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7 Giugno 2021

Seid Visin: Il diritto di essere fragili

Seid Visin 20 enne suicida. Al di là del razzismo Il diritto alla fragilità è il vero torto subito

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DI FABRIZIO RESTA

Credit foto: Profilo Instagram

 «Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone». Questa la lettera che Seid Visin scriveva due anni fa. Purtroppo nei giorni scorsi il giovane si è suicidato. Il ragazzo, etiope adottato in Italia, a Nocera inferiore. Appassionato di calcio, ha vestito le maglie della Primavera del Milan (ha giocato con Donnaruma) e Benevento. Poi ha appeso gli scarpini al chiodo e ha scelto di continuare gli studi. Non c’è un episodio di razzismo particolare ma sono tanti piccoli gesti di quotidiana intolleranza ad aver scavato un solco enorme nel cuore del giovane calciatore. Dalla commessa che lo seguiva perché convinta che avrebbe rubato qualcosa nel negozio, alla signora che vedendolo stringeva forte la borsetta, ai clienti che non volevano essere serviti da lui e poi i soliti che colpevolizzano questi ragazzi di rubare il lavoro agli italiani. Praticamente il ragazzo ogni giorno doveva dimostrare agli altri di non essere un immigrato, di non essere come “loro” ma di essere come gli altri italiani. Era arrivato persino a fare pessime battute sugli immigrati per dimostrare di essere come gli altri italiani. Pensate a cosa si arriva: al razzismo indotto.

I genitori nelle scorse ore hanno precisato che la lettera scritta da Seid non ha nulla a che fare con il suicidio, scatenando sui social una diatriba tra colpevolisti, che attribuiscono il suicidio al razzismo e innocentisti che invece vedono nel razzismo solo una strumentazione ideologica e politica. Questa è la vera vergogna di un paese. Certo, forse non sapremo mai le vere motivazioni del tragico gesto, per l’ovvia esigenza dei genitori di tutelare il figlio. Tuttavia una persona non decide di suicidarsi in 5 minuti, è il frutto di un percorso che porta la persona ad uno stato di prostrazione fisica e psicologica. E’ un po’ come l’acqua che sgretola la roccia: non è mai la singola onda a farlo ma è il frutto dell’azione di molte onde che alla fine arriva al punto critico, spaccando la roccia. La verità è che anche se non sappiamo quanto le discriminazioni abbiano influito nella fatale decisione, sicuramente, almeno in parte, le discriminazioni ricevute fanno parte della catena degli eventi che hanno portato al suicidio. Il razzismo sistemico è uno stillicidio; uccide anche la persona più forte.

Tuttavia mentre sui social si scatena la guerra tra innocentisti e colpevolisti si sta perdendo di vista l’aspetto più importante: il ragazzo….e per carità, smettiamola di parlare di persone forti e persone deboli, come se essere fragili sia qualcosa di negativo. Una persona ha anche il diritto di avere le proprie debolezze. Anzi, a dirla veramente tutta, è ora di dire basta con questo falso machismo, che le persone debbano nascondere i sentimenti facendo finta di nulla, che non bisogna mai fermarsi ed andare avanti. E’ ora di dire basta a questa “casta” di supereroi che si mostrano giganti ma che in realtà non hanno fatto altro che ingoiare le loro debolezze per sembrare più grossi. Lucio Dalla cantava tanti anni fa : “la cosa eccezionale, dammi retta, è l’essere normale”.

Ogni persona ha le sue fragilità ed ha il diritto di esprimerle. Che non significa crogiolarsi nel dolore ed esaltare chi si lamenta sempre; la fragilità è sinonimo di umanità, quella che al giorno d’oggi sembra sempre più affievolirsi. Riconoscere le proprie fragilità ci permette di capire anche quelle altrui e di rispettare le fasce più deboli: migranti, disabili o comunque persone che si trovano ai margini della società. Quello che al piccolo Seid è mancato è stato probabilmente qualcuno a cui confidare le proprie fragilità, con cui confrontarsi, con cui lavorare sull’autostima e sulla consapevolezza di sé. Soprattutto comprendere che ognuno di noi ha il diritto di essere riconoscibile per la ricchezza che portiamo nei rapporti con gli altri, qualunque siano i risultati ottenuti nella vita dal punto di vista scolastico, professionale o dello status sociale. Spesso la nostra società ci impone aspettative che in realtà non sono le nostre e che noi avvalliamo trasformandoli in obblighi inderogabili, a cui non accordiamo significati alti o profondi se non un malinteso senso del dovere. In poche parole dovremmo lavorare su quella socialità che alle nuove generazioni un po’ manca. Nell’era delle connessioni internet del wifii, la vera connessione che bisogna potenziare è quella umana, la comprensione di chi si ha davanti o la voglia di dedicare tempo agli altri.

Il migliore degli auguri che possiamo farvi è trovare il tempo per fermarvi e di accorgervi che non succede nulla ma soprattutto di trovare il posto e le persone giuste dove poter essere semplicemente umani.

Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo