Il SudEst

Monday
Aug 03rd
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Territorio territorio Migranti, le vite che valgono meno

Migranti, le vite che valgono meno

Email Stampa PDF

 

 

di FLAVIO DIOGRANDE

I governanti di casa nostra, che si tratti di un Salvini andato a male o di un Minniti come tanti poco importa, continuano a sostenere – senza alcuna evidenza scientifica – che vi sia una chiara correlazione tra immigrazione e Covid.  Tralasciando il dettaglio storico del colonialismo europeo nell’Africa e dei disastri che l’occidente ha combinato in quel continente, va ricordato che prima di sbarcare sulle nostre coste e contagiarci coi loro virus, i migranti devono attraversare l’inferno e sperare di uscirne vivi.


 

«Per troppo tempo, gli atroci abusi subiti da rifugiati e migranti lungo queste rotte via terra sono rimasti largamente invisibili», ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, commentando un nuovo rapporto pubblicato dall’agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr, e dal Mixed Migration Centre (Mmc) del Danish Refugee Council, intitolato “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori“, che descrive in che modo «la maggior parte delle persone in viaggio lungo queste rotte cada vittima o assista a episodi di inenarrabili brutalità e disumanità per mano di trafficanti, miliziani e, in alcuni casi, di funzionari pubblici». «Questo rapporto – ha continuato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati – documenta omicidi e diffuse violenze della più brutale natura, perpetrati contro persone disperate in fuga da guerre, violenze e persecuzioni.  È necessario che gli Stati della regione mostrino forte leadership e intraprendano azioni concertate, col supporto della comunità internazionale, per porre fine a tali crudeltà, proteggere le vittime e perseguire i criminali responsabili».

Raccogliere dati accurati inerenti ai decessi che si verificano nel contesto dei flussi irregolari di popolazioni miste controllati dalle reti del traffico e della tratta di essere umani è estremamente difficile, considerato che molti avvengono nell’ombra, lontano dallo sguardo delle autorità ufficiali e dai sistemi formali da esse utilizzati per gestire dati e statistiche.  Tuttavia, i risultati del rapporto, basati primariamente sul programma di raccolta dati 4Mi del MMC, e su dati provenienti da fonti aggiuntive, suggeriscono che un minimo di 1.750 persone hanno perso la vita nel corso di questi viaggi nel 2018 e nel 2019. Si tratta di un tasso di almeno 72 decessi al mese, un andamento che rende la rotta una delle più mortali al mondo per rifugiati e migranti. Queste morti si sommano a quelle delle migliaia di persone che negli ultimi anni hanno perso la vita o sono risultate disperse tentando viaggi disperati attraverso il Mediterraneo per approdare in Europa dopo aver raggiunto le coste nordafricane.

Nel rapporto si legge che circa il 28% delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del deserto del Sahara. Altre località potenzialmente mortali comprendono Sebha, Cufra, e Qatrun nella Libia meridionale, l’hub del traffico di esseri umani Bani Walid, a sudest di Tripoli, e numerose località lungo la parte di rotta che attraversa l’Africa occidentale. Proprio in Libia, solo nel 2020, sono stati registrati oltre 6.200 casi di abusi: numeri che «mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone. Sebbene questo rapporto potrebbe non essere l’ultimo che documenta tali violazioni, arricchisce il crescente numero di prove che non possono più essere ignorate», ha dichiarato Bram Frouws, responsabile del Mmc.

Molti tra quanti tentano la traversata via mare per l’Europa sono intercettati dalla Guarda Costiera libica e ricondotti alle coste libiche. Proprio nelle ultime ore tre uomini sono stati uccisi da colpi d'arma da fuoco sparati dalla Guardia costiera libica a Khums, est di Tripoli, durante le operazioni di sbarco di migranti intercettati in mare e riportati a terra. A dare la notizia è stata l'Organizzazione internazionale perle migrazioni (Oim) che in una nota, citando la testimonianza del suo personale presente sul posto, ha raccontato che «le autorità locali hanno iniziato a sparare nel momento in cui alcuni migranti, scesi da poco a terra, hanno cercato di darsi alla fuga» per evitare di essere portati nei campi libici di detenzione per profughi.

Nel rapporto si documenta come uomini, donne e bambini sopravvissuti, spesso presentino malattie mentali gravi e persistenti derivanti dai traumi subiti. Per molti, l’arrivo in Libia rappresenta la tappa finale di un viaggio caratterizzato da abusi raccapriccianti, quali esecuzioni sommarie, torture, lavori forzati e pestaggi. Altri continuano a riferire di essere stati vittime di violenze brutali, tra cui essere ustionati con olio bollente, plastica sciolta, od oggetti in metallo riscaldati, di aver subito scariche elettriche e di essere stati legati e costretti a posizioni di stress.

Donne e bambine, ma anche uomini e bambini, sono a rischio elevato di divenire vittime di stupri e violenza sessuale e di genere, in particolare presso checkpoint e aree di frontiera, e durante le traversate del deserto. Circa il 31% delle persone intervistate dal MMC che hanno assistito o sono sopravvissute a episodi di violenza sessuale nel 2018 o nel 2019, hanno vissuto tali aggressioni in più di una località. Arrivati in Libia, rifugiati e migranti sono esposti al rischio di subire ulteriori abusi, dal momento che il conflitto in corso e la fragilità dello Stato di diritto comportano che le reti del traffico e della tratta e le milizie siano spesso nelle condizioni di poter agire impunemente. Per tale ragione l’Unhcr si appella alla comunità internazionale affinché assicuri maggiore supporto alle autorità nella lotta contro le reti della tratta di esseri umani.

Il rapporto evidenzia come negli ultimi anni siano stati conseguiti progressi saltuari per rispondere alla situazione, con alcuni dei criminali responsabili degli abusi e delle morti sanzionati o posti in stato di arresto e con la riduzione del numero di persone trattenute nei centri di detenzione ufficiali libici. Nel complesso, tuttavia, sono necessari sforzi maggiori per rafforzare le capacità di protezione delle persone che percorrono tali rotte e per assicurare alternative credibili e legali a questi viaggi pericolosi e disperati. L’adozione delle misure di protezione deve accompagnarsi agli sforzi volti a risolvere le cause di fondo che spingono a intraprendere questi viaggi e a un impegno inequivocabile per assicurare che nessuna persona soccorsa in mare sia ricondotta alla situazione di pericolo che vige in Libia.

Superato l’inferno in terra, queste vite di poco valore avranno forse la fortuna di raggiungere le coste europee e solo allora i governanti di casa nostra, che si tratti di un Salvini andato a male o di un Minniti come tanti poco importa, potranno ribadire che vi è una correlazione tra migranti e Covid.

romasette.it