Il SudEst

Friday
Dec 15th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Territorio territorio In coma farmacologico

In coma farmacologico

Email Stampa PDF

 


di LEANDRO VICHI

Reportage sull’inquinamento chimico-farmaceutico nell’India del Sud

 

 

Un autobus sgangherato mi porta a Patancheru, villaggio indiano dell’Andhra Pradesh che si sviluppa lungo i bordi polverosi di una caotica strada che lo collega a Hyderabad, metropoli dell’India meridionale il cui nome richiama il passato arabeggiante. Dopo una mattinata trascorsa a girovagare tra le numerose microcliniche che sorgono tra i meccanici e i chioschi di alimentari, riesco finalmente a rintracciare il Dottor Kishan Rao, leader del movimento ambientalista che da oltre trent’anni combatte contro le industrie chimico-farmaceutiche che hanno avvelenato quest’area.

Mi si presenta un omone dai movimenti stanchi e dal respiro affannato. Attacca a parlare subito dopo le presentazioni: “Voi occidentali non avete ancora capito che questo tipo di inquinamento non si può isolare. In fondo ai vostri governanti piacerebbe rinchiuderci in una capsula e lasciarci morire come insetti. Purtroppo per voi non è così: l’acqua avvelenata dei nostri fiumi e dei nostri laghi domani potrebbe piovere su di voi. E allora? Cosa farete?”.

Quando, nel 2008, alcuni ricercatori dell’Università di Goteborg analizzarono l’acqua del fiume Nakkavagu, la principale risorsa idrica dell’area, rimasero sconvolti: ogni giorno venivano disciolti nel fiume una quantità di antibiotici sufficiente per trattare centomila persone. Una sorta di veleno a piccole dosi per i circa cinquantamila abitanti del distretto del Medak che comprende, oltre a Patancheru, altri tredici comuni. Altissima l’incidenza di cancro riscontrata.

Il dottor Kishan Rao mi spiega che i problemi per l’Andhra Pradesh iniziarono all’inizio degli anni Ottanta quando, in seguito agli incentivi e ai sussidi offerti dal governo regionale alle imprese che si sarebbero installate e alla mancanza di un rigido ordinamento riguardo alla gestione degli scarichi industriali, lo Stato (e in particolare il distretto del Medak nel quale sono concentrate il 40% delle industrie) divenne tra i più industrializzati e inquinati dell’India.

Fin da subito i residui industriali (trattati e non) delle numerosissime industrie chimico-farmaceutiche sorte nella zona finirono per contaminare i corsi d’acqua presenti nel territorio e di conseguenza la vita delle comunità che vivano esclusivamente di agricoltura, pesca e allevamento.Il giorno successivo noleggio un tuk tuk e, accompagnato da Shailedra, attivista del movimento ambientalista, m’inoltro per la campagna circostante Patancheru per osservare con i miei occhi gli effetti dell’inquinamento. L’impatto è impressionante: il verde luccicante tipico della vegetazione tropicale lascia il posto a brulle distese di campi giallognoli, arbusti rinsecchiti e rivoli d’acqua sporca e maleodorante; è evidente che si tratta di una terra già morta, o che forse sta esalando l’ultimo respiro.

La principale risorsa idrica per gli abitanti della zona è costituita dai numerosissimi acquitrini e tank d’acqua (naturali e artificiali) creati dal fiume Nakkavagu, giacché quest’ultimo non è perenne e l’acqua viene utilizzata tutto l’anno per l’agricoltura e l’uso personale. Gli scarichi industriali rilasciati nel Nakkavagu contaminano l’interno bacino del fiume con l’aggravante che, non avendo la possibilità di essere diluita in mare o in altri grandi fiumi, l’acqua inquinata ristagna e viene assorbita dalla terra.
La qualità dell’acqua del Nakkavagu si è deteriorata al punto che non è sopravvissuta alcuna forma di vita e non può più essere utilizzata per l’irrigazione dei campi. Incontriamo una delle poche famiglie di agricoltori rimaste. Dopo il rituale del tè m’intrattengo con i bambini che m’investono, curiosi, di mille sguardi e attenzioni mentre Shailedra parla animosamente con il padre. Una volta lasciata la casa, mi racconta che molti agricoltori, una volta scoperte le condizioni critiche dell’acqua, interruppero l’irrigazione dei campi e s’indebitarono per scavare dei pozzi lontano dal Nakkavagu senza sapere che l’acqua contaminata si era infiltrata fino alle falde acquifere più profonde. Il risultato fu che, oltre al danno pure la beffa, non poterono utilizzare neanche quell’acqua e andarono, di fatto, in bancarotta.

Percorrendo le strade di terra ai bordi delle quali sorgevano, fino a vent’anni fa, le risaie, i campi di cotone e di canna da zucchero, non si può non provare un profondo senso di rabbia per un sistema produttivo che è passato sopra la vita di comunità che popolavano queste zone da generazioni e generazioni e che probabilmente, dopo aver perso tutto, saranno costrette a emigrare nelle baraccopoli di Hyderabad a lottare ogni giorno tra le caotiche strade della città per un pezzo di pane.
L’inquinamento, infatti, col passare degli anni, ha finito per compromettere irrimediabilmente i raccolti e il ciclo alimentare. Shailedra mi racconta che, prima dell’industrializzazione dell’area, si raccoglievano fino a trenta sacchi di riso per acro; adesso al massimo se ne riescono a ricavare una decina. Anche la qualità del foraggio è peggiorata e di conseguenza la qualità del latte prodotto dalle mucche, nel quale è stato riscontrato un tasso altissimo di metalli tossici. È stato calcolato che più di duemila capi di bestiame sono morti a causa del consumo di acqua tossica e di foraggio contaminato e soltanto un veterinario in tutto il distretto del Medak è stato messo a disposizione degli allevatori.

Infine, anche la pesca è stata messa in ginocchio dall’inquinamento. I pesci sono scomparsi dal Nakkavagu e dagli altri corsi d’acqua circostanti e le quasi duecento famiglie di pescatori hanno dovuto cercare fortuna altrove.
Se le industrie farmaceutiche sono le principali imputate per l’inquinamento delle falde acquifere, le industrie chimiche (produttrici soprattutto di pesticidi, truciolato, acciaio e distillati) riescono a fare peggio per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico. L’APPCB (Ente di controllo dell’inquinamento dell’Andhra Pradesh) ha stilato un rapporto di ventiquattro pagine con l’elenco di tutte le industrie i cui scarichi sono fuori dalla norma. Secondo uno studio promosso nel 2004 da Greenpeace sullo stato della salute pubblica del distretto del Medak, le sostanze inquinanti rilasciate nell’aria come il mercaptano, il ferro, il cloro e l’acido solfidrico, e l’utilizzo dell’acqua contaminata sono la causa diretta dell’incremento di malattie della pelle, leucemie, problemi respiratori, tumori al cervello, ai polmoni e al fegato.

Torno per pranzo a Patancheru, dove ho appuntamento nuovamente con il Dottor Kishan Rao. Mentre mangiamo un piccantissimo thali gli chiedo chi reputa che siano i principali responsabili del disastro cui ho assistito durante l’escursione mattutina. “Le industrie, ovviamente, che hanno trattato questa terra come una discarica; gli amministratori locali che hanno permesso la devastazione del territorio e delle comunità che ci vivevano. Se si va più a fondo, però, si scopre che i prodotti di queste industrie finiscono soprattutto nel mercato americano e, in misura minore, europeo, dove alle industrie chimico-farmaceutiche vengono imposte regole più severe riguardo allo smaltimento dei rifiuti. Da un punto di vista semplicistico ma non impreciso si può, quindi, affermare che si è permesso l’avvelenamento di migliaia di indiani per il benessere e la salute degli occidentali. È così che funziona il mondo. È questo che impone il capitalismo globale che domina le nostre economie. È il libero mercato che diventa libero massacro. Gli occidentali devono sapere che dietro ogni antibiotico che prendono per curarsi da una bronchite ci può essere la morte di un nostro bambino. Pensavamo che dopo l’indipendenza potessimo finalmente intraprendere un nostro cammino e invece, complice la corruzione dei nostri governanti, ci ritroviamo più colonizzati che mai”.

Gli chiedo come e quando è nato il movimento ambientalista di cui è il leader. Ordina dell’altro riso e riprende a parlare: “All’inizio è stata durissima anche perché non c’erano precedenti: la partecipazione civile contro l’inquinamento nel distretto del Medak è stata la prima di questo tipo in Andhra Pradesh. Quando, però, l’inquinamento ha iniziato a mettere in pericolo il sostentamento stesso delle persone (siamo verso la fine degli anni Ottanta) iniziarono a formarsi dei gruppi informali decisi a far sentire la loro voce”. “Da chi è composto il movimento e che strategia avete adottato contro avversari così duri?” “Inizialmente si mobilizzarono soprattutto i contadini ma presto si unirono intellettuali, professori dell’Università di Hyderabad, avvocati e studenti. Purtroppo le organizzazioni internazionali e le ONG s’interessarono al nostro caso solo di recente, quando la situazione era già compromessa e quindi non riuscimmo ad attirare l’attenzione esterna. All’inizio degli anni Novanta fu costituito il PAPC (Comitato di Patancheru contro l’inquinamento) che promosse un dharna (un sit-in prolungato non violento e con sciopero della fame. NdR) davanti alla fabbrica di pesticidi della Volhro cui parteciparono i contadini e gli operai stessi che si sentivano in pericolo. La natura del movimento si basò sempre su principi gandhiani. In seguito organizzammo dei cortei e una marcia di quaranta chilometri fino al Parlamento federale di Hyderabad, dove una delegazione delle vittime consegnò un memorandum al governatore in cui si chiedeva: l’imposizione di impianti di trattamento per gli scarichi di ogni fabbrica, adeguate compensazioni per le terre degradate, rifornimenti di acqua potabile per i villaggi coinvolti”. “Risultati?” “Nessuno. È per questo che decidemmo di rivolgerci alla Corte Suprema dell’India, un’istituzione indipendente da altri poteri nata anche per garantire ai cittadini i diritti fondamentali e l’attuazione della Costituzione; un’istituzione che spesso aveva appoggiato i movimenti sociali e altri attori della società civile in particolare su questioni ambientali. Purtroppo, però, i ricorsi degli industriali e la lentezza della macchina burocratica hanno protratto la decisione e congelato la battaglia giudiziaria. Dopo una lotta di cinque anni, comunque, la Corte ordinò al NEERI (L’Istituto nazionale di ricerca sull’ambiente) di studiare l’impatto dell’inquinamento industriale. Il rapporto del NEERI riconobbe l’inquinamento causato dalle fabbriche e suggerì: una compensazione di trentadue mila Rupie per ogni abitante coinvolto, l’interruzione immediata degli scarichi industriali nei corsi d’acqua, il rifornimento di acqua potabile ai villaggi coinvolti, la bonifica dei campi, l’assistenza medica alle vittime dell’inquinamento, la vigilanza costante sugli scarichi industriali. Purtroppo il parere del NEERI non fu messo in atto immediatamente a causa del perdurare dei ricorsi alla Corte, e in ogni caso la condizione dell’ecosistema era ormai troppo danneggiata perché le persone potessero tornare ad avere una vita normale in quest’area. Oggi lottiamo ancora perché vengano attuate le misure e, le poche persone rimaste, continuano ad ammalarsi”.

La corte ha, dunque, giocato un ruolo fondamentale nei risultati del movimento ambientalista e nel garantire alle persone il diritto a vivere in un ambiente sano. Tutto ciò, però, è stato possibile solo grazie alla partecipazione attiva e costante di migliaia di cittadini, dimostrazione evidente che l’immagine delle masse asiatiche come elementi inermi che accettano il danno ambientale per favorire il modello industriale promosso dai propri governi è un’immagine falsa, usata dalle nostre élite politico-economiche per continuare ad avere a disposizione zone franche da sacrificare in nome del libero mercato e del “benessere”.