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Per uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale

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di SIMONE DEL ROSSO

Sin dalla Rivoluzione industriale, lo sviluppo economico e la prosperità si sono verificati grazie alla tecnologia, alimentata dai combustibili.

 

 

Oggi è sempre più chiaro che questa prosperità abbia avuto un caro prezzo. Come confermato dai dati dell’Ipcc, la temperatura media globale potrebbe crescere di 1,5 gradi, rispetto ai livelli preindustriali, già a partire dal 2030.

Stiamo consumando rapidamente le risorse naturali e stiamo bruciando sempre più combustibili fossili portando l’inquinamento atmosferico ad un livello sempre più insostenibile per il nostro pianeta. Da anni gli scienziati di tutto il mondo sostengono che rischiamo un cambiamento climatico devastante se non riduciamo velocemente e drasticamente le emissioni. Fino a poco tempo fa molti sostenevano che il costo della lotta al cambiamento climatico portasse più danni che benefici all’economia. Oggi gli ambientalisti, gli studenti e i lavoratori scendono in piazza per manifestare a favore di un nuovo modello di sviluppo sostenibile da un punto di vista ambientale e sociale. Per realizzare ciò è però essenziale affrontare il problema ed è necessario trovare delle soluzioni a livello economico. In primo luogo, la questione non è se possiamo permetterci di ridurre le emissioni, ma se possiamo permetterci di non ridurle, e come farlo nel modo migliore.

Per i Governi affrontare la questione non è facile. Le economie più sviluppate che si trovano in zone dal clima temperato, non soffrono le conseguenze peggiori dell’aumento delle temperature globali. I cambiamenti climatici colpiscono molto più duramente i Paesi più poveri. Ciò significa che i Paesi con il maggiore incentivo a mitigare gli effetti del cambiamento climatico sono proprio quelli che inquinano di meno. I Paesi che inquinano di più, come USA, UE, Australia, sono riluttanti ad accettare che i Governi debbano imporre misure costose, ma anche se lo facessero, non risolverebbero il problema, perché l’inquinamento non si limita ai loro confini. Il problema è globale e richiede un’azione collettiva su scala globale. Molti governi hanno sviluppato politiche ambientali basate su normative che prevedono sanzioni, ma è difficile imporre quote di emissioni corrette per tutte le varie attività commerciali a anche le multe sono difficili da mettere in pratica.

La politica ambientale maggiormente sostenuta dagli economisti è quella di imporre tasse sull’inquinamento da far pagare alle aziende che emettono gas serra, ai fornitori e ai produttori di energia che rilasciano anidride carbonica. Le tasse sui combustibili fossili ne frenerebbero il consumo eccessivo. Inoltre, negli ultimi decenni per controllare la quantità di emissioni di anidride carbonica è stato introdotto il cosiddetto carbon-trading. Un governo, o un insieme di governi, determina un livello accettabile di emissioni e poi mette all’asta i permessi per le aziende coinvolte nell’emissione di anidride carbonica. I permessi sono scambiabili, quindi se un’azienda deve aumentare le sue emissioni, può comprare i permessi da un’altra che non ha usato la propria quota. Questo sistema premia le aziende che riducono le proprie emissioni e possono vendere i permessi non utilizzati, e può scoraggiare le imprese a superare le quote, in modo da non dover comprare ulteriori permessi. Tuttavia, anche se gli schemi di scambio delle quote di emissione sono un passo in avanti, gli accordi internazionali che si sono succeduti negli anni tra i Governi non hanno portato i risultati sperati.

Attraverso l’adesione all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici dello scorso febbraio, l’Unione Europea ha ribadito il suo impegno a favore della sostenibilità e la transizione verso un’economia sostenibile a basse emissioni di gas a effetto serra. In questo contesto, il settore finanziario può e deve svolgere un ruolo fondamentale incoraggiando l’allocazione dei flussi di capitali privati verso investimenti sostenibili. La Commissione europea ha adottato nel 2018 un grande piano d’azione sulla finanza sostenibile che mira a sfruttare a pieno il potenziale del sistema finanziario e a porlo al servizio delle esigenze dell’economia europea. Negli ultimi anni si sono sviluppati numerosi prodotti finanziari sostenibili, come i green bond. Questi sono prodotti finanziari legati a investimenti sull’utilizzo sostenibile del territorio, sui trasporti, sull’energia e sulla ricerca.

Inoltre, il 19 febbraio scorso a Parigi è stata presentata una proposta in merito al ruolo della finanza nella sfida ambientale, appoggiata da oltre 600 personalità provenienti da 12 Paesi: un Trattato istitutivo di un’Unione per il clima e la biodiversità. Un progetto che prende ispirazione dal Green New Deal di cui tanto si sta parlando negli USA. Il progetto prevede di dividere per quattro le emissioni di gas ad effetto serra europee, entro il 2050. Il tutto creando moltissimi posti di lavoro. Il progetto prevede la creazione di una Banca europea per il clima e la creazione di un istituto di credito speciale per finanziare i progetti ecologici, con prestiti a tasso zero. Un istituto simile alla banca europea degli investimenti. Ciò grazie a stanziamenti pari al 2% del Pil di ciascuno Stato membro. Tali investimenti permetterebbero un ritorno remunerativo per gli investitori e al tempo stesso lo sviluppo dell’economia reale.

Un grande piano di investimenti sull’ambiente rientrerebbe in una vasta politica economica europea di stampo keynesiano, lontana dal rigore dell’austerità. Gli investimenti pubblici e privati potrebbero insieme creare le condizioni per l’uscita definitiva dalla crisi economica dell’Eurozona e, in particolare, dell’Italia, grazie alla creazione di numerosi posti di lavoro.

Una proposta ambiziosa, che per essere messa in pratica dovrà fare i conti con la politica. E in quest’ottica le elezioni europee saranno senz’altro decisive. È il momento di una svolta. La sfida sociale e quella ambientale non possono non intrecciarsi. È in gioco il futuro dell’umanità.