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Le campagne del Sud Salento in preda alle fiamme

Le campagne del Sud Salento in preda alle fiamme

 

 

di NICO CATALANO

La statale 274, nota come “salentina meridionale” è l’ultimo lembo di asfalto che attraversa il sud Salento, congiungendo Gallipoli con l’estremità del tacco d’Italia, quella Santa Maria di Leuca, luogo conosciuto sin dall’epoca dell’impero romano come Finibus Terrae. Percorrendo quell’assolato tratto di strada, si avverte la sensazione di trovarsi di fronte ad un paesaggio spettrale, funestato da ettari e ettari di ulivi colpiti dalla famigerata Xylella. Un cimitero di alberi completamente secchi, privi di vita, scheletri di piante un tempo rigogliose, ridotte ad un infinito succedersi di branche spoglie e grigie protese verso l’azzurro cielo salentino, quasi come mani giunte in segno di supplica verso il Padre Eterno, un’ultima speranza per sconfiggere qual terribile batterio che nel volgere di pochi anni ha trasformato uno dei panorami più lussureggianti e verdeggianti del Salento in una nefasta scenografia degna di un  infernale girone dantesco. Un paesaggio, quello che caratterizza questa meravigliosa porzione di terra Salentina totalmente deturpata, stuprata, abusata sia dalle spaventose conseguenze dei cambiamenti climatici, ma anche da decenni di ottusa monocoltura, dall’uso scellerato di pratiche agricole non sostenibili, poco rispettose dei cicli ecologici e della biodiversità, così come dal fuoco e dalle fiamme di origine antropica quasi sempre dolosa. Infatti, secondo i dati pubblicati la scorsa settimana dalla Protezione Civile Regionale, dal 15 giugno ad oggi, sarebbero oltre 1408 gli incendi avvenuti nelle zone rurali in provincia di Lecce. Un numero impressionante, circa 30 roghi al giorno, alcuni di dimensioni enormi, come quello che durante lo scorso week end, ha divorato diversi ettari di Ulivi nei pressi del Lido conchiglie nel territorio del Comune di Sannicola. Nel Salento, terra da qualche decennio preda della peggiore speculazione edilizia al servizio del “dio” profitto derivante da uno sviluppo turistico incontrollato e disordinato che prepotentemente “prende” da quei luoghi più di quanto apporta in termini economici e occupazionali, ultimamente sempre più appezzamenti di ulivo affetti da Xylella vanno in fiamme. Al netto delle alte temperature di questa calda estate post Covid, emerge il sospetto dell’esistenza di un progetto di sbarazzarsi di oliveti ormai improduttivi per fare spazio ad altro. In un territorio come quello salentino, che annovera i suoli con la minore concentrazione di carbonio organico d’Italia, dove l’evidente dissesto idrogeologico e i conseguenti fenomeni erosivi sono la causa delle Falesie costiere che franano sempre più, il pericolo di un incremento esponenziale della già presente cementificazione selvaggia è concreto. Dove si estendevano, immensi gli appezzamenti di Ulivi secolari, eredità della dominazione Aragonese di quelle terre, ora si sussegue in soluzione di continuità il nero sul nero. Di fronte ad un quadro così preoccupante che rischia di causare danni incalcolabili per l’economia salentina, dall’agricoltura al settore del turismo, la politica ha il dovere di prendere posizione, tramite misure capillari e concrete. Azioni, che in questi anni sono mancate da parte dei tanti che hanno rivestito e rivestono ruoli istituzionali. Oggi è giunto il momento di invertire questa tendenza, il paesaggio è la risultante dei processi naturali, sociali e storici che si sono avvicendati nei secoli in quel determinato luogo, rappresenta le radici di una comunità proiettate attraverso il presente verso il futuro, rispettarlo significa tutelare la vita dei nostri figli.

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