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Alternanza scuola-lavoro

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di VALERIA BRUCCOLA

Per “sentire sulla pelle il calore della macchina per friggere”!

 


La legge 107 di riforma della scuola ha segnato un significativo cambiamento nel sistema scolastico nazionale. Secondo i principi della legge, si è voluto dare attuazione all'autonomia scolastica, alla connessione della scuola con il territorio e il mondo del lavoro, ecc.

Da chi come me ha contrastato punto per punto tutti i contenuti, nessuno escluso, di una legge di riforma basata su diseguaglianza, competizione, misurazione, quantificazione, verticismo, anche il tema dell'Alternanza scuola-lavoro, proposto dai legislatori come fiore all'occhiello della riforma, costituisce una scelta discutibile e inadatta, per come è stata concepita e per l'impatto complessivo che ha avuto nella didattica, nella pedagogia e nell'organizzazione. La prassi dell'alternanza, infatti, ha gravato scuola, insegnanti e alunni di nuovi compiti, senza una valutazione reale, seria e consapevole da parte di chi l'ha proposta come una novità positiva. Troppo spesso accompagnata da problematiche, l'alternanza scuola-lavoro è anche stata oggetto di gravi episodi, come abusi e sfruttamento, isolati, a detta degli esponenti politici e amministrativi fautori della sua attuazione, inaccettabili, a parer mio, perché hanno insinuato nella scuola elementi ad essa estranei, sia nei confronti dei soggetti coinvolti che per la modalità complessiva. Tale riforma, infatti, ha alterato il ruolo istituzionale della scuola stessa che, sebbene implichi indirettamente la preparazione anche in relazione al futuro lavorativo individuale, compromette la natura autonoma della cultura e dell'istruzione, altro e molto più rispetto all'idea che possano essere “semplici” strumenti funzionali alla ricerca di un lavoro. Non entro nel merito della diversificazione delle scuole in termini di offerta formativa, distinguendo tra licei, per alcuni meno adatti al tema dell'alternanza scuola-lavoro, rispetto agli istituti tecnici e professionali. Le scuole sono tutte uguali nel loro ruolo costituzionale e devono, innanzi tutto, garantire il pieno sviluppo della persona, dove occupazione e affermazione lavorativa non ricoprono che uno dei tanti tasselli dell'identità.

Quando poi intervengono esternazioni banalizzanti e dequalificanti, anche rispetto al residuale aspetto pedagogico che l'alternanza scuola-lavoro millanta di veicolare, anche le “migliori” intenzioni perdono fondamento e tutto appare pericoloso. È il caso dell'affermazione recente dell'ex ministro Sacconi, attualmente presidente della commissione lavoro del Senato, secondo cui “friggere” in un fast food, una multinazionale sarebbe cosa “buona e giusta”.

Scarso il valore pedagogico dietro le sue sciatte battute, che denotano un giudizio di valore nei confronti di un'attività lavorativa poco qualificata, considerata quasi come dicotomica rispetto all'aula, una sorta di opposto. Non più scuole arroccate nelle aule, ma aperte e permeabili al mondo del lavoro, questo l'auspicio di Sacconi. Ma nel mondo del lavoro, chi controlla i codici, quali sono i valori contemporanei, quali l'etica, il merito, il coronamento di aspirazioni e l'affermazione della persona? Perché non preferire l'inverso, ovvero la possibilità che valori, contenuti, codici e democrazia passino dalla scuola alla società e al lavoro, troppo spesso caratterizzato da competizione e concetti come produttività e utile, lontani anni luce dai contenuti fondanti e formativi quali inclusione, solidarietà, cooperazione che dovrebbero animare la scuola e, di conseguenza i cittadini di oggi e domani? Trovo persino aberrante l'idea di poter parlare di un lavoro poco qualificato come la “frittura” e dell'attrezzatura necessaria a tale operazione nei termini utilizzati dal parlamentare italiano (“i ragazzi devono uscire dalle aule e sentire sulla loro pelle “il calore di una macchina che frigge”), veicolando poco rispetto per il lavoro in quanto tale, cosa forse troppo raffinata per chi, senza cautele, mette a paragone cultura e lavoro con l'intenzione inequivocabile di incoraggiare gli alunni delle nostre scuole a “sporcarsi le mani” di olio, non soltanto di biro.

Nell'ideologia politica attualmente dominante, la cultura, l'istruzione, la socializzazione non sono più gli strumenti migliori atti a a garantire lo sviluppo della persona, la sua piena realizzazione nella vita ma diventano freni, in un'idea di società che ha perso l'orientamento e non riconosce quei principi fondanti di derivazione costituzionale, che permetterebbero, se seguiti, la realizzazione di una progetto sociale mai perseguito in questo Paese, dove la scuola subisce di tutto.

Duecento ore per i licei, quattrocento per istituti tecnici e professionali: questo in conteggio delle ore di alternanza nel triennio, ore sottratte al tempo scolastico, non diversamente impiegate, perché la scuola ha una fisionomia propria legata al ruolo delicato che assolve. Non si migliora introducendo una distorta idea del lavoro, né obbligando a una esperienza che, se non parte del percorso di scelta e di autodeterminazione, può essere annoverata più come abuso o imposizione, non come opportunità.

Tutto da rifare, quindi, e non semplicemente ripensando la prassi dell'alternanza scuola lavoro, quanto abolendola e, semmai, rivedendo il dialogo tra istituzioni e società, anche nella direzione della necessità di contribuire a costruire professionalità rispondenti al mondo in trasformazione.

Tommaso Sacconi, coerentemente alla moda attuale della revisione e della negazione di responsabilità, ha voluto sminuire la portata di quelle che lui steso definisce battute. Ciò non toglie che lo sfondo ideologico che traspare dal suo approccio sulla questione è assai chiaro: la scuola non assolve il suo compito senza calarsi nel fango... Credo abbia svelato con efficacia e chiarezza estrema la deriva impressa dalle recenti scelte politiche, una deriva denunciata da molti, insegnanti, intellettuali, studiosi ecc. che ormai ha investito la nostra povera scuola della Costituzione, sulla quale si è voluto intervenire per cambiarne inesorabilmente volto e ruolo.