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Ambiente

Cingolani e il nucleare

L’ennesima apertura al nucleare civile da parte del ministro Cingolani, ha suscitato nei giorni scorsi tanto clamore negli ambienti politici e la netta contrarietà dell’ambientalismo militante.

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DI NICO CATALANO

Credit foto Tony Fischer Photography license CC BY 2.0

Secondo il ministro della transazione ecologica, in un’ottica di riduzione dell’impiego dei combustibili fossili, i moderni impianti nucleari, sarebbero una valida soluzione per contrastare il cambiamento climatico, grazie all’ausilio delle nuove tecnologie di quarta generazione che garantirebbero sicurezza e rispetto ambientale. Dichiarazioni condite da un attacco gratuito al mondo ecologista, colpevole secondo lo stesso ministro, di essere “peggio della catastrofe climatica in corso”. Un linguaggio che oltre a coniugarsi male con la transazione ecologica, trova scarsa applicazione nella realtà. Il nucleare di quarta generazione o meglio definito “rinascimento nucleare” fu lanciato da George W. Bush nel lontano 2001, ma ad oggi negli Stati Uniti, nessun nuovo reattore è entrato in funzione. Il progetto è stato da tempo accantonato, sia per gli eccessivi costi, così come per l’incertezza di avere degli impianti sicuri. Anche in Francia, dove a differenza del nostro Paese, esiste da tempo una filiera nucleare, non riescono a costruire impianti di “terza generazione plus” in quanto i due cantieri che, dovevano ospitare le nuove centrali nucleari, sono stati interessati da lavori infiniti con costi pari ad oltre quattro volte quelli inizialmente preventivati. Inoltre, la tecnologia nucleare di quarta generazione, di cui si sente parlare da venticinque anni, oltre ad avere costi esorbitanti per le casse pubbliche, non elimina le scorie creando altri problemi ambientali per il loro smaltimento.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, afferma: “bisognerebbe puntare sulle rinnovabili, senza spendere risorse pubbliche per una tecnologia dai risvolti incerti. Abbiamo già la possibilità di produrre energia elettrica dal sole, dal vento, dall’acqua e dal calore della Terra. In Italia, in particolare le aziende, dovrebbero ringraziare gli antinuclearisti che nel 2011 con il referendum, non hanno permesso di intraprendere questa avventura disastrosa. Enel, che voleva costruire centrali nucleari, oggi è diventata il principale operatore al mondo di rinnovabili. Bisogna seguire l’esempio di Enel”. Dello stesso avviso è Francesco Starace, amministratore delegato di Enel che conferma “la strada per la transizione energetica non è il nucleare. Per rispettare la decisione dell’Ue di ridurre le emissioni di gas serra del 55%, entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990) bisogna ridurre la percentuale di energia che otteniamo dalle fonti fossili e accelerare gli investimenti nelle rinnovabili, dotando la pubblica amministrazione di un sistema di governance adeguato alla portata della sfida”. Più che una vera intenzione, le dichiarazioni sul nucleare da parte del ministro, sembrano un volere sviare l’attenzione sull’immobilismo del governo, in merito alla mancata applicazione di quanto previsto nel Pnrr per quanto riguarda una seria regolamentazione delle autorizzazioni per le rinnovabili. Una caduta di stile che riporta il Paese indietro, in quanto sul nucleare gli italiani hanno espresso la loro contrarietà in ben due referendum. Il nucleare è uno strumento non inclusivo e non rinnovabile e la crisi climatica che stiamo vivendo non aspetta i tempi di una nuova ipotetica corsa all’atomo con tecnologie di quarta generazione dai risultati incerti. Non è più il tempo per i bizantinismi ma quello di agire.

Agronomo, ricercatore ecologista, divulgatore e saggista