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Cultura

Epica omerica, la storia con le parole della poesia

Da sempre gli studiosi si dedicano alla ricerca sulla storicità dei fatti narrati nell’Iliade e nell’Odissea e se in un passato non lontano era stata messa fortemente in discussione, oggi appare come la sola tesi da accogliere, il solo dato dal quale partire.

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Credit foto Pinterest

di Rosamaria Fumarola

Il numero di ricercatori che hanno dedicato la loro vita allo studio dei poemi omerici è infinito e tale è destinato per fortuna a rimanere. Storici, archeologi, studiosi di lingua e letteratura, geografi, da sempre si pongono le medesime domande soprattutto riguardanti la fondatezza storica dei fatti narrati nell’ Iliade e nell’ Odissea,  proponendo tesi affascinanti che perpetuano l’attrattiva dei  versi, senza tuttavia riuscire ad offrire risultati che vadano oltre le ipotesi.

Per lungo tempo si è ritenuto che i poemi omerici fossero puro frutto della fantasia greca e si deve alla tenacia del commerciante tedesco Schliemann l’individuazione nel 1870, grazie alle indicazioni contenute nei poemi, nella parte estrema dell’attuale Turchia occidentale, della città di Troia. A questo geniale dilettante si deve anche la scoperta della rocca di Micene, nel Peloponneso. Il contributo entusiasta di Schliemann ha chiarito alcune, fondamentali questioni, ma ha aperto la strada a nuovi interrogativi.

Gli studi attuali sembrano orientarsi nella direzione della fondatezza dei fatti narrati nei due poemi. Affascinanti sono ad esempio i risultati proposti dagli studiosi dell’epica arcaica, per i quali i poemi omerici rappresentano la summa del sapere delle epoche a cui fanno riferimento, racchiudendo in sé la narrazione di eventi storici ma ovviamente attraverso l’uso di strumenti poetici,  quali le note formule richieste dalla pratica del canto orale. Non si può infatti prescindere da quest’ultima componente per la comprensione dei versi che è ormai certo, sono stati tradotti in testo scritto grazie a Pisistrato solo nel VI secolo a.C. in un’epoca molto lontana quindi da quella nella quale hanno avuto origine.

Va aggiunto che tali canti appartenevano ad un genere specifico, che seguiva modalità e regole precise.  È questa la ragione per la quale la lingua in essi usata non è quella quotidiana,  ma una sorta di lingua d’arte. Il tentativo che oggi noi facciamo dunque, di applicare alla poesia di cui si discute i parametri del poetare attuale,  decontestualizzandola è ovviamente fuori luogo. 

Al contrario, non paiono tra gli altri,  privi di fondamento i risultati a cui nella seconda metà del  secolo scorso lo studioso americano Parry ed il suo allievo Lord giunsero attraverso l’uso del cosiddetto “metodo comparativo”. Nel tentativo di indagare i modi in cui una civiltà orale produce la propria letteratura  si recarono infatti in Jugoslavia ed in Albania, dove sopravvivevano composizioni poetiche orali nel canto dei “guslari”, moderni aedi nelle cui produzioni i  ricercatori individuarono interessanti paralleli con i poemi omerici.

Val la pena infine ricordare che se esistono elementi che il tempo stravolge, ve ne sono altri che restano immutati, come l’uso che l’uomo fa del sapere. Nei poemi omerici, sempre ammesso che un Omero sia davvero esistito, si scorge nitido il ritratto di una civiltà che  è volta a giustificare una certa nascita di poteri ed una data distribuzione delle ricchezze. La dimensione estetica del sapere ieri come oggi può veicolare anche questi preziosi elementi di conoscenza della cultura, di certo un popolo in un certo tempo.

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Scrittrice, critica jazz, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare anche gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano