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Un ergastolo di dolore: il caso Vannini

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di LUIGINA FAVALE

"Sì pronto, ehm, serve un’ambulanza perché c’è un ragazzo nella vasca da bagno che è inciampato e si è ferito con la punta di un pettine ed ha un buchino.

E’ andato un po' in crisi di panico, se potete venire per piacere! "

Così si apre la seconda conversazione dalla casa Ciontoli al 118 la sera del 18 maggio 2015 quando un ragazzo di soli 21 anni viene ferito da un colpo di pistola mentre era ospite dalla sua fidanzata. La seconda chiamata perché la prima viene interrotta volontariamente.

Non si si cosa veramente sia accaduto ma stando ai racconti dei testimone, un colpo accidentalmente partito dall’arma di Antonio Ciontoli, un militare in carriera, ferisce, alla spalla e fuoriesce dal fianco, Marco Vannini che si trovava in casa della fidanzata, figlia di Antonio, con tutta la famiglia di lei. In una intercettazione ambientale , la fidanzata parlando con i fratelli si lascia sfuggire di aver visto il papà in piedi di fronte al fidanzato che gli puntava l’arma come per gioco, per una stupida ed infantile sfida tra uomini forse, tanto infantile che il Ciontoli apre il colpo ( “convinto che la pistola sia caricata a salve” , così sostiene la difesa di quest’ultimo) ma questo parte sul serio e il ragazzo viene ferito e comincia una lunga agonia; un calvario di dolori e di urla di circa 4 ore fino al decesso. Quella frase riferita al 118 non allerta il personale medico più di tanto ed infatti il ragazzo viene trasportato in ospedale in codice verde e non in codice rosso. Eppure ha un proiettile che gli perfora gli organi, è stato più volte spostato, addirittura messo in vasca da bagna, sentito urlare dai vicini di casa “ urla disumane, come di qualcuno che ha dolore forte”.

In ospedale, il medico si accorge che nessun pettine ha ferito Marco, ma che un proiettile lo sta uccidendo e ne parla subito con Antonio, il quale preoccupato per la propria carriera chiede al medico di omettere la verità.  Il ragazzo è grave e viene trasportato in elicottero al Gemelli dove muore. Muore da solo perché la famiglia Ciontoli non si degna di chiamar neanche la madre del ragazzo appena accaduta la tragedia o come dicono loro l’incidente.

Un militare dello Stato che gioca con una pistola è argomento che probabilmente si commenta da solo.

Nella giornata dello scorso 29 gennaio  in aula di tribunale si conclude i l processo in secondo grado per l’omicidio di Marco, ma il reato da omicidio volontario viene trasformato in omicidio colposo e gli anni di reclusione richiesti per il Ciontoli diminuiscono da 14 a 5, poi 3 per la moglie e  i due figli,  assolta Martina la fidanzata di Marco.

Urla stavolta di rabbia e di senso di ingiustizia si levano nell’aula di tribunale dalla madre di Marco Vannini, condannata all’ergastolo di dolore. Perché  come possiamo definire una madre che perde un figlio conscia che si poteva salvare se quella famiglia di cui ragazzo si fidava di frequentare non si fosse stretta tanto intorno all’egoismo della carriera di un padre , di un adulto che gioca con un’arma e che se pure possiamo in via del tutto eccezionale credere che fosse certo che l’arma fosse scarica, comunque dopo non ha fatto nulla per evitare che un incidente si trasformasse in una tragedia? Come la possiamo definire la sorte che tocca a chi resta in vita per piangere un figlio morto tra urla ed indifferenza se non ergastolo?

Mi sento di dire che è una condanna a vita quella della madre, una madre italiana, cittadina italiana che sente le parole “in nome del popolo italiano..” ma che non si riconosce in quella frase perchè non si sente rispettata dalla legge che dovrebbe tutelare e stare dalla parte delle vittime . Non c’era forse intenzione di uccidere, va bene possiamo accettarlo, ma c’era intenzione di proteggere se stessi a qualunque costo.

Una condanna a 5 anni per omicidio colposo ed una condanna a vita per un dolore inconsolabile di una madre e di un padre la cui vita spezzata del figlio di soli 21 anni vale appena 5 anni di carcere.

Come madre, come laureanda in Scienze giuridiche e diplomatiche che crede nella legge, come redattrice di questo giornale, in questo momento anni non posso fare altro che sperare che questa madre possa ancora avere la forza di non arrendersi e di continuare ancora la sua battaglia per dare giustizia al suo dolore e dignità alla vita di un ragazzo di 21 vittima della stupidità e dell’egoismo di un adulto, e sia quindi capace di non arrendersi.

Foto: Il Fatto quotidiano