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Home Territorio territorio Verso l’istituzione di una Commissione legislativa sull'impatto di genere e sulla valutazione dei rischi per le donne

Verso l’istituzione di una Commissione legislativa sull'impatto di genere e sulla valutazione dei rischi per le donne

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Siamo un gruppo di donne che provengono dalla politica delle donne per le donne e facciamo parte di enti ed associazioni, che operano sul territorio e a contatto con le comunità cittadine.

In questo momento difficile, ci stiamo interrogando sulle prospettive future della nostra società civile, consapevoli che il difficile momento che stiamo vivendo rappresenta un pericolo enorme, soprattutto per le donne. E’ risaputo, infatti, che in situazioni di crisi, quando il conflitto sociale si porta ad un livello più alto, si crea il terreno fertile per restringere i nostri diritti e che siamo noi donne a pagare, in termini di libertà, i pericoli derivanti dalla temporanea disgregazione del tessuto sociale, economico e politico.

Come sappiamo, in questo frangente, si sono insediate una serie di compagini: team, task force e gruppi formati da esperti, incaricati di affrontare esiti e possibili sviluppi.

Fin da subito è risultato lampante il divario di genere, che si è cercato di colmare in termini di numerici, anch’essi non sufficienti, in quanto la partecipazione paritaria non arriva comunque alla metà. In altri termini: non ci sentiamo più rappresentate da un gruppo di uomini nei ruoli decisionali, anche per la qualità delle decisioni e dei processi formativi che precedono tali decisioni.

La cosa su cui vogliamo, però, puntare maggiormente l’accento è il fatto che le decisioni, le ipotesi organizzative, le prospettive di sviluppo che vengono tracciate non sono pensate guardando dal vertice delle possibili ricadute sulle donne. Questo si rivela inaccettabile, dal momento che, come si è detto, le donne costituiscono la differenza fondamentale e le decisioni che riguardano la loro, la nostra vita, devono avere una prospettiva che prenda in considerazione l'effettiva realtà in cui le stesse si trovano ad agire, il divario di retribuzione e di livelli occupazionali ne è solo un esempio.

I dati dell'occupazione femminile sono tra i più bassi d’Europa: i dati Eurostat diffusi per il womens’day, delineano come l’occupazione femminile sia del 53,1 % con ben 13,8 punti percentuali in meno, rispetto alla media europea. Vi è di più, questi dati non sono aggiornati, non tengono cioè conto delle ricadute dell’epidemia sui livelli di occupazione femminile, a seguito della necessità di riorganizzazione della società familiare, dal momento che sono stati sospesi i servizi dell’infanzia.

La chiusura di scuole dell'infanzia, asili, ludoteche, e sospensione dei servizi di babysitting, sta creando uno slittamento del lavoro di cura dei bambini, dal lavoro di educazione e cura retribuito a quello gratuito.

In questo periodo molte famiglie si trovano a dover scegliere quale componente del nucleo familiare dovrà decidere tra lavoro produttivo e lavoro domestico e di cura e, va da sé che questa scelta peserà di gran lunga di più sulle donne che già avevano da prima un carico di lavoro non remunerato notevole e che spesso le ha portate a scegliere il part time. Quando sarà il momento di decidere chi dovrà rinunciare al lavoro e chi, in termini spiccioli, “porterà i soldi a casa”, le donne, soprattutto coloro che già lavorano part time, si “sacrificheranno” in un’ottica di economia domestica “virtuosa”.

Del resto, l’isolamento in altri casi ha completamente risucchiato le donne che non hanno mai smesso di lavorare in smart working, prima retribuite e ora sobbarcandosi gratuitamente il lavoro di seguire i figli e di gestire da casa la didattica a distanza.

Ripensare ad una ripartenza senza cogliere l'occasione per ripensare a tutto il lavoro delle donne non retribuito, che va dalla cura al lavoro domestico, non è più possibile.

Proprio oggi in cui con lo smart working le donne ci aprono le porte di casa, si è reso evidente che la famiglia si regge su di loro, Da uno studio è emerso che il lavoro di cura in Italia per le donne vale 17.979, 03 euro all'anno pro capite, considerati i dati Istat 2019 delle donne in età di cura, che sono circa 31 milioni.

La Costituzione prevede una società sostanzialmente equa e non solo paritaria sulla carta e secondo misurazioni che non ci appartengono. Per questi motivi non possiamo più accettare che ancora ci si domandi cosa le donne fanno per la famiglia, in uno Stato avanzato in una società che si definisce civile, è ora il momento di domandarsi cosa, lo Stato e la società civile, possono dare alle donne: in termini innanzitutto di restituzione delle energie impiegate, in termini di stabilità, di retribuzione e valorizzazione del lavoro nonché di contrasto alle discriminazioni che sono una forma odiosa di violenza, non solo per quello che rappresentano in sé e per le singole donne danneggiate ma anche per la svalorizzazione del lavoro produttivo di cui non siamo più disposte a fare a meno.

Spesso ci troviamo di fronte a delle decisioni che appaiono a tutela della famiglia e che sono concepite in buona fede come neutre ma che in realtà dimostrano di non tenere in considerazione le ricadute effettive sulla vita delle donne, basti pensare a titolo esemplificativo alle discussioni e alle posizioni che lo Stato assume relativamente al congedo parentale. Le decisioni prendono come riferimento, nonostante sia la madre colei che si fa carico del sacrificio e della cura dei figli e della famiglia, i “genitori”, quando dovrebbe prendersi come riferimento specificamente le differenti esigenze delle madri, in relazione alle diverse tipologie di situazioni lavorative e non in cui le stesse risultano o meno occupate.

Non possiamo più accettare che la giurisprudenza europea affermi che “sulla base del senso comune e della comune esperienza (…) le lavoratrici-madri, specialmente se con figli in età da scuola dell’infanzia, materna o primaria, si trovino frequentemente a dover far fronte a impellenti e imprevedibili esigenze connesse all’accudimento della prole”. Quello che viene definito senso comune è una norma non scritta che pesa in termini di lavoro non retribuito sulle madri, è un senso comune che non ripaga gli sforzi e l'incessante lavoro delle madri, lavoro che pur non essendo un obbligo sappiamo ricadere su di loro e di cui se ne appropria l'intera società civile, non solo, ma anche lo stato che fa cassa sul welfare domestico a chilometro zero.

Non possiamo più accettare termini come: “propensione al materno” (della direttiva europea in materia di equilibrio familiare e attività lavorativa del 20 giugno del 2019) per giustificare lo sfruttamento delle energie lavorative e delle stesse vite delle donne.

Non possiamo più accettare che l'appropriazione delle esistenze delle donne a costo zero sia perpetrata sulla base di una normatività “naturale” spacciata per una lusinga.

Non possiamo più accettare che siano le donne a dover scegliere il sacrificio minore, la maternità è un fatto, un valore per la comunità, un fatto naturale che va valorizzato e non già tutelato come un gap o addirittura una malattia.

In pratica si afferma che le donne lavoratrici "quando hanno figli (…) sono propense a dedicare meno ore al lavoro retribuito e a dedicare più tempo all'adempimento di responsabilità di assistenza non retribuite”, mentre si dice ciò, si cela qualcos’altro. Da un lato, infatti, questa mancata retribuzione è un furto, per chi sceglie liberamente di dedicarsi a mansioni non retribuite ma responsabilmente, si sostanzia in un lavoro di cui si appropria qualcun altro; d'altro, questa mancata retribuzione rappresenta un ricatto per chi di questa propensione farebbe volentieri a meno.

Non vogliamo tornare a questa normalità, vorremmo che politica si mettesse in contatto con le realtà cittadine in cui le donne vivono, lavorano, curano, sostengono, supportano, fanno rete e si confrontano.

E questo non tornare alla normalità si estende ad un campo più ampio, noi donne che provenivano dal sud sappiamo che la normalità ha troppo spesso avuto a che fare con roghi tossici, tumori, sversamenti e interramenti di rifiuti speciali, speculazioni sull'ambiente e sulla salute.

Tumori e devastazione ambientale sono i sintomi del virus che ha attaccato la nostra regione: il biocidio.  Camorra, politica corrotta e imprenditoria deviata sono gli agenti patogeni.

Il lavoro da fare in questi mesi è quanto mai importante.

C’è stata una campagna sulla violenza contro le donne, #nonènormalechesianormale, ecco crediamo che questo riguardi una miriade di riflessioni su ciò che vogliamo realmente cambiare.

Ecco perché l'idea di una Commissione permanente sull'impatto e sulle ricadute concrete che le legislazioni hanno sulla vita delle donne a 360 gradi, è un passo fondamentale e una tappa inderogabile.

Il Presidente Conte si è definito una volta l'avvocato degli italiani, ecco, noi come gruppo di donne non abbiano la presunzione di definirci tali, sappiamo però che stare dalla parte delle donne è un'intenzione politica che passa per l'analisi concreta, dati alla mano, della situazione in cui le donne si trovano ad agire.

Ad oggi, il dilagare della violenza contro le donne ha dato vita ad una rete di supporto e di aiuto, orizzontale e fatta di buone pratiche, pratiche che non si dovrebbero perdere quando si varcano i palazzi del potere e quando, in sede istituzionale, si affronta il problema, se si affronta per risolverlo.

Durante l'isolamento, complice il clima di terrore che ha trasformato la casa in prigione, la violenza fisica e quella sessuale sono aumentate, nonostante la presenza di una rete e di un numero di emergenza. E’ stato, infatti, difficile fare sentire le donne chiuse in casa con i propri aguzzini, meno sole, tanto che vi sono stati momenti in cui si è temuto il peggio perché i telefoni non squillavano e non arrivavano più le denunce.

Non da ultimo, vogliamo però anche segnalare delle svolte preziose per i diritti delle donne, in tema di libertà e integrità psicofisica, primo tra tutti il caso della decisione del Tribunale di Trento, che per la prima volta ha applicato la direttiva emessa a marzo in cui si stabilisce che non debba essere la donna maltrattata a lasciare l’abitazione bensì l'uomo violento. Siamo consapevoli che questi cambi di rotta, da mutuare in tutta Italia, non debbano rimanere episodi sporadici ma che debbano costituire degli approdi da cui non si può tornare indietro.

Ed è proprio in relazione a questi accadimenti che intendiamo riferirci quando diciamo che non vogliamo tornare alla normalità: le donne sono andate molto avanti circa la consapevolezza dei loro diritti e dei soprusi ai loro danni ed è ora che lo Stato ne prenda atto con azioni concrete e senza mezzi termini.

Ci proponiamo come donne che praticano continuamente una politica per le donne, vorremmo che questa commissione sia una prospettiva, un vertice da cui monitorare tutte le misure legislative e valutare se queste hanno bisogno di correttivi. Tutto ciò mettendo al centro la vita delle donne, delle comunità di cui le stesse fanno parte, di cui si prendono cura e all'interno delle quali hanno maggior peso.

Siamo l'altra metà del mondo, la differenza fondamentale, in questo momento di crisi si intravede anche un’opportunità affinché la differenza femminile prenda la parola su se stessa e sul mondo, per far sì che il pensiero delle donne sia azione e affermazione di una nuova civiltà in cui ci diciamo partecipai di un cambiamento di rotta, che sia solidale e femminista.

Questo appello è aperto a tutte le donne che si trovano ad occuparsi di realtà sociali in una prospettiva di genere, mediante associazioni specifiche possono portare la loro esperienza accumulata al solo fine di ragionare, sottolineare e arricchire questa prospettiva in vista dell’obiettivo.

Le promotrici: Rita Ricciardelli di Associazione Ebano, Antonella Bozzaotra ed Ester Ricciardelli psicologhe, dirigenti sanità pubblica; le firmatarie: Maddalena Celano di Avanguardia Femminista- Collettivo Stefania Noce, l’avvocata cassazionista Rosa Petruccelli, Cinzia Civitelli di Onda Femminista Radicale, Anna D’Anzi, imprenditrice.