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Cultura

I “Protocolli dei Savi di Sion”, il fake di cui la storia non intende liberarsi

I Protocolli sono la base fondativa di gruppi politici di recente formazione, quali Forza Nuova e Casapound. In ogni parte dell’Occidente e dell’Oriente e ben oltre la fine della seconda guerra mondiale, capi di stato e di governo hanno dichiarato espressamente di considerarli autentici, chiamando a sostegno di questa tesi le attuali, drammatiche sorti del mondo.
Insomma il contenuto di questo controverso frutto della fantasia è piaciuto e continua a piacere.

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Credit foto Pinterest

di Rosamaria Fumarola

I “Protocolli dei Savi di Sion” nonostante da sempre ed in svariate sedi siano stati dichiarati un falso storico, non hanno mai cessato di essere pubblicati e circolare e questo è accaduto sin dalla loro origine, all’inizio del XX secolo ad opera della polizia segreta zarista, che mirava ad alimentare l’odio nei confronti della comunità ebraica. Benché non siano stati il solo strumento di cui l’antisemitismo si sia servito, non vi è dubbio che siano risultati come uno dei più efficaci per giungere all’acme delle persecuzioni naziste del secolo scorso. 

In essi è descritto il fantomatico progetto ebraico e massonico di giungere al dominio del mondo. Un fake, non il solo ovviamente, che ha riscosso un certo successo e che porta a sottolineare come l’idea del complotto sia una componente di un certo modo di pensare e di agire dell’uomo e non una recente invenzione del mondo globalizzato. Il testo in sé non è dotato di una raffinata elaborazione, anzi è intessuto in modo grossolano, al punto tale che bollarlo come falso non ha mai richiesto uno sforzo particolare. 

Nonostante questi ed altri limiti macroscopici ancora oggi, ad esempio in Italia,  I Protocolli sono la base fondativa di gruppi politici di recente formazione quali Forza Nuova e Casapound.  In ogni parte dell’Occidente e dell’Oriente e ben oltre la fine della seconda guerra mondiale,  capi di stato e di governo hanno dichiarato espressamente di considerarli autentici, chiamando a sostegno di questa tesi le attuali, drammatiche sorti del mondo. 

Insomma il contenuto di questo controverso frutto della fantasia è piaciuto e continua a piacere molto al punto tale che alcuni suoi sostenitori sono disposti ad ammetterne sì la falsità, ma a sottolineare come in maniera impressionante descrivano la direzione che la storia ha effettivamente preso da un certo momento in poi. 

Tutto ciò, nel suo essere paradossale, ci racconta qualcosa di vero e cioè lo scontro ancora in atto tra due parti che, per una ragione o per un’altra, molti hanno interesse a mantenere vivo. Questo scontro vede da un lato la comunità ebraica e dall’altro forze politiche orgogliosamente antisemite, per le quali il peso dell’Olocausto non può considerarsi il fondamento per una svolta definita nella storia dei rapporti col mondo ebraico. 

È probabilmente questo che sta alla base delle nuove pubblicazioni online dei Protocolli senza alcuna prefazione o postfazione che ne ricordi la falsità, l’ultima ad opera di Feltrinelli. La comunità ebraica ha condannato la scelta e Feltrinelli ha incassato, promettendo di porre rimedio, ma il fatto tuttavia rimane. 

Molti anni fa a scrivere la prefazione del testo “Comandante ad Auschwitz ” del  gerarca nazista e capo del campo di concentramento Rudolf Hoss, fu Primo Levi, che usò parole dure per presentare un libro dai contenuti falsi. Una soluzione di questo tipo è certo la migliore alla quale si possa pensare: consentire cioè che vengano pubblicati anche testi contenenti notizie inautentiche, purché accompagnati da un commento critico che ne sottolinei e ricordi tutti i limiti. La democrazia deve infatti consentire l’espressione generalizzata. È proprio questo che la distingue da un regime dittatoriale ed è sempre questo che la espone al rischio di essere lesa, ma è evidentemente un rischio da un lato inevitabile e dall’altro che val la pena comunque di correre. Non si può sottrarre spazio a ciò che è diverso da sé, negandone l’esistenza o peggio ancora cancellandola. Il “gioco” democratico permette il confronto ed anche lo scontro tra posizioni diverse, a patto che vengano rispettate le regole e perde se invece vieta indiscriminatamente ciò che non condivide. Una politica contraria rivelerebbe tutto il proprio timore e soprattutto la propria debolezza.

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Scrittrice, critica jazz, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare anche gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano