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Obbligo vaccinale e interdizione dalla scuola statale

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di VALERIA BRUCCOLA

Scontro tra diritti e obblighi in un Paese regolato dalle sanzioni

 

 

Da alcuni anni ho notato in Italia una tendenza, ormai fin troppo consolidata e diffusa, di costruire percorsi ad ostacoli per i cittadini. Tutto è diventato difficile, a volte rocambolesco e per ogni questione le famiglie si imbattono in gineprai amministrativi e burocratici al termine dei quali c'è sempre una sanzione, di varia natura. La questione dell'obbligo vaccinale per bambini e ragazzi fino a 16 anni di questi giorni ne è un chiaro esempio, terreno sul quale, tra l'altro, si scontrano diritti e obblighi. I fatti di cronaca di questi giorni lo dimostrano chiaramente: bambini ai quali è stato negato l'accesso a scuola per non aver presentato la documentazione di avvenuta vaccinazione o di aver avviato il percorso di vaccinazione stesso. I casi più eclatanti si sono verificati nelle scuole dell'infanzia, dove non vige l'obbligo di frequenza, ma non sono stati rari i casi, da nord a sud, di bambini della scuola primaria rimandati a casa il primo giorno di scuola, nel caos generato dalle famiglie resistenti all'obbligo di vaccinazione. Nemmeno la tenera età dei bambini ha scongiurato l'intervento delle forze dell'ordine, su richiesta dei genitori che hanno rivendicato per i propri figli il diritto di accedere a scuola, con esito comunque negativo. In tutti i casi, infatti, in presenza di un Decreto che impone alle scuole di ammettere solo i vaccinati, o in procinto di esserlo, i bambini non hanno potuto varcare la soglia delle scuole dell'infanzia, disattendendo il principio di libertà di decisione richiamato dalle famiglie. Le contraddizioni più eclatanti del provvedimento del Ministero della Saluti, tuttavia, emergono quando si entra nel segmento dell'obbligo scolastico, dove il divieto di ingresso si trasforma in sanzione. Se una famiglia non dimostra l'avvenuta vaccinazione, scatta un accertamento e relativa multa, in caso non si voglia procedere anche successivamente all'iscrizione a scuola. Siamo di fronte a due valori che, come in altri casi, richiamano legittimità diverse: da un lato il diritto della persona di decidere liberamente, dall'altro quella dello Stato di decidere per tutti, in modo standardizzato, dietro la giustificazione del  bene comune. Tuttavia, quando un diritto entra in conflitto con un dovere i legislatori si assumono la responsabilità di decidere senza deroghe e sanzionando il non rispetto dell'obbligo.

Stefano Rodotà ha ben spiegato come il diritto alla libertà di scelta sia ormai consolidato e che sia compito dei legislatori quello di trovare tutte le misure atte a conciliare il diritto di scelta con questioni di ordine pratico o etico, definite per legge, che ne limitano di fatto l'espressione. Premettendo che, a mio parere, in Italia si è giunti ad una visione drastica, seguita da una logica sanzionatoria, dell'obbligo vaccinale senza alcun dibattito democratico e senza i dovuti tempi per sensibilizzare l'opinione pubblica, il provvedimento è apparso come una insopportabile imposizione da parte di chi si è trovato a doversi sobbarcare tutto l'onere della vicenda, le famiglie, costrette a procurarsi la documentazione in tempi da record, in un periodo, come quello estivo, con le amministrazioni, spesso in cronica carenza di organico, nel caos feriale. Perché in epoca telematica non si può ottenere che le amministrazioni “parlino” tra loro? Perché le scuole devono diventare luoghi di rappresaglia, di “punizione” contro quei bambini le cui famiglie, per ragioni che in altri momenti storici erano comunque considerate degne di essere rispettate e considerate, hanno deciso di non  eseguire i vaccini? In questo momento, due Ministri della Repubblica si trovano a dover chiarire i termini di una vicenda politica e sociale che li vede contemporaneamente impegnati ma la questione è di carattere più ampio e investe tutta la società civile e il rapporto tra Stato e Regioni, che hanno cercato una via per prorogare i termini della produzione dei certificati, vista la difficoltà incontrata nel rispondere in termini organizzativi alle scadenze imposte dal Decreto. In questi anni, la cittadinanza italiana si è trovata più volte a percepire lo Stato come un interlocutore estraneo a se stessa, vista la contrapposizione che serpeggia ad ogni provvedimento ma mai la questione dei vaccini in età scolare era stata avvertita come un problema dalle famiglie e le amministrazioni pubbliche sanitarie e nessuna resistenza era mai emersa. Ciò che è apparso spropositato è stato l'obbligo perentorio e la velocità con cui le nuove regole dovevano essere applicate. Rimane infine de chiarire come possa essere giustificata anche a livello sociosanitario, la possibilità di contravvenire all'obbligo pagando una sanzione: forse il pagamento di una multa azzera i rischi epidemiologici, quelli paventati a sostegno di un decreto che introduce l'obbligatorietà di nuove vaccinazioni. La questione, come si può ben vedere, è assai complessa e accompagnata da numerosi dubbi e polemiche che, sicuramente, saranno teatro di scontri istituzionali serrati.