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Cultura

REEL TAPE: “NON BASTANO LE BUONE PRATICHE”

Intervista ai Reel Tape, gruppo musicale.

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Nella foto di copertina, i componenti del gruppo musicale “Reel Tape”. Autorizzazione al trattamento dell’immagine concessa dai proprietari.

di Alessandro Andrea Argeri

Reel Tape, gruppo rock formatosi tra Londra, Firenze, Amsterdam. Recentemente ha pubblicato “Fences”, un progetto dal forte impatto sociale, con particolare attenzione al tema ambiente. Dal 25 febbraio l’album è disponibile su tutte le piattaforme digitali. In questa intervista, gli artisti si raccontano nel dettaglio, dalla loro formazione alla composizione dei vari singoli.

  • Qual è la matrice del vostro pseudonimo?

“Reel Tape” è la bobina a nastro, il progetto è iniziato dall’idea di tre amici, di provare a ibridare le proprie influenze musicali con lo strumento espressivo dei campioni vocali, dopo aver assistito ad un folgorante concerto dei Public Service Broadcasting. Da questo il nome del gruppo, che fa riferimento al cutting & splicing, alla tecnica del taglio cinematografico, originariamente effettuato su pellicola.

  • Come ha preso forma la vostra formazione attuale?

Il nucleo iniziale del 2017 era formato da Lorenzo Franci – tornato a Firenze dopo anni a Londra – il sottoscritto Lorenzo Cecchi e Lorenzo Nofroni. Dopo un primo periodo con il batterista inglese Adam Bailey, poi trasferitosi ad Amsterdam  per lavoro, si sono uniti il bolognese Lorenzo Guenzi alla batteria e il cantante spezzino Alessandro Lattughini. Lorenzo Franci dopo la realizzazione dell’album ha poi deciso di lasciare il gruppo, ed è attualmente sostituito da Lorenzo Lazzaro (giuro che non lo facciamo apposta, a chiamarci tutti Lorenzo…)

  • Quanto sono autobiografici i vostri brani?

L’album parla di confini, e per quanto gran parte dei brani abbia un tema legato all’attualità o a questioni universali, quando si scrivono canzoni ci si mette sempre dentro qualcosa di sé, è inevitabile, a volte anche più di quanto ci si renda conto consapevolmente. Alcune canzoni sono più strettamente legate a questioni o emozioni personali (in Stronghold, Diamond Shaped Pills, NOF4, H-Play, si parla di barriere soprattutto mentali), ma in tutte risuona l’eco delle nostre sensazioni e inquietudini personali legate al tema su cui i campioni vocali riportano l’attenzione.

  • Nel vostro nuovo singolo, Fake Bloom, affrontate il tema del cambiamento climatico, quali sono le azioni concrete che non dovrebbero mancare quotidianamente per contribuire al benessere del nostro pianeta?

Purtroppo non bastano più le “buone pratiche” da bravi cittadini, come la raccolta differenziata o la riduzione degli sprechi, per quanto importanti. La crisi climatica è grave e richiede risposte rapide e radicali, da parte di governi, aziende, e individui. Lo dicono i report IPCC e la comunità scientifica. Questo necessario cambiamento non ci deve però spaventare: ripensare il modo con cui ci muoviamo, organizziamo le nostre città e le nostre case, mangiamo, lavoriamo, è anzi una straordinaria occasione per migliorare la qualità della vita e delle relazioni sociali, in un tempo in cui il senso di insoddisfazione e il disagio psicologico sono sempre più comuni.

  • Qual è la genesi del vostro nuovo disco “Fences”?

“Fences” è un album dedicato interamente al tema delle barriere e dei confini, declinato in 12 modi diversi: da quelli fisici e politici di “Brexit” e “The Fence” (sul muro Messico-USA), alle barriere architettoniche di H-Play, a quelle psichiche in NOF4 e in Stronghold (sul fenomeno Hikikomori), all’incomunicabilità tra le persone, alle barriere sociali ed esistenziali, allo sradicamento uomo-ambiente. Vuole essere anzitutto un album sull’osservazione della realtà, e sulla necessità di trasformarla radicalmente. Per questo l’intro strumentale, 10.000 miles away, con i samples di Armstrong e Gagarin, è una sorta di sguardo distaccato che dallo spazio si avvicina progressivamente alla Terra, provando a metterla a fuoco per intero, senza le divisioni create dall’uomo. Ma anche a livello musicale l’album cambia spesso stile, atmosfera, persino genere, talvolta anche all’interno dello stesso brano, con qualche sorpresa che credo chi ascolta saprà apprezzare.

  • A quale traccia del vostro nuovo album, “Fences”, siete particolarmente legati?

Ognuno probabilmente ha la propria, “Brexit” è stata la prima, ma quella a cui siamo più legati è forse NOF4, che parla di disagio psichico e inclusione. Il testo è stato interamente realizzato ricombinando parole e frasi tratte dai graffiti di Fernando Nannetti, che passò gran parte della sua vita nel manicomio di Volterra, e che ogni giorno con la fibbia del panciotto incideva sui muri perimetrali pensieri, congetture, disegni, a tratti deliranti, a tratti incredibilmente lucidi. Questo suo lavoro è stato riconosciuto come opera di “art brut”, e per noi visitare quei luoghi tutti insieme è stata un’esperienza forte e indimenticabile.

  • Qual è il motto che sposate solitamente?

Più che un vero motto c’è una citazione dell’astronauta Luca Parmitano che rappresenta piuttosto bene il senso del nostro album appena uscito: “Mai come nello spazio ti accorgi che i confini non esistono. Dall’alto l’Europa é un reticolo di luci, collegamenti, i cui confini sono solo dentro le menti delle persone.”

  • Quali sono i vostri prossimi progetti?

In questo momento, dopo un periodo sicuramente difficile in cui le possibilità di suonare live si sono clamorosamente ristrette – e le poche parevano riservate ai gruppi cover -, iniziamo finalmente a programmare dei live, di cui potrete presto essere informati seguendoci sui canali social (Facebook, Instagram e Twitter) ; nel frattempo continuiamo anche a lavorare a nuovi brani, con un approccio ancora differente, stavolta cercando di usare lo strumento delle campionature in modo più “sonoro” e meno verbale. Non vediamo l’ora di rientrare in studio a registrare nuovo materiale, ma intanto ci godiamo “Fences”, un lavoro che è stato anche faticoso (con il mix realizzato tutto in remoto durante il lockdown 2020) ma di cui siamo molto orgogliosi.

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Pongo domande. No, non sono un filosofo (e nemmeno radical chic).