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L’evoluzione del denaro nella storia: un semplice mezzo di scambio?

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di CARMELO PIO CASTIELLO

“Pecunia non olet; il denaro è lo sterco del diavolo; i soldi non fanno la felicità”

Sono queste le frasi che da sempre hanno caratterizzato il controverso rapporto dell’uomo con il denaro. In questo odi et amo continuo, però, ciò che rimane fondamentale è l’importanza che questo strumento riveste nelle nostre vite, nel bene o nel male.

Oggi più che in altri momenti storici il valore di questo mezzo di scambio fra persone e nazioni è tornato a far parlare di se, sia per la crisi che ci sta colpendo in maniera più o meno diretta ma anche per l’instabilità politico-economica e sanitaria che sta sconvolgendo tutte le nazioni e le élite della finanza del nostro tempo. Il valore dei soldi, infatti, è in divenire ed è molto relativo: basti pensare al fatto che la moneta non è che il simbolo di un potere d’acquisto soggetto ad un repentino cambiamento che avviene in tempi a volte ristrettissimi. Prova di ciò proviene infatti dalle forme monetarie che si evolvono più velocemente dell’uomo: oro, banconote, dollari, azioni, stock fino ad arrivare al bitcoin sembra non siano mai sufficienti a risolvere i nostri problemi finanziari e a dare una definizione universale di ricchezza. In pochi, tuttavia, sono consapevoli della storia del denaro, lunga, articolata e a volte legata a vicende diametralmente opposte alle dinamiche economiche: chi direbbe mai che la nascita del termine “moneta” sia connessa ad un branco di oche starnazzanti nel bel mezzo di Roma!

Sin dagli inizi del Neolitico l’uomo ha impiegato il baratto come mezzo di scambio in natura di beni e servizi, vista l’assenza di un iniziale Stato che potesse provvedere al conio e alla garanzia della moneta. Questo sistema andava molto a genio all’interno di piccoli villaggi costituiti da pochi individui imparentati fra di loro che riuscivano a rifornirsi di beni di primissima necessità con facilità, potendo contare inoltre su un forte rapporto ad personam con i contraenti di questi ancestrali “accordi commerciali”. Tutti a quel tempo erano produttori ed era sconosciuto il sistema dei consumi di massa, ma questo sistema economico crollò con facilità alle prime avvisaglie di civilizzazione: il baratto aveva essenzialmente alcuni difetti che non gli permettevano di essere universali. Coloro che volevano cedere un bene ne ricevevano uno a loro necessario, altrimenti non vi era scambio, la merce acquistata doveva essere consumata in tempi brevissimi poiché deperibile e le distanze impedivano la realizzazione di cessioni di grandi quantità di prodotti.

Tutte queste mancanze parvero essere colmate dall’introduzione nel mercato antico della moneta. Le antiche civiltà come Egitto, Hittiti ed Ebrei impiegarono una “premoneta” che acquistava valore in base al tempo impiegato per trasformare qualcosa in quell’oggetto: ad esempio il valore di una pecora era superiore a quello del grano perché il tempo necessario a far crescere il grano è minore di quello utile a far crescere un capo di bestiame ( in latino pecora si dice pecus da cui i termini pecunia e peculato). Molti animali o schiavi erano quindi una ricchezza e contarne molte teste ( capites in latino da cui capitale) era sinonimo di agiatezza.  L’uso di animali come valuta, tuttavia, aveva alcuni grossi svantaggi. Primo fra tutti quello di non poter utilizzare quantità decimali negli acquisti: se ad esempio il prezzo di un chilo di pane era di una pecora e si fosse voluta acquistare metà di questa quantità, si avrebbe avuto il problema di dover uccidere l’animale, che avrebbe perso con questo processo molto del suo valore ( un animale vivo vale di più di uno morto) e sarebbe stato necessario concludere l’affare in tempi ristrettissimi ( altrimenti si sarebbe decomposto). Inoltre mantenere animali da allevamento richiedeva un impegno notevole e spese per nutrirli e curarli e per questo furono impiegati piccoli dischetti o spiedi di metallo per gli scambi, facilmente trasportabili e divisibili. In Palestina, ad esempio, si usavano i kikkar, anelli che danno il nome anche ad un’unità pondometrica ed in Grecia alcuni utensili come gli obeloi ( spiedi da cucina da cui deriva anche il lemma obelisco, che significa appunto grande spiedo), i lebeti ( pentole) e i tripodi, come già testimoniato dalle opere omeriche ed esiodee.

Nell’Ellade, poi, Fidone d’Argo tolse il valore a queste monete-utensili e le sostituì con metalli rari anche se solo per affari economici di grande mole. I lingotti aurei e d’argento usati ben presto si rivelarono scomodi,  tanto che alcuni banchieri di Atene incominciarono a fondere i metalli preziosi realizzando dischetti con un timbro che garantiva la purezza del materiale, accontentando entrambe le parti senza rischi. Ben presto fu lo Stato ad apporre questi sigilli che comprovavano l’autenticità, dando avvio anche alla pressione fiscale e al controllo economico pubblico. Ciò nonostante questa rivoluzione rimase circoscritta a poche poleis, infatti la diffusione su larga scala di monete dal valore reale fu garantita dai perfezionamenti del re Creso di Lidia e gli imperi alessandrino e romano estesero il conio a tutto il mondo allora conosciuto. I luoghi preposti a conservare grandi quantità di denaro in questo tempo erano i templi. Il nome moneta, ad esempio, deriva da quello di Giunone a Roma, detto Moneta per via delle oche del Campidoglio che qui avvisarono il generale Furio Camillo dell’assalto dei Galli ( moneo in latino significa avvisare). Visto che presso quest’ara v’era pecunia in abbondanza, i dischetti coniati vennero per estensione denominati con il soprannome del tempio. Ve ne erano di vari tipi e pesi, che corrispondevano a diverse quantità di denaro, anche se in brevissimo tempo furono inflazionate e persero costantemente valore, fino a divenire quasi del tutto prive di ogni sostanza preziosa: per sostenere le numerose guerre nel corso della storia latina i soldati vennero addirittura pagati con monete falsificate dallo stesso Stato Romano, che rivestì di oro pezzi di metalli vari e nella fase finale dell’Impero i re barbarici copiarono goffamente i coni di antichi imperatori scrivendo parole a caso e realizzando presunti aurei o sesterzi con materiali di scarto.

L’Alto medioevo, poi, fu un vero e proprio ritorno al passato dal punto di vista economico: i feudi non erano vivi commercialmente e si badava solo agli scambi essenziali, mentre dal XIII sec. mercanti e cavalieri diedero con le loro tratte monetarie forti impulsi alla collettività, facendo crescere la ricchezza interna delle Signorie e degli Stati medievali. Fu in questo contesto che nacquero i banchi, che davano titoli a vista intercambiabili in cambio di metalli preziosi accumulandoli e cedendoli all’occorrenza per evitare i furti ed agevolare il trasporto di grandi quantità di soldi, ponendo le basi per l’attuale sistema finanziario globalizzato.

Il concetto di carta-moneta, però, ebbe una capillare diffusione a partire dal XVI sec.: in Svezia monete rettangolari di rame erano impiegate per i commerci, poco pratiche e scomode. I commercianti nordici si trovavano sempre di fronte al problema di trasportare grandi quantità di questo metallo per poter concludere affari nei Paesi mediterranei, così importarono dalla lontana Cina l’invenzione della banconota. Essa era sostanzialmente molto simile a quella che conosciamo oggi, e corrispondeva ad un obbligazione che il privato ha nei confronti dello Stato: il singolo può accedere a beni e servizi perché è in credito con lo Stato, trovandosi in possesso di un po' del suo oro. Le banconote sono state per molto tempo infatti legate al prezioso metallo, anche se ad un certo punto la ricchezza generata dagli scambi interni aveva di gran lunga superato quella delle riserve nazionali: la crescita dei mercati non viaggiava più al ritmo dell’estrazione mineraria necessaria a garantire un valore reale alla moneta, che così si svaluta.                       Questo sistema aveva soddisfatto l’umanità nel periodo delle esplorazioni coloniali e, seppure cambiato nei massimali di differenza fra ricchezza e riserve aurifere, è rimasto pressoché invariato fino agli inizi del XX sec. Il Gold Standard, quindi, si adattò bene per questo periodo di tempo e ha garantito lo sviluppo di industrie e mercati azionari fino alla Belle Époque, reggendo anche ai colpi delle Rivoluzioni politiche di quegli anni.

Dopo i due conflitti mondiali, però, questo modus operandi rischiava il crac per via delle enorme spese belliche, per cui in una cittadina fino ad allora sconosciuta, Bretton Woods, vennero stabiliti dei nuovi accordi che fossero alla base del libero scambio in ambito mondiale. Ciò consisteva in una possibilità di cambio delle valute nazionali in dollari, che poi a loro volta erano garantite da una riserva preziosa detenuta dagli USA, unica nazione che dopo le atrocità della guerra poteva contare su una vasta quantità di oro: in altre nazioni, come la stessa Italia, i fondi nazionali erano stati defraudati o addirittura scomparsi in mano ad invasori stranieri o scaltri privati. Il dollaro incominciò a circolare più del pane, e gli Stati sembravano ormai sicuri della tenuta di questo sistema economico.

Tuttavia gli accordi di Bretton Woods divennero carta straccia nell’agosto del 1971, quando l’OPEC si rifiutò di soddisfare la necessità di petrolio dell’Occidente impedendo il pagamento del greggio mediante dollari e accettando solo transazioni con oro. I commerci internazionali però avevano mostruosamente superato le tonnellate di preziosi conservate a Fort Knox lasciando presagire un inevitabile fallimento per la superpotenza americana, ma grazie alle politiche messe in campo dal governo Nixon i trattati furono abrogati bilateralmente, salvando l’economia mondiale ma lasciando il posto a tante domande.

Da questo momento storico il denaro è indipendente dall’oro e così si è inevitabilmente slegato da ogni sorta di rapporto con la realtà.  A questo punto sorge spontaneo domandarsi il reale valore di ogni tipo di credito, che dovrebbe essere un mezzo per vivere nel mondo ma di concreto ha ben poco. Anche se indispensabile per la regolazione degli scambi, la ricchezza in tutte le sue forme appare oggi come qualcosa di impalpabile ed astratto: ci risulta molto difficile definirla, quantificarla e parlarne concretamente. Sembra quasi che nelle borse e nei mercati azionari di varia natura non si consideri più l’economia come lo specchio della realtà, ma come un’accozzaglia di numeri in continuo mutamento. Al di la di ogni teoria, però, la ricchezza reale e quella liquida del mondo non combaciano e sembra assurdo che una convenzione umana possa divenire più importante della nostra vita e di quella del nostro pianeta. Continuare a pensare al potere d’acquisto come qualcosa che sarà sempre in crescita in un mondo finito è da folli: il futuro getta un’ombra nerissima sul genere umano che dovrà imparare a slegarsi da questa miope e limitata visione per abbracciare una concezione che preferisca esaltare l’individuo al posto del presidente sulla banconota del dollaro. Dobbiamo imparare a convivere con gli animali, la natura e inserirci come parte di un progetto comune, quello della vita, e non solo essere bravi a quantificare e a lucrare avidamente sul bene più importante, la piccola bolla blu in cui siamo confinati.  “  Solo quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato e l’ultimo fiume del mondo avvelenato, solo allora vi renderete conto che non si può mangiare il denaro”. Speriamo che le parole del capo Sioux Orso in piedi, ignorate per circa duecento anni da una società attenta solo allo spregiudicato profitto, possano al più presto diventare la pietra miliare di un’umanità rinnovata nello spirito.  Solamente quando saremo in grado di comprendere il potenziale nocivo e l’autolesionismo insito in ogni scelta sbagliata, allora veramente tutti potremo comprendere fino in fondo il valore del denaro come la metriotes per un equilibrio universale e non un oggetto di cui divenire  schiavi ad ogni costo.