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"Di questi anni io canto" presentato a Bitonto

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di MADDALENA COVIELLO

È stato presentato, presso il Salotto Letteraio Degennaro a Bitonto, il volume “Di questi anni io canto” Ha introdotto la serata il giornalista e collaboratore del volume Marino Pagano. Ospite d’onore, il professore universitario di Bari Daniele Giancane, poeta e curatore della raccolta, oltre che autore di più di cento libri di poesia, narrativa per ragazzi, critica letteraria, curato molte antologie. Dirige, inoltre, da un trentennio la rivista quadrimestrale “La Vallisa”. La lettura dei versi è stata offerta dagli autori dei testi: Enrico Bagnato, Olimpia Binetti, Rosa Costantino, Valerio D’Angela, Iole de Pinto, Franco Di Gioia, Elena Diomede, Maurizio Evangelista, Dina Ferorelli, Anna Gramegna, Renato Greco, Ioanna Kalinowska, Maria Pia Latorre, Agim Mato, Marino Pagano, Rosa Spera.


Le poesie di questa raccolta sono degne di essere annoverate nella letteratura contemporanea sia perché pertinenti alla cultura e alla civiltà italiana odierna, ivi contenuta, sia secondo l’estetica crociana per la forma tecnica ed erudita. I temi spaziano in ogni campo sino a formare sorprendentemente una riflessione che può collegarsi a tutte le poesie: è possibile cogliere il senso di pace garantito dal tempo trascorso, ma emerge la solitudine dell’uomo in un’esistenza che non fornisce la spiegazione all’esistere stesso, che porta via con sé il tempo trascorso e ciò che in esso si consuma. Non solo, in questi “Quaderni di Buona Poesia n. 2”, c’è una poesia impegnata che racconta di migranti, clochard, l’odio come sentimento primordiale umano e le cui occasioni sono l’unico motore di “stralunati destini”sciolti i “possibili perché”. E se “questa stanza”, o questa realtà fosse, “la foto di una stanza che non esiste”? Non resta che volersi bene e non avere nessun’altra “via di fuga” nel “rincorrere le vette più alte delle proprie piramidi”. La natura diventa l’anima e l’amore, il sentimento, l’eros, il futuro alla decadenza delle cose. L’importanza è non sottrarsi a questo spettacolo “vagando per la vita con gli occhi chiusi” perché non si venga “spaventati, imprigionati e i sogni fatti a pezzi” così da salvare se stessi e “l’uomo che sin dal grembo non sa ancora di cosa è capace”. La poesia, così, “è l’unico posto degno, folle che abita in noi”, così come la natura interagisce dentro e fuori di noi. Si potrà “non parlare soli con i ricordi” e si diventerà “vecchi e muti solo quando” tutte queste cose, pesino la più piccola che circonda se stessi, “non diranno più niente a nessuno”. “Il perdono si fa vita, spiga fertile ai giorni, un germogliare nell’ombra”, mentre “nel segreto viatico di simili cromìe, navigare un fiume che non conosca secche, ripone nel percorso redento il ritrovato incedere d’intime promesse”. Terminando queste poesie assurgono a un linguaggio universale: quello delle emozioni che trapelano e trasmettono.