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2 Maggio 2021

I nuovi concorsi pubblici

L’intento del legislatore targato Draghi e Brunetta pare, dunque, sempre più chiaro: dare meno rilievo alle prove selettive per favorire i titoli, tanto di studio quanto di servizio.

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DI LAVINA ORLANDO

Credit foto FPA S.r.l. licenza CC BY-NC 2.0

Il tanto decantato “governo dei migliori” vede, tra i suoi più eminenti esponenti, il forzista Renato Brunetta, docente universitario, accademico, giornalista, politico, già Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione (dal 2008 al 2011) in uno dei tanti governi Berlusconi, gran maestro di dichiarazioni in grado di far ribollire il sangue ad intere categorie lavorative – dai “fannulloni della P.A.” ai “poliziotti panzoni”, solo per citare alcune tra le più celebri – e, soprattutto, tra gli artefici di una stagione di tagli e blocchi nelle assunzioni all’interno della Pubblica Amministrazione, come dal Brunetta medesimo ammesso in una recente Commissione Lavoro e Affari costituzionali di Camera e Senato (“Io stesso ho dovuto bloccare il turnover in stagione di crisi, la formazione professionale ed i contratti e tagliare”).

Ed è giustappunto il ricordo di quanto accaduto ad aver fatto venire i brividi ai tanti che, in piena pandemia, all’indomani della controversa caduta del secondo governo Conte, galvanizzati dalla rappresentazione a reti unificate di un Mario Draghi giunto da un altro universo al fine di salvare il nostro Paese dalla certa caduta negli inferi, si sono bruscamente risvegliati nel momento in cui il nuovo Presidente del Consiglio, nell’elencare i collaboratori designati, ha fatto il nome di Renato Brunetta.

Ai più attenti, difatti, non può sfuggire una fondamentale considerazione: se il nostro Paese continua a marciare a rilento – circostanza che si verificava già prima del Covid-19 – tale situazione è in gran parte addebitabile al pessimo funzionamento della Pubblica Amministrazione. Per questo l’attuale Ministro, ritornato sul luogo del delitto esattamente dopo dieci anni, non può che far storcere il naso ai più: i tagli di cui è stato tra i principali artefici hanno costretto gli uffici pubblici a limitazioni legate alla presenza di dipendenti in numero inferiore rispetto a quanti servirebbero, stanchi, anziani, poco formati, scarsamente motivati e non al passo con le continue innovazioni legislative, deputati ad erogare servizi essenziali a livelli quantitativi e qualitativi sempre più decrescenti.    

Se è quindi impossibile archiviare il Brunetta del passato, dato che i suoi effetti negativi continuano a riverberarsi inesorabilmente fino ai giorni nostri, riuscirà il Brunetta attuale a farsi perdonare?

Gli obiettivi del Ministro sarebbero, così come enunciati dalla sua viva voce, “turnover e sistema di accesso alla P.A. efficienti, funzionali, sintonizzati col cambiamento tecnologico – non potendo un concorso durare dieci anni o un esame di Stato rimanere bloccato nonostante la pandemia – ed ingresso nel pubblico di un capitale umano formato e con tutti i giusti skill”.  

Circa le applicazioni concrete, occorre fare riferimento, in primis, al Decreto Legge n. 44 del 1 aprile 2021 che, all’articolo 10, “Misure per lo svolgimento delle procedure per i concorsi pubblici”, stabilisce che, per ridurre i tempi di reclutamento del personale, le Amministrazioni Pubbliche prevedono: l’espletamento, nei concorsi per il reclutamento di personale non dirigenziale, di una sola prova scritta e di una prova orale; l’utilizzo di strumenti informatici e digitali e, facoltativamente, lo svolgimento in video conferenza della prova orale; una fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali, con titoli ed eventuale esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, che possono concorrere alla formazione del punteggio finale.

Alla luce di tale disposizione, dunque, a parte la riduzione del numero delle prove selettive – la maggior parte dei concorsi prevedeva, finora, almeno due prove scritte, oltre alla preselettiva, sempre scritta, ed all’orale – e l’utilizzo della strumentazione informatica – circostanza, quest’ultima che, allo stato attuale, sembrerebbe essere alquanto utopistica, vista la scarsa propensione alla digitalizzazione del nostro Paese – la modifica di maggiore impatto riguarda il terzo punto, ossia l’incremento del rilievo di titoli di servizio ed esperienza professionale con riferimento all’accesso alla P.A.

Fermo restando che i titoli, di studio e di servizio, sono sovente stati presi in considerazione solo nella fase successiva al superamento della prova orale, il decreto del 1 aprile va ben oltre, indicando i titoli quale parametro di ammissione alle successive fasi concorsuali. Tale dicitura potrebbe significare l’esclusione di fatto di candidati che, anche se laureati, potrebbero non avere alcuna chance neanche ai fini dell’accesso alla prova scritta, ad esempio per il solo fatto di essere troppo giovani o non sufficientemente abbienti per avere conseguito un master, o, ancora, troppo giovani per aver portato a compimento un percorso di dottorato.

Ancora – e questo è, se possibile, più grave – va considerato un ulteriore profilo, con riguardo alla valutazione dei titoli di servizio che potrebbe diventare un ulteriore parametro per limitare l’accesso ai pubblici concorsi. Si pensi, ad esempio, al bando relativo al reclutamento di 2800 unità di personale non dirigenziale con ruolo di coordinamento nazionale nell’ambito degli interventi previsti dalla politica di coesione dell’Unione europea e nazionale. Trattasi di un concorso, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 6 aprile, per posti a tempo determinato in Regioni del Sud Italia, caratterizzato da una prima scrematura basata sulla valutazione dell’esperienza professionale e della formazione post-laurea (nel senso che potranno accedere alla seconda fase solo i primi 8400 candidati più titolati), requisiti che hanno spinto tanti, soprattutto i più giovani, a non presentare neanche la domanda ed a risparmiarsi l’ennesimo pagamento della ben nota tassa di concorso che accompagna chiunque tenti di intraprendere il percorso lavorativo nella P.A.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), del resto, si pone sulla medesima direttrice del D.L. 44 poco sopra analizzato, prevedendo meccanismi semplificati per le procedure di concorso con ampio ricorso al digitale e percorsi di reclutamento alternativi, tra cui: programmi dedicati agli alti profili, come giovani dotati di elevate qualifiche (dottorati, master, esperienza internazionale) da inserire nelle Amministrazioni con percorsi rapidi, affiancati da una formazione ad hoc; stipula di accordi con Università, centri di alta formazione e ordini professionali per favorire la selezione e l’assunzione rapida dei migliori profili specialistici; assunzione a tempo determinato di pool di esperti multidisciplinari per il supporto tecnico alle Amministrazioni centrali e locali nella implementazione degli investimenti e delle riforme previste dal Piano.

L’intento del legislatore targato Draghi e Brunetta pare, dunque, sempre più chiaro: dare meno rilievo alle prove selettive per favorire i titoli, tanto di studio quanto di servizio. Che tali nuove procedure possano velocizzare i tempi di reclutamento del personale pubblico pare circostanza abbastanza chiara, essendo conseguenza lapalissiana della riduzione del numero di prove e della platea dei candidati.

Può, tuttavia, l’esigenza di celerità nella selezione cannibalizzare gli ulteriori profili che dovrebbero essere analogamente essenziali nel processo di selezione dei pubblici funzionari, come la meritocrazia e l’uguaglianza dei punti di partenza? In un Paese in cui l’accesso alle professioni è per il neolaureato estremamente complesso, soprattutto nel Sud Italia, ed in cui non sempre il percorso post-laurea risulta essere totalmente meritocratico, da un lato, ed accessibile a tutte le tasche, dall’altro, sembra totalmente iniquo prevedere modalità di accesso al pubblico impiego con criteri preferenziali, se non in alcuni casi esclusivi, a favore di coloro che possano vantare esperienze ultradecennali – che giovani, dunque, non sono più – o caterve di titoli – che non sempre, come a tutti noto, corrispondono ad un’accurata preparazione.

Stando a quanto precisato dal Ministro, tale modus operandi, con preselezione per titoli, varrebbe solo per i posti altamente specifici e specializzati e per l’infornata di assunzioni, pare solo a tempo determinate, legate al PNRR, ma non sarebbe la regola generale di accesso alla Pubblica Amministrazione, per cui continuerebbe a valere l’ordinaria valutazione dei titoli successiva alle prove per esami.

Se così fosse, sarebbe, dunque, auspicabile, la riscrittura dell’articolo 10 sopra indicato che, nell’attuale versione, non pare per nulla compatibile con l’interpretazione autentica fornita dal Ministro Brunetta – trattandosi, peraltro, di un decreto legge, tale modifica sarebbe di semplice approvazione. E sarebbe altresì apprezzabile che il Ministro impiegasse qualche ora del suo pur preziosissimo tempo per confrontarsi con chi conosce realmente il mondo dei concorsi, perché – e duole davvero affermarlo – le varie audizioni a cui ha partecipato per fornire spiegazioni circa la riforma in approvazione non lasciano dubbi circa la sua scarsa dimestichezza con l’argomento.

Stando tali premesse, l’idea di una seconda stagione del Ministro che possa essere migliore della prima, per quanto di facile attuazione possa sembrare visto lo sfacelo compiuto più di dieci anni fa, sembra auspicio di sempre più ardua realizzazione.

Lavinia Orlando