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Villeneuve, cuore caldo canadese

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di DANILO GIANFRATE

I ricordi restano indelebili e non sarà di certo il tempo a cancellarli.


 

Sin da quando, cavalcando una motoslitta, schizzava tra sprazzi di neve fresca, aggrappato a quel manubrio piegato da tanta irruenza. Con quella corporatura minuta, gracile. Bassino, proveniente dal freddo Quebèc, Gilles le sue prime esperienze le fa in sella proprio alle motoslitte, dove affina la sensibilità che renderà peculiare la sua guida nonché la mancanza di visibilità gli fanno sviluppare un’innato senso del pericolo ma tutto sommato anche del controllo. La moglie raccontava di quanto fosse già spericolato quando non ancora munito di patente, la raggiungeva nel suo paese sbaragliando ogni record. O di quella volta che fu fermato dai Carabinieri alle porte di Maranello, sfrecciando con la sua 308gts e di come gli stessi carabinieri chiusero un occhio in cambio di una partenza con tanto di virgole sull’asfalto. Aveva bisogno di cavalli che lo spingessero Gilles. Aveva bisogno di quel calcio accompagnato da quella frustata in cambio marcia, che più che un dolore emoziona. Amava correre sul filo Gilles, sapendo che da quel filo era un attimo e si poteva cadere o ancor peggio che lo stesso filo si sarebbe potuto spezzare. Correva Gilles, ma non come più della metà dei piloti fanno. Correva perché amava realmente farlo. Senza rispetto per il mezzo e non era un caso se tornando ai box, la macchina era praticamente senza freni, con i semiassi da rettificare. Non era un caso se era chiamato l’aviatore, o se parlando con un altro pilota e chiedendo se quella curva si potesse fare in pieno, a metà delle prove da una coltre di polvere densa né usci lui, evidentemente sconfortato dal fatto che quella curva in pieno non si poteva fare. Non si poteva non volergli bene e i tifosi questo lo sanno. Un pilota con un palmàres che conta solamente 6 vittorie non entrerà mai nella leggende. A meno che tu non sia canadese, che il tuo nome sia Gilles e che quelle vittorie hanno un reale valore. Come le imprese, come i voli. Non era un caso quel volto teso a Imola, preambolo di ciò che sarebbe potuto succedere. Neanche tradito ma neanche coccolato da quel Ferrari che tanto diceva di amarlo ma che evidentemente non ci credeva tanto.  E Gilles, portato così in alto, non poteva esser lasciato cadere giù. 35 anni fa cercava di dimostrare che il posto più alto nella gerarchia gli sarebbe dovuto appartenere di diritto, perché Gilles era il più veloce. Ormai sulle tele, con una macchina inguidabile, non più di quanto lo fossero solitamente le sue, oltre i 250 all’ora, vedeva la fine del suo giro, del traguardo.  Ma non vide, o non volle guarda ciò che si interponeva ed è un attimo. Gilles vola, l’aviatore.

La febbre Villeneuve non si è ancora placata, e tutti i vari farmaci somministrati non hanno fatto altro che tenere alto il paragone. Dal debutto del motore turbo a Montecarlo al duello per un blando secondo posto con Arnoux.

Ma il tempo è spesso tiranno, e ciò che sarebbe potuto essere è il pensiero di ognuno di noi.

Salut Gilles!