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Immigrati, profughi e clandestini tra stereotipi e pregiudizi nei libri di testo della scuola primaria

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di VALERIA BRUCCOLA

Accade anche questo, tra i banchi di scuola, che i bambini leggano su libri di testo a dir poco inadeguati.

 

Esplode così il caso, tra denuncia, polemiche e la goffa replica dell'editore del testo incriminato, sul quale, in un paragrafo di dieci righe, è stato spiegato il fenomeno dell'immigrazione attraverso l'uso di stereotipi, termini impropri, usati tra loro altrettanto impropriamente come sinonimi, pregiudizi e affermazioni tendenziose e ideologicamente connotate. Il testo si è spinto, non velatamente, persino a veicolare l'immagine di un Paese che soffre alla presenza di immigrati, percepiti in maniera diffusa come “minaccia”, nonché a presentare l'integrazione come “difficile”. Nessuna remora, quindi, nel tratteggio di un quadro sintetico disarmante e negativo, atteggiamento confermato dall'editore che, in un'intervista, ha dichiarato che sulla pubblicazione incriminata appare un quadro realistico della questione e che, anzi, sono gli studenti ad avere una visione distorta della realtà. Forse, se il luogo dei fatti non fosse la scuola e il testo non uno strumento di apprendimento, la cosa sarebbe passata inosservata, vista la legittimità di esprimere anche giudizi intolleranti da parte di chi li produce. In un bar, su un mezzo pubblico, persino su una testata giornalistica, affermazioni come quelle contenute nel paragrafo sarebbero passate come “opinione”.

La  scuola non è un luogo qualunque, non è facoltativo aderire al pensiero che si forma con la didattica e gli obiettivi pedagogici che si prefigge. La scuola è un'istituzione, pensata per trasmettere sapere, cultura, identità nazionale ma oggi anche modelli di inclusione, prospettiva che segna il superamento persino del concetto di integrazione, ritenuta attualmente una prospettiva comunque meno adatta al riconoscimento delle differenze e soggettive e culturali.

Al di là della giustificazione ovviamente di parte dell'editore, sulla quale non val nemmeno la pena di spendere una parola, è invece indispensabile oltre che necessario, riavviare un dibattito sui contenuti dei libri di testo scolastici, i quali si rivelano troppo spesso inadeguati, quando non addirittura manipolatori e mistificatori. Come non citare, ad esempio, il caso del testo che, ancor prima che si svolgessero le operazioni del Referendum per l'avvio delle modifiche costituzionali, descriveva il Parlamento secondo lo schema che la maggioranza parlamentare avrebbe voluto attuare, presentando un progetto politico come già attuato. Un eccesso di zelo, secondo me, con risvolti gravi, se si pensa che in un'operazione del genere si possono intravedere risvolti di plagio, se associati alla campagna referendaria martellante che la maggioranza ha condotto nel 2016, per sostenere la bontà di modifiche costituzionali poi bocciate dai cittadini.

Ma ritorniamo al caso attuale. È già fin troppo evidente come un messaggio come quello contenuto nel testo scolastico sia disallineato nei confronti del progetto di inclusione che la scuola si è dato come base per la programmazione trasversale di tutti i curricoli e come progetto istituzionale. Le parole, nella nostra contemporaneità, sono troppo spesso svuotate di senso, ma la scuola non può permettersi di scivolare nel qualunquismo progettuale e deve dotarsi di misure adeguate affinché tutto, libri di testo compresi, converga verso la realizzazione di questo progetto, che prelude alla formazione e alla crescita di una consapevolezza culturale e sociale, oltre che soggettiva, anche in termini di inclusione delle minoranze. La Ministra Fedeli, chiamata in causa, per rispondere anche istituzionalmente su quanto è accaduto, ha ricordato che la scelta dei libri di testo  è tra le attività più delicate compiute degli organi collegiali delle scuole e che tale passaggio deve poter assicurare la fruizione, da parte degli alunni, di testi adeguati. Pur assicurando che sarà disposta una verifica sul caso, non ci spiega, né potrà mai farlo, come sia potuta sfuggire al controllo e all'approvazione suddetti una simile pubblicazione che, stando alle cronache, contiene già nella copertina messaggi stereotipati sulla differenza di genere.

Il fatto sussistente alla stesura di un simile testo, che sfugge anche all'attenzione della Ministra, sta nelle trame sottili che dagli anni '90 del secolo scorso hanno accompagnato il fenomeno dell'immigrazione in Italia. Non sono serviti a nulla gli studi approfonditi che in ambito antropologico evidenziarono da un lato la rimozione dell'atteggiamento intollerante e razzista che si stava agglomerando anche nelle scuole delle città maggiormente interessate dal fenomeno stesso, dall'altro come queste trame pervadessero tutto, senza esclusione dei libri di testo delle scuola. La reiterata rimozione dell'idea che gli italiani condividessero in forma anche latente un'ideologia razzista, ha portato a sottovalutare l'affermazione di tale ideologia anche nella scuola dell'inclusione, sulla quale ricade una responsabilità enorme nella realizzazione dell'ambizioso progetto di trasformare la società civile nella direzione del riconoscimento della multicuturalità strutturale di ogni collettività.

Non si vuole esagerare dicendo che gli studi scientifici vanno in una direzione, scuola e società da un'altra: i fatti raccontati lo dimostrano. Se un libro di testo della primaria contiene messaggi contrari alla impostazione pedagogica dichiarata, probabilmente chi li ha scelti non solo non si è accorto di cosa comportassero ma, cosa assai probabile, ne condivideva persino il contenuto esplicito e implicito. La scuola non è un soggetto avulso dal contesto socioculturale, anzi ne è l'avamposto, il luogo dove si dovrebbe realizzare la parte solida dell'intero impianto che una società si è data. L'editore ha ragione nello sminuire la questione, dichiarando che il testo fotografa la realtà, non quella caratterizzante l'immigrazione, la condizione dei profughi o degli immigrati clandestini: fotografa la realtà culturale del Paese, stretto tra la morsa del qualunquismo e della negazione, a dispetto degli slogan e dei propositi.