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Il congedo maternità cambia. In peggio!

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di ROSA MANNETTA

Di recente,  è stato approvato un provvedimento: riguarda le donne lavoratrici.

 

In pratica, chi vorrà, potrà rimanere al lavoro fino al nono mese e potrà usufruire di un periodo di astensione di 5 mesi, dopo il parto. Il nuovo sistema è un’alternativa a quello attuale, che impone l’obbligo di astensione di uno o due mesi, prima della nascita del bambino. Secondo alcuni ginecologi, occorre esibire il certificato che attesti la possibilità per la donna, di continuare a lavorare; che non ci siano problemi alla placenta; che non si siano verificati fenomeni di minacce d’aborto; che sia giusto che il medico e la donna, siano liberi di decidere se ci siano le condizioni per lavorare fino al momento del parto. Questi i punti oggettivi sul congedo di maternità. La questione è di notevole importanza: la introduco nel bar Maracuja, dove realizzo interviste e ognuno esprime un suo parere. E davanti ad una tisana, nel bar Maracuja, Anna afferma: “Io penso che chi lavora fino all’ultimo, non ha tempo, non ha la possibilità di partecipare a corsi, incontri e attività organizzati per le future mamme. In questo caso si perde anche la possibilità di confrontarsi con altre donne che vivono la gravidanza. E poi, dopo una intensa giornata di lavoro, non si ha la forza di praticare qualsiasi attività fisica. Mi sembra evidente che si possa rinunciare. Aggiungo che dal punto di vista psicologico, lavorando fino all’ultimo, non si abbia il tempo di avere degli spazi per sé, c’è poco tempo per prepararsi all’evento della nascita, per vivere emozioni, speranze e per accogliere il ruolo di madre”. Interviene anche Sabrina e dice: “La donna lavora fino al nono mese e se l’ambiente di lavoro non è tranquillo, come la mettiamo? Se non si tiene da conto del suo status, si possono creare situazioni di conflitto: la gravidanza non è una malattia, ma sicuramente una donna incinta ha bisogno di serenità, non di stress psico-fisico. Esistono ambienti lavorativi che possono nuocere al benessere emotivo. Non vorrei sbagliarmi”.  Anna e Sabrina hanno focalizzato il problema di fondo: tutto è rivolto alla decisione della donna che con uno stato di salute ottimale, può continuare a lavorare in prossimità del parto. In questo modo lo Stato e il datore di lavoro demandano ogni responsabilità alla donna. La donna...può rischiare ricatti da parte del datore di lavoro. Ogni donna può darsi delle colpe, se non riesce a lavorare fino al nono mese, può pensare di essere inadeguata. E se qualcuna, è capace di lavorare fino al nono mese, pretende di diffondere il suo successo personale. Ed ecco che si originano i soliti confronti anacronistici e per non rischiare di perdere il lavoro, si accoglie qualsiasi compromesso. In definitiva, sono in pericolo tutti i diritti che le donne hanno conquistato nel corso degli anni. E’ possibile? Può accadere. Philipe Roth scriveva: “Noi lasciamo la nostra impurità, il nostro abuso..”. Forse sarà un notevole abuso sui diritti della donna...