In piedi signori, davanti a una donna

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di PATRIZIA ALTINI

Circa due settimane fa a Bari una studentessa universitaria di origini africane, M., viene picchiata dal proprio compagno al culmine di un lungo periodo di vessazioni psicologiche.

 

Ma quella sera decide che è giunto il momento di dire basta.

In un moto di rabbia, dal Pronto Soccorso a cui si è rivolta per ricevere cure, si fotografa il viso tumefatto e posta la foto su Instagram. Denuncia inoltre nel commento, indicandone nome e cognome, l’autore della violenza.

Il post con la foto della ragazza, gli occhi pesti e gonfi che ne rendono irriconoscibili i lineamenti, viene subito condiviso e rimbalza di profilo in profilo sui social media.

E mentre per giorni su quotidiani e social impazza la notizia, la ragazza si ritira nel silenzio e scompare dalle scene.

Ricompare in pubblico circa una settimana dopo, intervenendo ad un presidio di solidarietà in suo nome, organizzato dai compagni di università. La sua presenza è silenziosa, a volte commossa. Dietro gli occhiali scuri c’è un volto che porta ancora i segni dei pugni ricevuti. M. indossa abiti neri, e non solo. Indossa dignità. Guarda dritta davanti a sé, non tiene il volto basso per la vergogna. Il passo è lento ma deciso.  E’ sostenuta dalla forza e dal coraggio trovati per compiere la scelta di dire finalmente basta, di urlarlo, servendosi di un social come amplificatore di questo urlo.

Perché ci vogliono forza e coraggio non indifferenti a chi ha guardato la paura troppe volte e ha finalmente deciso di affrontarla.

M. ora dovrà ricostruirsi, passo dopo passo. Lo farà riappropriandosi del diritto ad autodeterminarsi,  riprendendosi la libertà di essere se stessa e non come la si voleva. Un percorso difficile ma non impossibile.

Ma non tutte ce la fanno.

La violenza di genere pur essendo  una violazione dei diritti umani  resta  purtroppo un fenomeno ancora sommerso. E il numero di donne che la subiscono e non ne parlano è elevato.

I numeri sono impressionanti. Un’indagine ISTAT ha accertato che circa sette milioni di donne, tra i sedici e i settant’anni, hanno subìto nel corso della propria vita forme di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici.

Ogni 2,4 giorni, nel nostro Paese, un uomo uccide una donna;  ogni 7 minuti stupra o tenta di stuprarla.

Ma la violenza di genere include anche altre forme di violenza:  verbale e psicologica, ricatti economici, molestie,  stalking, minacce.

L'associazione "Noi No, uomini contro le violenze", afferma che la violenza di genere è un fenomeno diffuso in tutto il mondo, legato alla strutturale disparità sociale, economica e di potere tra uomini e donne. Che questa dipenda da molte cause, fattori e condizioni. Ma ribadisce che la violenza non fa parte per natura dell'essere maschi. Che gli uomini possono scegliere. Scegliere tra negare, giustificare, minimizzare il problema. O scegliere di fare qualcosa per cambiare la mentalità e la concezione delle relazioni tra i generi, in cui la cultura della violenza trova spazio per crescere.

Per quello che riguarda le cause della violenza di genere, l’elenco purtroppo non sarà mai esaustivo.

Una delle cause potrebbe risiedere nelle famiglie di struttura ancora patriarcale. Luoghi in cui l’esempio genitoriale fornisce  una sorta di diseducazione, attribuendo sin dall’infanzia la condizione di forza nel bambino maschio, e quella di debolezza e fragilità nella bambina.

Anche l’appartenenza a classi sociali disagiate mette le donne in maggiore pericolo. Il vivere  in situazioni di degrado sociale le rende più tolleranti alla violenza e quindi più propense a giustificarla o a non riconoscerla come tale.

Appare chiaro che il trait d'union tra tutte le possibili cause sia l’incapacità dell’uomo ad accettare il diritto della donna di  autodeterminarsi. Il diritto ad operare e a compiere scelte in totale autonomia, senza sottostare ad obblighi, costrizioni e restrizioni di sorta.

Perché l’autodeterminazione di una donna, quindi, farebbe paura all’uomo?

Perché lo priverebbe del controllo dettato dal desiderio di possedere. E per esercitare questo controllo l’uomo metterebbe in atto una vera e propria manipolazione psicologica, supportata spesso dall’uso di violenza verbale e fisica. Un amore che dell’amore non avrebbe nulla, dove  il bene verrebbe sostituito dall’egoismo, dove la donna verrebbe vista come un oggetto di proprietà.

E’ necessario quindi rendere note le storie di denunce come quelle di M. perché le vittime che ancora non hanno trovato la forza di reagire sappiano che è possibile uscire dalla spirale.

Che esistono istituzioni e servizi dedicati che,a partire dall’ascolto, passando dal supporto legale e psicologico, e occupandosi anche dei supporti alloggiativi e dell’orientamento al lavoro seguono la donna passo passo nel percorso di recupero della propria identità, e della propria vita.

Scrivo e mi torna il ricordo di quella donna, era commessa in un negozio. Mi ritorna in mente la mia domanda, sempre la stessa. E mi ritornano in mente le sue risposte. “Sono caduta dalle scale”, “Ho sbattuto contro una vetrata”…

“Chi è nell’errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza.” -  Johann Wolfgang Goethe