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Attualità

Storia di Anna, avvocato, con una figlia ai domiciliari (Parte seconda)

La vicenda paradigmatica di una donna che dimostra da un lato l’importanza di combattere per ciò in cui si crede, dall’altro l’impossibilità di una madre di restare al di fuori delle scelte di una figlia.

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di Rosamaria Fumarola

Iniziò così il mio lavoro quotidiano a favore delle donne e in breve mi parve di conoscere meglio la città nella quale avevo sempre vissuto. Non mi mancò il sostegno di qualche rappresentante politico ed entrai velocemente in contatto con tutte le componenti istituzionali e sociali cittadine. Questo mi aiutò a mettere a punto interventi più efficaci, anche se avevo la sensazione che la passione e la voglia di fare qualcosa di utile e necessario seppur grandi, producessero sempre un risultato troppo piccolo per considerarsi apprezzabile. 

All’inizio mi fu comunque molto difficile mantenere il giusto distacco dalle persone e dalle vicende delle quali mi occupavo. Mi era intollerabile ad esempio,  tornare a casa e passare vicino all’abitazione di un’assistita che sapevo essere in costante pericolo, senza bussare alla sua porta per accertarmi del fatto che stesse bene. Man mano che i mesi passavano mi resi però conto che quel poco che sarei stata capace di fare lo avrei realizzato solo non facendomi coinvolgere oltre il necessario dalle persone e dalle situazioni con le quali entravo in contatto.

Rientravo a casa tardi praticamente ogni sera e non tornavo mai per il pranzo. Ero felice di realizzare il sogno di essere utile a chi non riceveva sostegno (spesso proprio da coloro i quali avrebbero dovuto rappresentare la sola vera ancora di salvezza), di servire i tanti che sperimentavano in vita un doppio tradimento: in primo luogo quello che ci riguarda tutti e cioè l’essere “gettati a vivere” soli su un terreno sempre in movimento, che mette a repentaglio qualunque forma duratura di adattamento ed in  secondo luogo l’assenza di quelle forme di soccorso che, lungo il cammino ci permettono di sopportare l’alea a cui siamo sottoposti, impedendoci di perdere il senno. 

Le mie assistite vivevano così sempre sottoposte ad una minaccia, nell’impossibilità di elaborare risposte sane agli stimoli del mondo esterno. Consideravo questo inaccettabile oltre ogni misura. Continuavo intanto a non andare d’accordo con mia figlia,  ma ero felice di poter realizzare qualcosa almeno sul piano professionale. Sapevo anche che per una ragione o per un’altra prima o poi sarei stata chiamata a correggere gli errori di valutazione e non solo di Maria, che era sempre convinta di agire meglio degli altri e che mi  impediva anche solo di esprimere giudizi sulla sua vita,  tanto che non mi era rimasta altra soluzione che lasciarla fare. Peraltro non era certo una sovvertitrice dell’ordine e dei dettami della tradizione. Mia figlia amava infatti tutto ciò che la maggior parte delle ragazze alla sua età ama: il lavoro per garantirsi l’indipendenza, ma anche una famiglia. Insomma sentiva di avere i mezzi per entrare nella società dalla porta principale.  Questo segnava una distanza abissale tra di noi, essendomi io sempre percepita come ai margini di ogni cosa. La mia psicanalista soleva ripetermi che il mio impegno per il prossimo era in qualche modo il tentativo di guadagnarmi quel rispetto del quale mi pareva di non essere invece mai stata degna. Anche sulla scorta di questa diversità, di questa distanza, mi affacciavo di rado nel mondo di Maria, un universo che non era il mio, ma che non condannavo. Speravo comunque di non doverci avere troppo a che fare. 

Come immaginavo arrivò il momento nel quale le circostanze mi spinsero a tornare più spesso a casa ed a rimanere più a lungo con mia figlia. Un incidente d’auto provocato dalla guida spericolata di una sua amica, le procurò un giorno diverse fratture, che la costrinsero a restare in ospedale ed a subire numerosi interventi necessari a restituirle una vita normale. 

Il dolore che mi prese mi spinse a restarle accanto giorno e notte. Lentamente le sue condizioni migliorarono e dopo più di un mese di ricovero riuscì anche a riportarla a casa,  nonostante le fratture non la rendessero ancora autosufficiente. 

Non avevamo altre entrate oltre la mia e così ripresi presto a lavorare. La signora che abitava al piano inferiore si offrì di fare compagnia a Maria e di aiutarla nelle ore in cui ero costretta a lasciarla sola. C. non era più agli arresti domiciliari ed impegnarsi in qualcosa che senza grossi sforzi le permettesse di mettere da parte qualche soldo, era un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Accettai la sua proposta, anche perché non avevo in quel momento altra scelta.  

C. teneva la casa pulita ed in ordine,  faceva la spesa, ma soprattutto faceva compagnia a Maria, che non aveva mai sopportato la solitudine. Andavano d’accordo ed io non intendevo interrompere quell’idillio, preoccupata com’ero solo di rivedere mia figlia serena ed in salute. In poco tempo diventò però dipendente da C. ed anche se ormai riusciva a stare in piedi da sola, preferiva trascorrere parte delle sue giornate con la vicina. Si era persino persuasa del fatto che C. fosse vittima di un errore giudiziario. La mattina, prima di ogni cosa bussava alla sua porta, anche se di quell’ aiuto non aveva più bisogno, ragione per la quale avevo smesso di versare a C. il suo compenso. Chiaramente quest’ultima avrebbe preferito che la convalescenza di Maria durasse più a lungo e non essendo mia figlia per lei fonte di guadagno, incominciò a non essere più così gentile, né con lei né con me. 

A suo modo restava legata affettivamente a noi, cosa che però a me interessava sempre meno, essendo per mia natura più incline ad apprezzare il rispetto che l’affetto. Nel frattempo però mia figlia aveva finito con l’entrare a far parte anche del mondo di quella donna, fatto di personaggi che avevano conosciuto il carcere e praticato forme di devianza delle quali lei aveva a mala pena sentito parlare. Le sembravano infatti tutti brave persone, incapaci anche solo di pensarlo il male,  nonostante in più di un’occasione io stessa avessi raccolto spezzoni di involontarie confessioni che lasciavano intravedere uno scenario ben diverso da quello che Maria immaginava.

Scrittrice, critica jazz, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare anche gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano