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Le vaccinazioni: piccola storia della Speranza

Le vaccinazioni: piccola storia della Speranza

 

 

di VINCENZA D'ONGHIA

La vaccinazione contro Covid-19, espressione clinica dell’infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2, è forse la conquista della scienza più attesa nella storia dell’umanità. Il mesto transito dei camion militari carichi delle salme di chi non ha superato la malattia, la solitudine delle terapie intensive, la battaglia del personale sanitario, il silenzio, le città deserte, lo spettro della povertà, la disperazione di chi ha visto sfumare progetti di vita e anche il solo non potersi toccare, nascosti dalle mascherine, contribuiscono a identificare questo strumento di profilassi ormai vecchio di tre secoli, con la fine di un incubo, il ritorno ad una normalità che rappresenta una rinascita per ogni angolo del mondo. Al di là di ogni polemica e del diffondersi di movimenti No-Vax, è doveroso ripercorrere brevemente la storia delle vaccinazioni, un presidio che spesso diamo ormai per scontato ma che ha rivoluzionato la storia del genere umano, debellando malattie per secoli considerate incurabili, falciando drasticamente la mortalità infantile e allungando sensibilmente l’aspettativa di vita.

La possibilità di “attenuare” infezioni virulente è divenuta realtà con lentezza nel corso dei secoli. L’idea del medico inglese Edward Jenner di utilizzare un poxvirus animale, probabilmente originato dal cavallo, per prevenire il vaiolo, si basava sull’ipotesi che un agente virulento per gli animali potrebbe essere attenuato nell’uomo, teoria alla base dello sviluppo del bacillo di Calmette e Guérin, un microrganismo attenuato di origine bovina utilizzato come vaccino contro la tubercolosi e sperimentato sull’uomo per la prima volta nel 1921. Furono tuttavia Louis Pasteur ed i suoi colleghi a strutturare scientificamente il concetto di attenuazione e dimostrarne l’utilità, prima con la Pasteurella multocida, responsabile di una malattia diarroica nei polli, e, successivamente, con l’antrace negli ovini per arrivare alla rabbia nell’animale e nell’uomo. I loro primi approcci coinvolgevano l’esposizione all’ossigeno o al calore, entrambi coinvolti nello sviluppo nel vaccino antirabico ma la svolta si ebbe con la tecnica della coltivazione seriale del patogeno in vitro o in un ospite non abituale, sperimentata per il vaccino antitubercolare da Albert Calmette e  Camille Guérin tra il 1908 e il 1921, attraverso 230 passaggi in un terreno artificiale costituito da bile, glicerina e patata per ottenere un ceppo attenuato in grado di proteggere dalla tubercolosi umana. Nel corso del XX secolo, Sellards e Laigret e Theiler e Smith attenuarono il terribile virus della febbre gialla attraverso passaggi seriali nei tessuti embrionali rispettivamente di topo e di pollo. Un ulteriore passo avanti si ebbe con la scoperta che le cellule potevano essere coltivate in vitro, quindi in un mezzo sterile, e utilizzate come substrato per la crescita di numerosi virus, tra cui quello della poliomielite e del morbillo. Il passaggio in colture cellulari conduce ad un adattamento della crescita in un mezzo differente, capacità maggiormente sviluppata nei mutanti che hanno perso o modificato i geni che ne permettono l’infezione e la diffusione nell’organismo umano. Tale metodo fu immediatamente adottato dai produttori di vaccini con il risultato della nascita del vaccino contro la poliomielite di Albert Sabin (1962) nonché di quelli diretti contro morbillo, rosolia, parotite e varicella.  Alla fine del XIX secolo risale, invece, la scoperta che l’immunogenicità di alcuni batteri rimaneva conservata anche dopo uccisione con calore o agenti chimici. I primi vaccini inattivati furono così prodotti contemporaneamente da Salomon e Smith negli Stati Uniti e da Roux e Chamberland dell’Istituto Pasteur in Francia e la tecnica fu applicata inizialmente agli agenti patogeni del tifo, della peste e del colera. Seguirono il vaccino contro la pertosse inattivato con formalina, sperimentato per la prima volta dal medico danese Thorvald Madsen nel 1925, e il vaccino contro la difterite, i cui pionieri furono Glenny e Hopkins che resero meno virulenta la tossina difterica trattandola con formalina nel 1923, e Ramon che, successivamente, dimostrò che era possibile inattivare la tossicità di quelle molecole pur mantenendone la capacità di indurre la produzione di anticorpi anti-tossina. Nel XX secolo l’inattivazione è stata applicata anche ai virus: sono nati così i vaccini inattivati contro l’influenza, il vaccino iniettabile contro la poliomielite di Jonas Salk nel 1954, il vaccino di Provost contro l’epatite A e i vaccini contro l’encefalite giapponese e la meningoencefalite da zecche.

Sin dai primi studi batteriologici era stato osservato che molti patogeni erano circondati da una capsula polisaccaridica (composta da derivati di glucosio, fruttosio o da acido ialuronico) contro cui potevano agire degli anticorpi, principio alla base dell’elaborazione del vaccino contro il Meningococco di Artenstein, in grado di contenere le epidemie tra le reclute militari, del vaccino anti-Pneumococco, frutto della combinazione di polisaccaridi multipli derivanti da diversi sierotipi batterici, e del vaccino anti- Haemophilus Influenzae di tipo B. I vaccini polisaccaridici, però, generavano anticorpi sierici che prevenivano la batteriemia e la sepsi nell’adulto ma erano inefficaci nella prima infanzia, in quanto i bambini non sono in grado di montare una risposta immunologica basata sui linfociti B in risposta al solo polisaccaride, ostacolo superato in seguito coniugando quest’ultimo a delle proteine che permettevano ai linfociti T di rafforzare la risposta, prevenendo inoltre il trasporto rinofaringeo dei principali patogeni dell’infanzia e conducendo verso l’immunità di gregge. L’utilità della coniugazione delle proteine ai polisaccaridi era già stata dimostrata da Avery e Goebel nel 1929 ma solo con il vaccino contro H. Influenzae, la tecnica trovò applicazione pratica.  Molti vaccini si compongono anche di proteine parzialmente o totalmente purificate, come l’emoagglutinina, dei virus influenzali utilizzata come antigene, da una a cinque proteine del bacillo che causa la pertosse del vaccino giapponese di Sato del 1981 cui sono seguiti altri trial fino agli anni’90, e le proteine del virus dell’antrace, sviluppato nei primi anni’60 per l’esercito statunitense, e del virus della rabbia perfezionato negli anni ’70.

La scoperta che alcuni virus a RNA possiedono genomi segmentati che possono essere manipolati come i cromosomi degli eucarioti, ha consentito lo sviluppo di tecniche che permettono di isolare virus con segmenti di RNA provenienti da due virus diversi. Questa tecnica, nota come ricombinazione genica, è stata alla base dello sviluppo dei vaccini antinfluenzali vivo e inattivato, utilizzando i segmenti codificanti l’emoagglutinina e la neuroaminidasi, e di uno dei due vaccini anti-Rotavirus, in cui venivano ricombinati segmenti genici da un virus bovino e virus umani. Sicuramente una grande rivoluzione è stata determinata alla fine del XX secolo dall’introduzione delle tecniche di Ingegneria Genetica, il cui primo prodotto, dopo un tentativo ad opera di Hilleman, fu il vaccino contro l’epatite B di Pablo Valenzuela del 1986, ottenuto posizionando la sequenza genica codificante per l’antigene proteico S in cellule di lievito ottenendone così ingenti quantità. L’ingegneria genetica si serve di lieviti, cellule animali e cellule di insetti per produrre antigeni in coltura con cui costituire vaccini e ad essa si devono i vaccini somministrati per via orale Ty21a anti-tifo e CVD103HgR anti-colera e il tanto atteso vaccino anti-Papilloma Virus che ha segnato una svolta nell’oncologia ginecologica. Recentemente, è stato messo a punto un nuovo vaccino anti-meningococco B, consistente in quattro proteine che inducono anticorpi battericidi insieme ad una vescicola della membrana esterna del microrganismo, attraverso quella che è ritenuta la nuova frontiera della vaccinologia, ossia la reverse vaccinology, di cui è stato pioniere alla fine dagli anni ’90 lo scienziato senese Rino Rappuoli e che si basa sulla selezione di proteine che inducono risposte immunitarie protettive a seguito dell’analisi genomica del microrganismo.

Lo sviluppo di nuovi vaccini rappresenta un caposaldo della ricerca scientifica e farmaceutica e compie ogni giorno nuovi passi verso la sconfitta delle malattie infettive. Sono in studio nuovi adiuvanti per potenziare la risposta immunologica e rimangono da risolvere molti problemi quali l’immaturità o il ritardo della risposta immune rispettivamente nel giovane e nell’anziano, l’induzione della risposta a livello delle mucose con antigeni non viventi, il prolungamento della memoria immunologica e quanto la variabilità genetica possa incidere sulla sicurezza ed efficacia di un vaccino. I vaccini del futuro saranno sicuramente più complessi e presenteranno caratteristiche diverse rispetto a quelli del passato ma dobbiamo sicuramente molto a quei pionieri che da tre secoli, sfidando pregiudizi e diffidenze con estremo coraggio e costo di enormi sacrifici, hanno contribuito alla scomparsa di temibili malattie o a ridurne drasticamente l’incidenza e la mortalità.

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Visite straordinarie al Puccini Museum

di FRANCESCA SARGENTI*

Visite straordinarie al Museo Casa Natale di Giacomo Puccini. Il cinema, le donne, le opere e i bambini saranno i temi e i protagonisti di sei visite tematiche che si svolgeranno dal 26 settembre al 25 ottobre.

Si comincia sabato 26 settembre alle ore 21:00 con una serata speciale dedicata al cinema in occasione del Lucca Film Festival edizione 2020. Una vera e propria incursione nel rapporto di Giacomo Puccini con il cinematografo della sua epoca e del cinema moderno attraverso l’impiego che i registi hanno fatto della musica del compositore.

Si prosegue domenica 27 settembre con un appuntamento per le famiglie. Alle ore 15:00 Costumisti all’opera propone un laboratorio per bambini dai 5 ai 10 anni. Dopo la visita del Museo, per ammirare da vicino i costumi delle opere esposti nelle sale, sarà la volta dell’Atelier Ricci, una vera officina della creatività. I bambini potranno poi realizzare, con colori, stoffe, nastri, e bottoni, i figurini dei costumi dei tanti personaggi delle opere pucciniane.

Sabato 10 ottobre alle ore 21:00, i personaggi femminili delle Opere del Maestro e le donne che ne hanno accompagnato la vita saranno le eroine e le vittime del racconto che si svolgerà nelle stanze del Museo. Infine in occasione della Giornata Mondiale dell’Opera, World Opera Day, il Museo ospiterà tre visite guidate il 24 ottobre alle ore 21:00, il 25 ottobre alle ore 11:00 e alle ore 15:00, quest’ultima dedicata ai bambini che saranno coinvolti nel processo creativo della nascita di un’Opera.

Tutte informazioni e le modalità di prenotazione sono consultabili sul sito puccinimuseum.it

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Due trapper tra gli stupratori di Pisticci

 

 

di ROSA MANNETTA

Si organizza una festa tra il 7 e l’8 settembre 2020.

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Flavio Oreglio: un cantautore “contromano”

 

 

di LUCILLA CORIONI

 

Fu galeotta la nota introduttiva all’album “Siamo una massa di ignoranti. Parliamone"(nel 2005) regalataci dall’indimenticabile Keith Emerson, quando – parlando del Flavio Oreglio musicista – citò il brano “Una vita contromano”. Un disco eccezionale, quello sopracitato, che – come tutte le esperienze complesse e coraggiose – consacrò l’Oreglio attore, scrittore e ideologo, in cantautore “definitivo”.

Una formazione anni Settanta, un’impronta fusion e prog, una personalità poliedrica, un’identità autoctona in quel di Milano che l’ha visto crescere tra le invettive satiriche del Derby e la canzone d’autore dei Vecchioni e degli Svampa.

Flavio Oreglio è un cantautore anomalo, appartenente a quella categoria di musicautori che non si sono (per fortuna…) mai estinti, perché non hanno sposato le mode pop e – seppur con grande fatica – hanno saputo essere coerenti.

Potremmo anche definirlo un cantautore a due anime, una popolare – sempre attenta alla valorizzazione delle tradizioni (con particolare attenzione alle radici milanesi e lombarde - l’altra intellettuale – a favore di un genere astratto come quello di un teatro canzone tra voli country, jazz e rock con deviazioni verso il progressive. Nonostante il tentativo mediatico continuo di collocarlo come attore umoristico e scrittore comico all’interno dello schizofrenico mondo dello spettacolo adoperando le sue diverse abilità eclettiche, Oreglio, dal 1987 al 2019 ha confezionato ben 9 album di inediti.

Tra l’altro la vocalità calda e, in quanto ad ottave, ben dotata, hanno fatto sì che il suo repertorio non si fermasse mai ai soli tre accordi che hanno caratterizzato una certa canzone d’autore, essendo un buon pianista e un conoscitore della chitarra acustica, i suoi album si sono sempre distinti per qualità, ricerca e anti-banalità.

"Melodie e Parodie", "Clownstrofobia" e "Burlando Furioso" rappresentano una lunga trilogia d’esordio che ha traghettato il giovane Flavio Oreglio dal cantautorato tradizionale al club-canzone, una sorta di teatro canzone da locale che, con le modalità del cabaret originario, lo ha reinventato artisticamente lungo il percorso, fino a trasformarlo nel genere Oreglio.

"Ridendo e sferzando", titolo della trilogia, è diventato anche un album con dodici tracce prese dalle tre opere (alcune originali, altre rifatte).

Poi c’è stata una lunga pausa discografica - fatta di live e televisione - ma occasione per la scrittura di nuove canzoni.

Sono gli anni della trasmissione Zelig, dove Oreglio prima recuperato tra i Martesana – tributo ai Gufi con Carlo Pastori, Ale e Franz e Claudio Bisio – poi lanciato con le poesie catartiche pubblicate in seguito da Mondadori. Ma la sua passione, e forse anche la sua missione, è nella musica. In quegli anni parallelamente all’onda mediatica crea il progetto Musicomedians, dando vita insieme ad amici artisti e intellettuali anche a un festival (senza discriminazione di genere e linguaggio) dedicato ai cantautori e approfitta del momento catartico per rituffarsi nella musica, divenendo anche promotore culturale.

Nasce una sorta di antologia di inediti (Ho un sacco di compiti per lunedì) che ripropone con una produzione rinnovata e ricca nell’album “E ci chiamano poeti” (pubblicato al top della sua popolarità mediatica) nel quale compaiono special guest straordinari come Oliviero Malaspina e Davide Van De Sfroos.

E poi, appunto, la consacrazione. Nel 2005 arriva "Siamo una massa di ignoranti. Parliamone", che contiene tutte le caratteristiche identitarie di Oreglio cantautore (attenzione, non canta-attore). Melodie accattivanti, testi ironici, arrangiamenti appunto prog e una Signora Produzione che gli permette di realizzare un Signor Album.

Ma l’anima popolare del Flavio cantautore, prima o poi, è destinata a riemergere: arriva la collaborazione con Dario Canossi e Oreglio, insieme ai Luf, realizza l’album “Giù!”. Un combat folk che si riallaccia ai Modena City Ramblers e a Van De Sfroos, dove i testi sono critici, pieni d’invettiva gucciniana, sfiorando la cosiddetta canzone civile (pensiamo all’omaggio dedicato a Felicia Impastato o a Kabul) e riportandoci, seppur secondo una struttura più indi, a certi mondi anni Settanta.

È il 2008 e con "Giù!" si conclude, dopo vent’anni, la storia – che oggi risolviamo come back catalogue – del cantautore contromano Oreglio.

Ci piace ricordarlo così, mentre con la sua chitarra sfida il vento contrario della mainstream, investito sull’autostrada dell’omologazione da una critica musicale disattenta e svuotata di sentimenti e ideali.

Certo… forse ci sarebbe piaciuto, ricordarlo così.

Ma nel 2019, a sorpresa, contro ogni previsione Oreglio è risorto con il progetto "Anima Popolare" (guarda caso…) che, da canzone, diventa trilogia. E così, anche questa volta, il cantautore contromano, ci ha preso in contropiede!

Per gli appassionati di musica d’autore, tutta la discografia è scaricabile online. Di seguito alcuni link:

MELODIE E

PARODIE: https://open.spotify.com/album/7espolStBev6ArWDnQuMD9

CLOWNSTROFOBIA: https://open.spotify.com/album/2SEJy1ulfLvVmETbpo02uO

BURLANDO FURIOSO: https://music.amazon.com.au/albums/B08FRNWGZF

RIDENDO E

SFERZANDO: https://open.spotify.com/album/79O9RGSmg3tXxs6Kv6wScD

HO UN SACCO DI COMPITI PER

LUNEDI’: https://www.deezer.com/it/album/166679462

E CI CHIAMANO POETI: ( IL MOMENTO E’

CATARTICO): https://open.spotify.com/album/1AYJajl6eSBskjWJ3NBNiv

SIAMO UNA MASSA DI IGNORANTI

PARLIAMONE: https://open.spotify.com/album/6YNWye2bHcmjmOEMC9FkU2

GIU’ (NON E’ STATO FACILE CADERE COSI’ IN

BASSO): https://open.spotify.com/album/2iFLzrEdCNChlIcHlFDDgW

*Ufficio Stampa

*Ufficio Stampa

Giovani violenti e perdita di valori

di MARIA DEL ROSSO

In questi tempi difficili dominati dalla pandemia si assiste ad un clima di odio e di violenza nella nostra società.

La perdita di valori, il razzismo, la violenza, gli stupri sono segni di un Paese impasto al degrado culturale, sociale, economico e destinato alla barbarie.

Le ultime notizie di cronaca come la morte di Willy e lo stupro nel materano, raccontano e descrivono una società allo sbando in cui i giovani privi di ideali e di  buoni esempi si lasciano attrarre dagli ideali nazifascisti per  acquistare valore tra i coetanei e prestigio sociale.

In queste settimane si è diffusa la convinzione che essere brave persone, oneste, istruite è da sfigati, da utopisti e sognatori.

Nel periodo complesso nel quale viviamo tra forti emigrazioni delle nuove generazioni dall’ Italia all’ estero e dall’ Oriente all’ Occidente, da una crisi sociale ed economica, aggravata dalla pandemia,  si sta affermando sempre più  la piaga del bullismo e della perdita di valori.

Un malessere profondo che si annida nei tessuti sociali a rischio, dovuto ad una mancanza di lavoro e di istruzione, fomentato da una politica delle destre fasciste che alimenta  l’odio nei confronti dei migranti, dei poveri e degli indifesi, puntando il dito contro gli ultimi come responsabilità dei problemi del nostro Paese.

Dal clima di odio si innalzano i venti di guerra che soffiano sul fuoco della violenza e sfociano in atti crudeli verso il diverso e l’indifeso.

È importante oggi più che mai ricordare che le agenzie  formative come la scuola, la famiglia e l’ associazionismo hanno il dovere di collaborare tra loro per  creare un momento di confronto, di tutela delle nuove generazioni nella crescita culturale e umana e per costruire un futuro basato sui valori

dell’accoglienza, della capacità di ascolto e di comprensione e del progresso sociale.

Nell’ epoca storica caratterizzata dalla pandemia e dalla voglia di far rinascere il nostro Paese bisogna dar valore alla Resistenza mettendo da parte il nostro egoismo e la nostra indifferenza che mirano ad uccidere la dignità umana e a privare l’uomo del pensiero critico.

E come afferma il grande Martin Luther King: “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi, è l’indifferenza dei buoni”.

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Minoranze etniche e disagio socio-economico

 

 

di VINCENZA D'ONGHIA

Raramente le pandemie colpiscono in maniera uniforme tutti gli strati della popolazione.

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Vite partigiane: Un progetto di ricerca dell’Anpi di Bari

 

 

Redazionale

Ogni nome inciso su quella lastra di marmo, all’ingresso del Comune di Bari, racchiude in sé memorie e ricordi, fatti eroici e atti di coraggio, tenerezza e rimpianto e poi il lutto e l’orgoglio dei familiari. Un patrimonio sentimentale oltre che storico, che rischia di andare perduto col tempo.

Chi erano, dove hanno combattuto, come hanno vissuto la Resistenza al nazifascismo i partigiani baresi? A queste domande l’Anpi di Bari vuol dare risposte con il progetto di formazione e di ricerca dal titolo: “Vite partigiane di Bari e provincia”.

FINALITÀ DEL PROGETTOIl progetto mira ad approfondire la conoscenza della storia dell’antifascismo e della Resistenza, gli episodi di opposizione alla dittatura fascista e di lotta alla occupazione tedesca in Puglia e in particolare in Terra di Bari, nonché a ricostruire profili biografici di partigiani e partigiane provenienti dal territorio di Bari e provincia, con le metodologie e le tecniche della ricerca storica.

TESTO INTEGRALE DEL BANDO

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COME POSSO CANDIDARMI?

L'iniziativa è aperta a giovani under 34, che abbiano i requisiti di cui all'art 2 del bando, che possono aderire entro il 30 settembre. Che aspetti a candidarti? La partecipazione è gratuita.

FORMA E SOSTANZA DEL PROGETTO?

Il progetto è articolato in due fasi: una parte formativa rivolta ad un massimo di 36 partecipanti, al termine della quale saranno selezionati i dodici ricercatori da impegnare nella seconda fase, destinata alla ricerca e che consiste in un lavoro di gruppo finalizzato a restituire nei tratti essenziali il contributo dato alla Resistenza da alcune figure di partigiani e partigiane baresi.
Le lezioni sono organizzate in quattro moduli tematici: Fascismo, storia e caratteri; Storia dell’antifascismo e della Resistenza in Italia; Antifascismo e Resistenza a Bari e in Puglia; Vite partigiane, fonti e metodi di ricerca.

CHI SARANNO GLI ESPERTI E I DOCENTI COINVOLTI?

Per la formazione dei giovani ricercatori l’Anpi organizza una serie di lezioni, per un totale di 26 ore, affidate a docenti universitari, storici, esperti delle tecniche di indagine d’archivio e delle fonti.
L’attività didattica è coordinata da Nicola Signorile e indirizzata da un comitato scientifico composto da: Giuseppe Cascione, Lea Durante, Mario Gianfrate, Antonella Lovecchio, Pasquale Martino, Ferdinando Pappalardo e Mario Spagnoletti. Fra gli altri docenti invitati: Lucia De Crescenzi, Eleonora Forenza, Carlo Greppi, Fabrizio Fiume, Pati Luceri, Pasquale Trizio.

QUANDO INIZIA IL CORSO?

La prima lezione il 5 ottobre nel salone della Fondazione Maierotti, in via Volpe 4, nel rispetto delle procedure anti-covid. Il programma didattico e la scheda sintetica del progetto sono in calce al bando.

Per info contatta l'indirizzo email: vitepartigiane_anpi@libero.it o scrivici sulla pagina!

Buoni e cattivi esempi sul web

di ASIA PISANELLO

Il periodo primaverile di quest’anno è stato certamente particolare! Per affrontare la chiusura forzata, in tanti hanno ricercato il divertimento e lo hanno fatto utilizzando soprattutto i social. In modo particolare, il lockdown ha favorito la diffusione su larga scala di “TikTok”, una piattaforma che incorpora musica e video. Quasi tutti hanno realizzato almeno un video su questo nuovo social.

La ricerca di divertimento, però, non si è limitata solo ad alcuni balletti. Numerosi sono stati i video di ogni genere, diventati poi virali, che hanno rallegrato la nostra quarantena non facendoci mancare nulla: abbiamo visto coreografie, gaffe, scherzi.

Questi video hanno permesso ai loro soggetti principali di diventare davvero noti! Basta andare in piazza ed urlare una frase come “Ce la faremo!” e state pur certi che riceverete una risposta. La maggior parte della popolazione conosce ormai questi fenomeni che hanno impazzato sul web e, in maniera consapevole o meno, siamo stati proprio noi a renderli tali e a concedere loro visibilità.

Uno di questi personaggi divenuti virali è Angela Chianello, palermitana doc. Angela è diventata famosa all’inizio dell’estate grazie ad un’intervista fattale dal TG regionale sulla spiaggia di Mondello. Nel video, la giornalista si avvicina alla signora che, senza mascherina, sistema beatamente le sue cose sulla sabbia. Angela esordisce con una frase semplicissima, ma per il modo e l’accento con cui è stata detta, diviene il primo momento cult: “Buongiorno da Mondello!”. La giornalista le chiede poi come mai avesse deciso di trascorrere la giornata al mare e se fosse dotata di mascherina, visto che non l’aveva indosso. La signora Angela, coda di cavallo ben tirata e rossetto rosso, risponde che la mascherina ce l’ha il marito e poi pronuncia la frase che diventa il momento centrale di tutto il video e che è riuscita a renderla famosa. Angela afferma che a Palermo non c’erano più casi da un paio di settimane, che il posto quindi era sicuro e lei aveva tutto il diritto di godersi una bella giornata di sole. Pronuncia, quindi, una frase in grado di radunare in pochi minuti tutti i negazionisti e gli ignoranti del nostro paese: “Non ce n’è qui Coviddi”!

Siccome il web è un posto magico, nel giro di pochissimo tempo il video è divenuto virale, raggiungendo moltissime visualizzazioni e condivisioni. Angela si è ritrovata da essere da mamma a tempo pieno a star del web nell’arco di una giornata. Ovviamente nella frase non c’è nulla di divertente, ma sicuramente il tono, l’accento e il suo atteggiamento hanno favorito le risate del pubblico. Come una catena il video è rimbalzato da cellulare a cellulare, di social in social. Ma non è finita qui perché in qualche modo Angela doveva render conto della frase infelice e proprio per questo è stata chiamata nello studio televisivo più seguito da chi ama il “trash”: la trasmissione di Barbara d’Urso. Angela, messa sotto accusa, ha cercato in tutti i modi di giustificarsi, ma senza grandi successi, visto che poi è stata invitata svariate volte in studio. Ecco, quindi, che Angela colleziona un ulteriore successo: diviene la star del salotto della d’Urso.

Il video è stato copiato più di una volta. Sui muri e in alcuni locali era possibile trovare scritte le sue due celebri frasi. Chi almeno una volta non ha salutato con un “Buongiorno da Mondello” o ha cercato di imitare il suo accento nella frase “Non ce n’è Coviddi”?

Finché video di tal genere spopolano solo perché divertenti e perché le persone si rendono conto di quanta ignoranza ci sia, non è un male. Forse la loro diffusione e il fatto che se ne sia parlato, ha contribuito a far ricredere molti ragazzini, ma anche persone adulte che non credevano nell’esistenza del Covid-19. Tuttavia, la cosa grave sta nel fatto che Angela non smette di essere una star del web. Infatti pochi giorni fa si è iscritta su Instagram e nel giro di 24 ore è riuscita a raccogliere attorno a sé quasi 150mila seguaci. 150mila persone che guarderanno le sue foto, le sue stories, ascolteranno le sue improbabili teorie.

Il rischio è che molti ragazzini, non riuscendo ancora ad avere un proprio pensiero critico, prendano per oro colato le fandonie di questa donna. Speriamo vivamente che i suoi followers siano in grado di discernere la realtà dalle stupidate del web, che siano consapevoli che la loro nuova beniamina è diventata una star non per la credibilità delle sue affermazioni, ma per i suoi atteggiamenti comici ed ignoranti. La risata ed il divertimento ci stanno tutti ma dovremmo anche pubblicizzare modelli diversi da quello di Angela e del resto dei suoi amici.

Ciò che possiamo fare per non incorrere in questi pericoli è cercare di rendere virali solo persone che parlano con cognizione di causa, che esprimono pensieri, condivisibili o meno, ma fondati. Dovremmo cercare di promuovere modelli di vita differenti. Sarebbe auspicabile diventassero virali i giovani che hanno studiato, coloro che hanno creato davvero qualcosa di innovativo, i medici e gli infermieri che hanno vissuto in prima linea l’emergenza sanitaria.

Intanto continuiamo a confidare nell’intelligenza del nostro prossimo.

 

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I negazionisti alla Bocca della Verità

 

 

di ROSA MANNETTA

Il sabato 5 settembre, i negazionisti si sono radunati a Roma.

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