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6 Giugno 2021

Alfredino Rampi, eravamo tutti in quel pozzo.

La vicenda di Alfredino Rampi ha scosso l’Italia. Una partecipazione popolare mai vista. Molti a tutt’oggi criticano l’assembramento di 10000 persone a Vermicino. La diretta televisiva di 18 ore. Quella, però, era un’Italia diversa. Disorganizzata, impaurita da anni di stragi e attentati, ma anche con un grande cuore. La gente voleva partecipare al salvataggio di Alfredino. Non erano persone che si nutrivano del dolore della signora Franca. lo sentono come se fosse il proprio.

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Credit foto Cinemazero licenza CC BY-NC-SA 2.0

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Di Pierdomenico Corte Ruggiero

Avrei potuto incontrare Alfredo Rampi. Forse durante i tre giorni della visita militare.  Forse all’università. Eravamo nati lo stesso anno, il 1975.  Invece,  come tanti, non ho conosciuto Alfredino  Rampi ma la sua tragica vicenda.

Era strana l’estate del 1981.Almeno per me. Finito il periodo spensierato dell’asilo, a  settembre si prospettava l’inizio della scuola. La gioia di essere un pò più grande. L’ansia per una nuova realtà sconosciuta segnata da un  monito per me minaccioso: «dovrai studiare» . La mia estate, e non solo la mia, cambia l’11 giugno 1981. Mi venne proibito di vedere la televisione e praticamente chiuso in casa. Ricordo i discorsi e le preghiere degli adulti. La televisione accesa a tutte le ore. Ricordo una delle poche immagini che sono riuscito a vedere. L’enorme trivella che scavava. Poi la disperazione. Io non potevo saperlo ma eravamo cambiati un pò tutti.

Giugno 1981. Alfredo Rampi, con la sua famiglia, si trova presso la loro seconda casa in zona Selvotta a Vermicino nel comune di Frascati alle porte di Roma. Intorno alle 19 e 20 del 10 giugno Alfredo è in compagnia di suo padre e di due amici di famiglia. Fanno ritorno da una passeggiata in campagna. Alfredo chiede al padre di poter tornare da solo a casa attraverso i prati. Il padre acconsente. Però quando, intorno alle 20, torna a casa non trova il figlio. Iniziano le ricerche e vengono chiamate subito le forze dell’ordine. Arrivano, velocemente, sul posto poliziotti, vigili del fuoco, vigili urbani. Si uniscono alle ricerche gli abitanti del posto. Arrivano le unità cinofile. Nei pressi dell’abitazione dei Rampi era stato scavato da poco un pozzo artesiano. Alfredo è forse caduto in quel pozzo? Difficile visto che viene trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da pietre. Il brigadiere della Polizia di Stato Giorgio Serranti, vuole comunque ispezionarlo. Sente i lamenti del piccolo Alfredo. Il proprietario del pozzo lo aveva chiuso con la lamiera intorno alle 21 e non si era accorto della presenza del bambino.  I soccorritori accorrono all’imboccatura del pozzo. Profondo circa 80 metri, con l’imboccatura larga circa 28 centimetri.  Secondo una prima stima il bambino si trova a 36 metri di profondità. I vigili del fuoco decidono di calare nel pozzo una tavoletta legata a corde, così da permettere ad Alfredo di aggrapparsi per essere sollevato. E’ un grave errore. La tavoletta si incastra nel pozzo a 24 metri, provocando l’ostruzione del condotto. Grazie ad una elettrosonda a filo fornita dalla Rai, i soccorritori possono comunicare con il bambino. Verso le 4:00 dell’11 giugno arriva un gruppo di speleologi del Soccorso Alpino. Che tentano di rimuovere la tavoletta. Senza successo. Pastorelli, comandante dei Vigili del fuoco di Roma, decide di sospendere i tentativi degli speleologi e ordina di scavare un tunnel parallelo al pozzo, per poi aprire un cunicolo orizzontale di 2 metri, che avrebbe permesso di accedere al pozzo poco sotto il punto dove si supponeva si trovasse Alfredo.  La geologa Laura Bortolani, presente sul posto, avvisa che il terreno è molto duro e che quindi il tempo di perforazione sarà lungo. Consiglia di permettere agli speleologi di tentare di rimuovere la tavoletta e scendere nel pozzo. Viene deciso di puntare tutto sul tunnel parallelo. Alle 8.30 dell’11 giugno inizia la perforazione. Purtroppo vengono confermate le previsioni di Laura Bortolani. Uno strato di roccia granitica rallenta la perforazione. Intorno alle 13 arriva una seconda e più potente perforatrice. Alla stessa ora i telegiornali della Rai iniziano ad occuparsi della vicenda. Inizia una diretta televisiva, praticamente a reti unificate, che durerà oltre 18 ore. Alfredo Rampi entra nelle case degli italiani. Diventerà per tutti Alfredino. Intorno al pozzo di Vermicino si raccolgono oltre 10000 persone, arrivano anche venditori ambulanti di cibo e bevande. Alle 18.22 dell’11 giugno il pozzo parallelo raggiunge la profondità di 21 metri. Le condizioni fisiche di Alfredino, che soffre di una cardiopatia ( tetralogia di Fallot) e che deve essere operato a settembre, vengono monitorate dal primario di rianimazione dell’ospedale San Giovanni. Il bambino si lamenta per il rumore e a momenti di veglia alterna colpi di sonno.  Alle 7.30 del 12 giugno, la perforatrice è scesa solamente a 25 metri di profondità  Alle 10.10 i metri sono 30. Si decide di iniziare a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi. Le condizioni di Alfredino, però, peggiorano. Non risponde più ai soccorritori.  Alle 16.30 arriva il Presidente della Repubblica Pertini, che rimarrà fino alle 7  del 13 giugno. Alle 19.00 il raccordo orizzontale è pronto. I vigili del fuoco entrano nel pozzo ma il bambino non è nelle vicinanze . È scivolato molto più in basso. Forse anche a causa delle vibrazioni causate dalla perforazione. Pastorelli richiama gli speleologi del Soccorso Alpino. Che accertano che il bambino si trova a circa 60 metri di profondità. Non resta che calare dei volontari nel tentativo di liberare Alfredino. Ci prova lo speleologo Claudio Aprile. Ci prova il volontario Angelo Licheri, che si avvicina ad Alfredino, tenta per tre volte di allacciargli l’imbracatura. Che per tre volte si apre. Dopo 45 minuti di tentativi deve rinunciare. Altri volontari si offrono. Anche Pietro Molino, di 16 anni, che viene imbracato ma viene fermato quando si scopre che è minorenne.  L’ultimo tentativo è dello speleologo Donato Caruso. Che deve ritornare in superficie da solo. Riferisce che probabilmente Alfredino è morto. Franca, la madre di Alfredino, chiama più volte il figlio senza ottenere risposta. Alle 16.00 del 13 giugno, viene calata nel pozzo una piccola telecamera fornita dalla Rai.  Si accerta la morte di Alfredino Rampi. Viene immesso nel pozzo azoto liquido per conservare il corpo. Che verrà recuperato l’11 luglio. I funerali si svolsero il 17 luglio 1981. La magistratura indaga ipotizzando che Alfredino sia stato gettato da qualcuno nel pozzo. L’inchiesta verrà archiviata.

La vicenda di Alfredino Rampi ha scosso l’Italia. Una partecipazione popolare mai vista. Molti a tutt’oggi criticano l’assembramento di 10000 persone a Vermicino. La diretta televisiva di 18 ore. Quella, però, era un’Italia diversa. Disorganizzata, impaurita da anni di stragi e attentati, ma anche con un grande cuore. Un’Italia dove ” chi ti aiuta lo trovi sempre”. Un’Italia alla buona. La gente voleva  partecipare al salvataggio di Alfredino. Non avevamo ancora la Protezione Civile. Era normale vedere persone senza specifico addestramento, ma con tanta buona volontà, raggiungere i luoghi colpiti da sciagure. Come in Irpinia.

Non erano persone che si nutrivano del dolore della signora Franca. Lo sentono come se fosse il proprio. Molti si precipitano a Vermicino per scendere in quel pozzo. Altri offrono mezzi e competenze. Alfredino diventa figlio di tutti. Gli italiani di oggi che  troppo spesso vomitano odio sui social, non sono degni eredi degli italiani che nel 1981 hanno pregato e sperato per Alfredino. Hanno lottato con e per Alfredino Rampi.

Sono passati quarant’anni eppure sembra ieri . Perché un pezzo di noi è rimasto a Vermicino.