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Ambiente

Domenica è iniziato in Scozia il COP 26: per il bene dell’umanità non sono ammessi altri errori dalla politica.

Domenica scorsa, a Glasgow è iniziata la conferenza mondiale sul clima. Malgrado i disastri climatici globali ogni giorno sempre più evidenti, le nazioni più inquinanti: Russia e Cina in testa, non vogliono rinunciare alla graduale eliminazione dei combustibili fossili.

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DI NICO CATALANO

Credit foto  Oxfam Italia license CC BY-NC-ND 2.0

La conferenza mondiale dell’ONU sul clima, che si terrà a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre prossimo, rischia di essere un fallimento ancora prima del suo inizio. Gli ultimi cinque anni, quelli che hanno seguito gli accordi sul clima di Parigi, sono stati i più caldi registrati dal 1850. Il surriscaldamento climatico attanaglia tutto il globo con le sue tragiche conseguenze: periodi di siccità e caldo soffocante, intervallati da eventi meteo estremi quali piogge torrenziali e uragani tropicali che colpiscono anche le zone temperate. Purtroppo, l’obiettivo deciso a Parigi nel 2015 per fare rimanere nel intervallo di 1,5 °C l’aumento delle temperature globali, ossia la riduzione del 45% delle emissioni di gas serra entro il 2030, sembra essere ormai difficile da raggiungere. Tale risultato potrebbe essere raggiungibile solo tramite drastici tagli all’utilizzo di combustibili fossili (metano, carbone e petrolio) che sciaguratamente non sono stati effettuati in tutti questi anni. Inoltre, secondo le stime degli scienziati, con gli attuali impegni, le corrispettive emissioni oltre a non diminuire, entro il 2030 aumenteranno ulteriormente di circa il 16%, portando così entro la fine del secolo XXI, l’intero globo terrestre ad una temperatura media di riscaldamento di 2,7 gradi. L’ottanta per cento di queste emissioni, sono riconducibili alle nazioni che fanno capo al G20, tra queste: India, Australia, Arabia Saudita, Brasile ma soprattutto Cina e Russia. Pertanto, la preannunciata assenza sia del presidente Vladimir Putin che di Xi Jinping, leader della Cina continentale, indicano una evidente mancanza volontà a livello internazionale, di raggiungere un accordo che possa contemplare un programma di graduale eliminazione dei combustibili fossili sia nelle politiche nazionali, così come negli investimenti all’estero. L’attuazione di tale programma si tradurrebbe in nessun nuovo pozzo petrolifero, nessuna centrale a carbone e impianto a gas, una progressiva eliminazione dei combustibili fossili che verrebbe realizzata attraverso una transizione equa per i lavoratori e le comunità interessate. Un programma che verrebbe garantito dalle nazioni più industrializzate sia in trasferimento di tecnologie sostenibili e condivisione di conoscenze ma anche con la fornitura di finanziamenti verso i Paesi più vulnerabili dal punto di vista climatico. Per ottenere ciò, è necessario che le nazioni più industrializzate comincino a presentare piani energetici e climatici coerenti con gli obiettivi della comunità internazionale, ma anche a mantenere gli impegni finanziari presi in sede degli accordi per il clima. Ad oggi le nazioni più ricche non sono state in grado di rispettare quanto deciso sei anni fa a Parigi, non solo in termini di riduzione delle emissioni, ma persino rispetto ai 100 miliardi di dollari promessi come sostegno ai Paesi in via di sviluppo per avviare una transazione ecologica. Il cambiamento climatico, causato dall’aumento della concentrazione di gas serra oltre a produrre surriscaldamento, perdita di biodiversità, aumento delle pandemie e di eventi atmosferici estremi, sembra essere la principale causa dalla perdita di circa il 23% del PIL globale. Un livello di perdita economica maggiore di quella provocata dalla grande depressione degli anni venti e trenta del secolo scorso. A Glasgow non è più ammesso il tatticismo politichese ma solo un’azione concreta da parte della politica internazionale, commettere ulteriori errori significa compromettere per sempre il futuro dell’umanità sulla Terra.

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Agronomo, ricercatore ecologista, divulgatore e saggista