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La pandemia da Covid-19 e l’assistenza dei pazienti oncologici: una sfida difficile

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di VINCENZA D'ONGHIA

L’attuale pandemia da Covid-19, espressione clinica dell’infezione da SARS-CoV-2 è sicuramente il principale problema di salute pubblica del 2020 a livello mondiale ed i pazienti oncologici risultano una delle popolazioni su cui sta avendo maggiore impatto, direttamente, in quanto essi sono più a rischio di sviluppare delle forme severe della malattia, e indirettamente, in quanto le misure per arginare l’epidemia rischiano di compromettere la continuità del monitoraggio clinico e dei trattamenti cui sono sottoposti e di  interrompere o rallentare i programmi di ricerca necessari per potenziare diagnosi e trattamento delle neoplasie. Alcuni laboratori di ricerca hanno inoltre voluto orientare la loro sperimentazione verso l’utilizzo di agenti anti-neoplastici per combattere l’infezione da SARS-CoV-2, in particolare studiando il potenziale meccanismo d’azione degli anti-VEGF e degli inibitori delle chinasi, in grado di ridurre l’infettività di virus come quello dell’Ebola e dell’Epatite C.

Molti studi evidenziano che, tra i pazienti più a rischio di sviluppare forme severe di Covid-19, ci sono i malati di AIDS, coloro che hanno subito un recente trapianto di midollo osseo o sono portatori di una grave insufficienza midollare, i pazienti affetti da leucemie, linfomi e altre neoplasie in trattamento con chemioterapia ed i pazienti sottoposti a terapia immunosoppressiva cronica, anche con steroidi, in seguito a trapianto di organi solidi o per malattie autoimmuni. Tutti questi pazienti condividono il rischio di una soppressione dell’attività del midollo osseo che non è più in grado di produrre cellule ematiche per un danneggiamento delle cellule staminali midollari ad opera della chemioterapia, l’invasione di cellule neoplastiche, fibrosi o insufficienza midollare con conseguente calo del numero di eritrociti (anemia), leucociti (leucopenia) o piastrine (trombocitopenia). In particolare, l’infezione da SARS-CoV-2 è in grado essa stessa di determinare linfopenia, una condizione che debilita il sistema immunitario e che, se sommata alla carenza di linfociti causata da agenti chemioterapici come ciclofosfamide, cisplatino, metotrexate, fludarabina, taxani e inibitori della rapamicina e del recettore delle tirosin-chinasi, magari in associazione all’immunoterapia, può avere esiti letali. Un altro gruppo di pazienti particolarmente a rischio di complicanze e di un elevato tasso di mortalità è quello dei portatori di neoplasie polmonari, sia a causa delle alterazioni strutturali dell’albero respiratorio, che di una concomitante malattia polmonare da tabagismo cronico. Non dobbiamo dimenticare poi che alcuni fattori propri della Covid-19 complicano il quadro dei pazienti oncologici anche dal punto di vista diagnostico: la presenza di quadri radiologici polmonari atipici nel corso dell’infezione che si vanno a sovrapporre o confondere con la neoplasia di base, l’individuazione incidentale di quadri radiologici compatibili con una Covid-19 in forma asintomatica o lieve in aree ad alta prevalenza, il ritardo nella diagnosi dell’infezione causato dalla somiglianza della sintomatologia con la malattia di base, specie nelle neoplasie polmonari o in pazienti con metastasi polmonari, e il fatto che alcuni dati clinici o di laboratorio possono “nascondere” una Covid-19 in pazienti portatori di particolari neoplasie.

L’elevato numero di casi di Covid-19 in Italia ha determinato la necessità di mettere in atto strategie per garantire l’assistenza ai pazienti oncologici da parte di vari gruppi di lavoro, posticipando il trattamento sulla base di una valutazione personalizzata del rapporto rischio/beneficio nei casi di malattia metastatica incurabile, continuando la terapia adiuvante e neo-adiuvante di prima linea, posticipando la diagnostica per immagini nei pazienti clinicamente stabili ed incoraggiando la consulenza a distanza eccetto che nei casi di sospetta progressione di malattia. In Toscana è stato adottato un metodo consistente in un doppio filtro per proteggere i pazienti oncologici: due interviste telefoniche, la prima per individuare possibili segni o sintomi di Covid-19 nei pazienti e nei loro familiari, e la seconda per programmare visite domiciliari sulla base della severità del quadro clinico e della prognosi del paziente. La maggior parte delle pubblicazioni scientifiche italiane sull’impatto della Covid-19 nei pazienti oncologici si riferisce a neoplasie urologiche e gastrointestinali.  Un ospedale ha proposto un algoritmo per classificare le procedure chirurgiche in non-differibili, differibili, semi-non-differibili o sostituibili con altre procedure sulla base delle comorbidità del paziente e di valutazioni logistiche. La chirurgia colon-rettale ha continuato la sua attività in molti casi sulla stregua delle procedure in urgenza e alcuni specialisti hanno proposto l’adozione di un breve ciclo di radioterapia in regime neo-adiuvante, posticipando così l’intervento chirurgico, o l’utilizzo di chemioterapici per via orale anziché endovenosa riducendo così il rischio di esposizione al contagio per il paziente.  Un gruppo di radioterapisti in Italia settentrionale ha insistito per continuare il trattamento dei pazienti con dosaggi a basso frazionamento quando possibile, posticipando il trattamento per le neoplasie benigne in regime adiuvante e sospendendolo solo in casi confermati o fortemente sospetti di Covid-19. Infine, un altro studio italiano mette in evidenza l’assenza di un protocollo di riferimento per il trattamento delle neoplasie di testa e collo nel corso della pandemia, ipotizzando l’esclusione dai protocolli di terapia sistemica per pazienti ultrasettantenni o affetti da comorbidità come diabete e malattie cardiovascolari e la sospensione dell’adozione di regimi chemioterapici basati sul platino.

I pazienti affetti da neoplasie richiedono una diagnosi, valutazione e trattamento tempestivi anche durante una pandemia. Società di Oncologia sparse in tutto il mondo hanno cercato di stilare delle linee guida per mitigare gli effetti negativi della Covid-19 sulla diagnosi ed il trattamento di pazienti oncologici e ogni singolo centro ha adottato protocolli interni, che devono essere integrati dai provvedimenti di amministratori locali e nazionali. L’approccio al paziente oncologico deve essere flessibile e personalizzato sulla base dell’esperienza dello specialista, che deve lavorare in equipe con le figure di riferimento sul territorio, per primo il medico di medicina generale, e tenendo conto delle risorse dei presidi ospedalieri in cui il paziente viene seguito. L’insegnamento più importante che la comunità medico-scientifica deve trarre da questa esperienza è che, aldilà di qualsiasi speculazione scientifica, nel caso di una nuova ondata pandemica, il rischio di non avere la garanzia di un’assistenza completa e di alto livello sarebbe, per il paziente oncologico, ancora più devastante della possibilità di contrarre l’infezione da SARS-CoV.


Immagine I: Rappresentazione schematica del numero dei pazienti positivi al SARS-CoV-2, del personale in quarantena, del personale coinvolto nell’emergenza e della riduzione dell’attività nelle U.O. di Radioterapia Oncologica nelle varie regioni italiane (Foto “Radiotherapy and Oncology”)

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