanza di strutture sportive all’altezza e studiano sistemazioni alternative per allenarsi e prepararsi a una eventuale ripartenza. In attesa di una decisione definitiva e nel trambusto tipicamente italiano provocato dal rimpallo di responsabilità tra governo, Cts e federazione sportiva, l’Assocalciatori esprime attraverso le parole del suo portavoce una posizione prudente: «Essere favorevoli o contrari alla ripresa lascia il tempo che trova: ad oggi mancano alcuni elementi. Non abbiamo alcune risposte e questo genera incertezza, mancano le date. Chi si prende il rischio di far ripartire il calcio se il rischio non è zero? L`atleta? Il club? Il Governo? Bisogna partire al momento giusto e con il protocollo ideale».

 

Foto: espresso.it